Corriere Canadese

TORONTO - Continua il dibattito a Toronto in seguito al voto del Comites di metà luglio. Oggi il Corriere pubblica una lettera dell’ex presidente del Comites Luigi Tosti che non solo affronta la questione delle recenti elezioni, ma che allarga il discorso anche ad altri nodi dagli aspetti controversi, quello di Casa Italia e quello del Columbus Centre.


WINDSOR - Egregio Direttore, innanzitutto voglio ringraziarLa per il Suo compito nell’informare la comunità Italiana delle tematiche della nostra comunità. 
È stato appunto alla  massiccia copertura  del Corriere  Canadese sul Columbus Centre  ed altro a far  constatare che alcuni progetti della Comunità di Toronto sono soggetti a cambiamenti radicali e la comunità Italiana ha avuto l’opportunità di reagire. 
I dirigenti  del Columbus Centre avrebbero dovuto avere l’indulgenza di usare  più trasparenti e dovrebbe poi  essere stata responsabilità di istituzioni quali  il Congresso Italo Canadese, CIBPA e il Comites di essere più vigilanti nel  tutelare il patrimonio della comunità Italiana. 
Sono stato Predidente del Comites per pochi mesi mi sono reso conto della situazione e mi sono dimesso per  far eleggere un Comites forte e rappresentativo, come dichiarai al Suo giornale, per trattare tra l’altro appunto queste tematiche: il Columbus Centre, Casa Italia e la festa della Repubblica.
Ora che il nuovo Comites è stato eletto, ai quali componenti faccio i miei più sentiti auguri e offro la mia cooperazione, vorrei reiterare e soffermarmi un attimo sulle tematiche appunto nominate. 
Mi auguro che i dirigenti e le persone involte nel Columbus Centre possano trovare una soluzione e preservare e amministrare ciò che è stato costruito in marmo e travertino non per essere demolito ma essere tramandato a future generazioni sia nella struttura fisica quanto quella culturale che rappresenta.  
Questo Centro, con le sue facilità potrebbe essere stato l’alternativa  invocata ma non  considerata, per  ospitare la festa della Repubblica Italiana. Pochi ne parlano, parecchi  si sono astenuti dalla partecipazione a questo evento ma i fatti sono che se il Consolato Generale di Toronto avesse usato le stesse energie dedicate per questo evento con in mente le necessità finanziarie della comunità,  usando il Columbus Centre come alternativa,  non ci sarebbe stato bisogno da parte di Villa Charities di avvallare il prestito al North York School Board per mantenere lo studio della lingua italiana.
Quest’ammissione mi porta alla terza tematica da me riferita: Casa Italia. Circolano voci  che alcuni investitori siano interessati a sviluppare questo posto offrendo un compenso di  $ 25,000.000.00. 
Dopo queste “voci” fu chiamata una pubblica riunione in maggio scorso nella quale  tutto fu smentito e fatto presente comunque che sarebbero stati necessari nei prossimi  anni $ 5,000.000.00 per mettere in stato di efficienza l’edificio. 
Certamente né il governo Italiano e né la comunità spenderà una lira per tale progetto e allora? Considerando che:  
A)  Questo edificio dovrà essere sistemato, per necessità di cose, prima o poi i piani verranno noti per l’esigenza della situazione stessa. 
B)   Il nuovo edificio dovrebbe includere:
La sede del Consolato Generale Italiano,  gli Uffici della Camera di Commercio Italiana e  L’istituto Italiano di Cultura tutti Enti sotto  la giurisdizione e responsabilità del Governo Italiano.  
C)   Il governo Italiano, (non parliamo poi dei nostri rappresentanti del Governo Italiano) vengono sempre meno alle necessità finanziarie della  comunità Italiana per mantenere lo studio della lingua italiana e la nostra cultura e altro.
D)  Questo  edificio è patrimonio della comunità e tale dovrebbe rimanere.
Fatte le suddette considerazioni  e a cospetto dell’impellente  situazione da risolvere, aderendo  agli appelli  per suggerimenti e al fine di far si che veramente questo patrimonio restasse a beneficio di tutta la comunità per anni a venire per mantenere la nostra cultura e lo studio della nostra lingua  in maniera permanente e sicura proporrei quanto segue: 
1) Che sia formata una fondazione Italiana. 
2) Che il direttivo, a base di  volontariato,  di tale tale fondazione sia  composto dagli esecutivi del Comites, del Congresso Italo Canadese  distretto di Toronto e di Canadian Italian Business Professional Association (C.I.B.P.A.) di Toronto
3) Che il compenso vociferato sia versato a beneficio di suddetta  fondazione
4) Che gli introiti di tale fondazione siano usati per mantenere lo studio della nostra lingua cultura in tutta la circoscrizione consolare di Toronto.
 Casa Italia, ripeto, è un patrimonio della comunità Italiana e che tale patrimonio rimanga per anni a venire nelle vesti della fondazione rispettando le intenzioni di tutti coloro che a partire dal 1934 hanno contribuito ad accumulare questo tesoro per future generazioni.
Ancora una volta la ringrazio egregio Direttore del Suo compito di mantenere il Suo giornale vettore non solo di notizie e informazioni ma prova tangibile  della nostra cultura Italiana seconda a nessuna.
Sentitamente
 
