Corriere Canadese

TORONTO - “Eravamo a lavoro e abbiamo sentito dell’attentato. Allora le manager hanno deciso di chiudere prima il locale (verso le 11) e cercato di far andare la gente a casa il prima possibile. Il problema è che molti non potevano tornare perché London Bridge era chiusa e così le metro e gli autobus vicini che penso siano stati dirottati. Allora ci hanno detto di sistemare tutti i tavoli, abbiamo spento le luci, la musica e chiuso tutto per far sembrare che nel locale non ci fosse nessuno”. Così racconta al Corriere Canadese di quella terribile notte Annalisa Mercanti, studentessa italiana all’università Westminster di Londra, mentre si trovava nel pub in cui lavora a Tower Bridge. 
“Siamo poi andati al piano inferiore (che non si vede dalla strada) - ha continuato a raccontare - e abbiamo offerto riparo a tutte le persone che non potevano tornare a casa. Ci hanno detto di non far vedere l’agitazione e di comportarci come se nulla fosse per non spaventare le persone. In strada era tutto tranquillo ma si sono sentite ambulanze e polizia tutta la notte. Poi domenica sono andata a lavoro e, si sa, gli inglesi vanno avanti comunque. Un giorno come un altro. Oggi anche nella City tutti a lavoro come sempre. Non sono andata nella zona di London Bridge sinceramente, ne ho preso la metro quindi non ho percepito un clima di tensione e non ho visto tutta questa polizia. Ma appunto ripeto, non sono andata nei luoghi sensibili. Però sinceramente oggi quando ho visto un camion venire verso di me mentre aspettavo al semaforo rosso, per un momento ho pensato che sarebbe potuto venirmi addosso con facilità ed entrare nello Starbucks accanto a casa mia e uccidere tutti. Poi ha semplicemente svoltato. Insomma, riassunto: ovviamente la vita continua ma è assurdo pensare che un giorno potresti uscire a fare una passeggiata o prenderti una birra e non tornare più a casa. Meglio non pensarci direi”.
Vivere ormai con una latente e incessante paura di saltare in aria, di essere colpiti da un furgone o addirittura di essere sgozzati per strada durante un apparentemente tranquillo sabato sera è diventata una fastidiosa e terrificante parte integrante della vita di tutti giorni. È la nuova quotidianità che tristemente sta caratterizzando questo periodo storico.
Basta andare in giro, salire in metro, entrare in un qualunque locale e notare come l’atmosfera sia densa di sguardi atterriti e sospettosi che si guardano intorno per assicurarsi che non ci siano pericoli in vista. O, chissà, forse questa è solo paranoia.
Un’altra testimonianza dell’atmosfera che si respira a Londra in questi giorni viene da Chiara De Giorgi, marketer italiana nella City, che racconta: “Stamattina mentre andavo a lavoro ho visto pattuglie e posti di blocco della polizia con giubbotti anti proiettile ad Hide park, Oxford Street, Kensigton High Street. L’atmosfera non è di certo rilassata, ma la città rimane caotica come sempre. Non ho visto meno persone per le strade. Diciamo che Londra è rimasta la stessa, solo molto più controllata forse. Anche se si vive lo stesso con la paura che possa succedere qualcosa ovunque e in ogni momento. Prendere i mezzi pubblici mette troppa ansia. Insieme ad altri motivi, ho deciso di muovermi in bici d’ora in poi. Ma anche così non ti nascondo che oggi passando da Oxfors Circus, con tutta quella confusione, volevo allontanarmi il più possibile. Domani alle 11 a lavoro osserveremo un minuto di silenzio”. 
Insomma, la paura vive nel cuore dei cittadini, che lo esprimano o meno, ma la città non si piega di fronte a questi attacchi e continua a vivere ed andare avanti con una forza di spirito maggiore, che con orgoglio, fa intonare: “London Bridge is never going to fall down”.
La strage degli innocenti, l’Isis rivendica
Almeno 22 morti a Manchester
 