Luigi Tosti
Ex  Presidente del Comites
 
TORONTO - “Non c’è una sola storia d’Italia ma, accanto a quella del territorio nazionale, si è sviluppata una storia degli italiani: tante storie degli italiani, quante erano le comunità trapiantate all’estero. La storia dell’emigrazione italiana è, prima ancora dell’Unità d’Italia, la storia unitaria del nostro popolo”. È un messaggio forte, pieno di dignità e orgoglio, quello lanciato ieri dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella davanti alla comunità italiana di Buenos Aires. Un messaggio rivolto non solo ai connazionali emigrati in Argentina, ma anche agli italiani sparsi in giro per il mondo. Il capo dello Stato ha parlato di noi, di tutti noi, del trauma più o meno grande del dover lasciare la propria famiglia, i propri amici, il proprio Paese per andare a vivere dall’altra parte del mondo.
Nel suo parlare del contributo degli italiani alla creazione e allo sviluppo della società e dell’identità argentina non possiamo non fare un parallelo con quella italocanadese qui in Canada. 
Perché anche qui da noi la comunità italiana ha giocato un ruolo decisivo nella crescita del Paese e con i decenni ha lasciato un’impronta indelebile nel Dna canadese. 
Senza mai dimenticare, però, il legame con la madrepatria, che non si spezza per la lontananza ma anzi si rafforza proprio alimentato dalla distanza con l’Italia.    
Molto spesso la classe politica italiana si ricorda di chi ha deciso - per necessità o per semplice scelta personale - di andare a vivere in un altro Paese solamente quando ci avviciniamo alle elezioni: e così magicamente a Roma ritorna d’interesse la questione degli italiani all’estero. 
O a volte, come è successo alla vigilia del voto referendario, diventiamo il capro espiatorio per inadempienze che non dipendono da noi ma che nascono a  Montecitorio e Palazzo Madama. 
Il presidente Mattarella, con pacatezza e decisione, ha ricordato - magari dicendolo più rivolto in Italia - che siamo importanti anche noi, che non siamo cittadini di serie B, e che non dobbiamo, mai e poi mai, sentirci un po’ meno italiani dei nostri connazionali nel Belpaese.

TORONTO - Canadian Bacon è un film del 1995 di Micheal Moore. Scritto e diretto dal regista che qualche anno dopo sarebbe diventato l’autore dei più importanti documentari della storia americana, da Bowling for Columbine a Fahrenheit 9/11. Canadian Bacon è ambientato in un’America post guerra fredda, dove l’inquilino della Casa Bianca, con i sondaggi in picchiata, cerca disperatamente un modo per far crescere la propria popolarità. Un suo spregiudicato consigliere gli suggerisce di scaricare la pressione interna verso l’esterno, creando dal nulla una minaccia potenziale per gli Stati Uniti. Da qui, l’idea di identificare il Canada come un pericoloso Stato socialista, espansionista e guerrafondaio, intenzionato a invadere gli States. Moore, con spregiudicatezza, ironia e malizia gioca ovviamente su uno scenario paradossale per criticare e mettere a nudo fobie e paure degli americani che, seppur sopite, ogni tanto tornano a galla. Donald Trump, nelle ultime settimane, ha lanciato la sua personalissima operazione Canadian Bacon. “Gli allevatori del Wisconsin sono in ginocchio per colpa del Canada”, “il Canada si è approfittato per troppo tempo del Nafta”, “questa situazione con il Canada deve finire”, sono state alcune delle sue esternazioni contro il nostro Paese. Accompagnate dal via libera ai dazi doganali fino al 24 per cento sul legname canadese. Vedremo fino a che punto si spingerà il tycoon newyorchese. Certo, non ci aspettiamo di vedere la minacciosa “invincibile Armada” Usa ormeggiata davanti al porto di Halifax e pronta a colpire, ma è evidente che alla lunga i rapporti tra i due Paesi potrebbero guastarsi. Trump, in ogni caso, se ha voglia di farsi due risate potrebbe guardarsi il film di Moore. Scoprirà che il presidente, dopo il fallimento dell’operazione Canadian Bacon, cercherà di essere rieletto ma subirà un’umiliante batosta elettorale.

LA POLEMICA
 
TORONTO - Quando la base di un partito si ribella, non c’è decisione dall’alto che tenga. La conferma arriva dalle vicende politiche della scorsa settimana, quando a livello provinciale e federale nella corsa alla nomination nel Progressive Conservative e nel Partito Liberale i militanti delle sezioni locali hanno respinto con forza i candidati di partito, lanciando in messaggio forte e chiaro alle élite: le candidature vengono espresse, vagliate e decise dalla base e non paracadutate dall’alto. Per quanto riguarda Queen’s Park, bisognerebbe fare un applauso per il coraggio e il fegato di Sam Oosterhoff, appena 19enne e il più giovane deputato provinciale della storia dell’Ontario. Lo scorso autunno il ragazzo decise di candidarsi nella nomination tory nel distretto di Niagara dopo le dimissioni dell’ex leader Tim Hudak. Di fronte aveva Rick Dykstra, amico personale del leader Patrick Brown nonché ex deputato federale con una lunga esperienza alle spalle e Tony Quirk, consigliere regionale di Niagara e vice presidente del partito. Nonostante questo, Oosterhoff fu in grado di conquistarsi il sostegno della base, vincendo prima la nomination e poi le elezioni suppletive. La scorsa settimana, poi, nuovo voto per la nomination nel distretto, questa volta in vista delle elezioni provinciali del giugno 2018. Anche in questa occasione il 19enne si trovava di fronte Quirk. Sulla carta, Oosterhoff aveva l’appoggio ufficiale del leader - in precedenza infatti lo stesso Brown aveva dichiarato che avrebbe sostenuto tutti i suoi deputati uscenti - mentre in realtà da più parti è stato sottolineato come la dirigenza conservatrice remasse contro il giovane mpp, considerato scomodo per le sue prese di posizione sui temi etici non in linea con quelle di Brown. In ogni caso, Oosterhoff ha vinto nettamente la sfida e sarà lui il candidato del Progressive Conservative alle prossime elezioni.
Il discorso fatto per il giovane deputato provinciale vale anche per la vittoria, che ha del clamoroso, di Emmanuella Lambropoulos nel distretto di Saint-Laurent rimasto orfano di Stephan Dion dopo le dimissioni dell’ex ministro. Qui l’ufficio del primo ministro aveva puntato forte su un’altra candidata, l’ex deputata e ministra provinciale Yolande James. Ma anche in questo caso la base non ha accettato l’imposizione di un candidato scelto a tavolino dell’entourage del primo ministro e ha deciso di premiare una candidata di 26 anni senza alcuna esperienza politica alle spalle. 
Insomma, quanto successo nei distretti di Niagara e Saint-Laurent rappresenta un messaggio forte e chiaro per le dirigenze dei partiti canadesi: esiste un processo democratico che impone una scelta dal basso dei singoli candidati e la decisione di paracadutare dall’alto un candidato scelto da chi guida il partito viene vista dai militanti come una intollerabile ingerenza che non può e non deve essere accettata.
E se questo succede, lo fa con un immancabile strascico di polemiche, accuse e veleni che alla lunga indeboliscono il partito. È quanto successo nel riding di Markham-Thornhill, dove la candidata del primo ministro Mary Ng ha conquistato la nomination scatenando un polverone senza precedenti. Gli altri candidati hanno accusato il partito di aver arbitrariamente imposto una deadline retroattiva per la distribuzione delle nuove tessere, favorendo la Ng. Accuse queste che potrebbero avere gravi ripercussioni alle prossime elezioni suppletive di aprile, dove la Ng dovrà vedersela con Gregory Hines (Ndp) e il conservatore Ragavan Paranchothy.
TORONTO - Il compito della legge elettorale è molto semplice, almeno sulla carta: tradurre in seggi il voto degli elettori. Semplificando, possiamo dire che esistono due sistemi chiave: quello maggioritario e quello proporzionale. In mezzo, troviamo una miriade di ibridi, tra proporzionali con premi di maggioranza, o maggioritari con una quota proporzionale e decine di sistemi misti. La legge elettorale maggioritaria - che a sua volta è a turno unico, tipica del mondo anglosassone, o a doppio turno, come quella in vigore in Francia - ha un pregio e un difetto. Il pregio è quello di garantire, almeno in linea teorica, una maggiore governabilità per la forza politica che vince le elezioni. Molto spesso per il primo partito è sufficiente ottenere la maggioranza relativa dei voti per conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. È il caso del Canada: alle ultime elezioni i liberali di Justin Trudeau hanno ottenuto il 39,5 per cento del voto popolare, ma avendo vinto nella maggior parte dei seggi, hanno ottenuto la maggioranza assoluta alla House of Commons.
Il difetto di questo sistema è il deficit di rappresentatività: un partito può ottenere anche milioni di voti, ma se non riesce a vincere nemmeno in un distretto elettorale, non ha diritto neanche a un deputato. È il caso dei Verdi in Canada, che per anni non sono riusciti a entrare in parlamento nonostante un significativo consenso nel Paese. 
I sistemi proporzionali sono l’esatto opposto: garantiscono rappresentatività ma limitano la governabilità. Il proporzionale puro è un’istantanea dei rapporti di forza partitici e traduce alla lettera la forza elettorale di un partito nei seggi che gli spettano in parlamento. Senza una correzione in senso maggioritario, questo sistema - in apparenza più democratico - è destinato a produrre instabilità di governo. Ecco allora che sono stati pensati e approvati in tutto il mondo sistemi misti, che cercano di coniugare i pregi del maggioritario con quelli del proporzionale: ma i risultati spesso non sono stati troppo incoraggianti.
Il Canada ha sempre avuto un sistema maggioritario a turno unico. Trudeau nella sua piattaforma programmatica aveva promesso al Paese la svolta, ma è stato costretto a rimangiarsi la parola. “Scarso interesse da parte degli elettori”, è stata la sua giustificazione, “nessuna convenienza a cambiare” dicono i maliziosi, che sottolineano come con l’attuale sistema, arrivando attorno alla soglia del 40 per cento, si può legittimamente aspirare ad arrivare a un governo di maggioranza.
In Italia, dopo cinquant’anni di monolitica presenza del proporzionale che produsse il Pentapartito - con qualche sporadico e azzardato salto nel buio, vedi la famigerata Legge Truffa del 1953 - nel 1993 si arrivò al Mattarellum che spazzò via la vecchia classe dirigente e i partiti tradizionali: la legge era maggioritaria con una correzione (25% dei seggi) proporzionale. Poi, dal 2005 al 2015 si è avuto il Porcellum, quindi l’Italicum, entrambe bocciate in parte dalla Corte Costituzionale. E ora si dibatte sulla nuova riforma. 
Sia che si senta l’esigenza politica di cambiare la propria legge elettorale, sia che si ritenga più utile salvare lo status quo, vale la pena ricordare ancora una volta che non esiste un sistema elettorale perfetto. Puntare sulla governabilità, preferire la rappresentatività, o cercare un giusto compromesso tra queste due esigenze sono tutte posizioni legittime. A patto che la traduzione del voto non costituisca un cortocircuito democratico, come è avvenuto negli Stati uniti. Dove per l’elezione del presidente - e non quella dei rappresentanti del Congresso - è ancora in vigore l’arcaico sistema di voto dei grandi elettori o delegati distribuiti nei vari Stati, che portano al paradosso di uno sconfitto - Hillary Clinton - che prende quasi 3 milioni di voti in più rispetto al vincitore, Donald Trump. Quella è l’unica strada che Canada e Italia devono evitare di percorrere.