Nel Corriere di Oggi - Ampli servizi alle pag. 2-3
Stephanie Rizzo
 
TORONTO - In vista dell’imminente incontro dei maggiori leader mondiali al G7 che avrà luogo il 26 e 27 Maggio in Sicilia, proprio nella città di Taormina sulla costa orientale, volevo approfittare di questo importante evento internazionale per portare avanti nel corso della settimana una rubrica d’approfondimento che aiuti a conoscere meglio quella che è la mia bellissima terra: la Sicilia. Mi chiamo Stephanie Rizzo e sono nata e cresciuta nella provincia di Siracusa.
Soleggiata isola nel Mar Mediterraneo, la Sicilia viene spesso considerata ai margini nel quadro della società italiana. Dai nostri connazionali veniamo visti come un peso che spinge verso il basso un’economia al giorno d’oggi già precaria. A livello internazionale, invece, la stereotipizzazione viene racchiusa in tre semplici parole “pasta, pizza e mandolino”, con l’aggiunta di “Sicilia? Ah, mafioso!”.
Ma in fondo non siamo visti solo in connotazione negativa. Quel “marchio di qualità” inconfondibile che ci caratterizza non appena si passa lo Stretto di Messina - famoso luogo citato da Omero in cui Ulisse si trova a fronteggiare i terribili mostri marini Scilla e Cariddi - viene unitariamente apprezzato in tutto il mondo.
Proprio nei paesi che presiederanno il G7 si rileva una forte presenza della comunità italiana e, nello specifico, quella siciliana. Il riconoscimento del prezioso contributo che portiamo alle loro comunità è da sempre ampiamente riconosciuto. 
Tenendo presente la storia di questo centro culturale del Mediterraneo che vanta un retaggio di più di 3000 mila anni, caratterizzato dalle numerose invasioni che si sono susseguite nel corso dei secoli - dai Greci ai Romani, dagli Arabi ai Normanni, dagli Angioini agli Spagnoli, dai Borboni allo sbarco dei Mille con Garibaldi - è interessante constatare quanto simbolica sia la presenza del vertice in questa terra in cui lo scontro tra le autorità in contrasto (legittima e criminale) è da sempre stato presente.
Proprio oggi ricorrono i 25 anni dalla strage di Capaci in cui il magistrato Giovanni Falcone, uno dei simboli di questa lotta contro l’autorità criminale, fu fatto saltare in aria con la moglie e la scorta. Avvenimenti da non dimenticare, che a livello macroscopico, interessano, in modi differenti, ogni paese. Ed è proprio da questa meravigliosa e contraddittoria terra come sfondo che il vertice parlerà di politica europea, della questione del Medio Oriente, dell’economia, della crisi dei rifugiati, del futuro dell’Europa e, più in generale, del mondo. Così, allo stesso tempo, io vi parlerò un po’ delle sue tradizioni e qualche curiosità. 
 
TORONTO - Ma quale Messico, ma quale Cina. Da una settimana a questa parte il bersaglio preferito del presidente americano Donald Trump è diventato il Canada.

TORONTO - Piena sintonia sulla crisi siriana, sulla situazione libica e sulla lotta al terrorismo. Ancora distanza sul contributo finanziario dell’Italia alla Nato. È quanto è stato espresso ieri a Washington da Paolo Gentiloni e da Donald Trump durante un meeting alla Casa Bianca. Il premier italiano e il presidente americano hanno ribadito la solidità dei rapporti economici, commerciali e politici tra i due Paesi, ribadendo il reciproco impegno a un rafforzamento delle relazioni anche in vista del summit dei Paesi G7 che si terrà in Italia, a Taormina, il 26 e il 27 maggio.
Nell’incontro alla Casa Bianca i due leader hanno affrontato un ampio ventaglio di temi, in particolare quelli legati all’instabilità dell’area mediterranea che risente del conflitto siriano e della fragilità politica in Libia. Due fenomeni questi che hanno favorito e continuano ad alimentare la crisi dei migranti che attraverso il Mediterraneo cercano di raggiungere le coste italiane e di altri Paesi europei. “Ringrazio il primo ministro italiano - ha detto Trump - l’Italia ha dato un contributo immenso all’intera umanità da un punto di vista artistico e culturale. L’Italia è il nostro secondo partner commerciale e qui negli Stati Uniti vivono 18 milioni di americani di origine italiana”. Tra i due leader l’unico punto di frizione riguarda il contributo finanziario dell’Italia alla Nato, che dovrebbe essere del 2 per cento del Pil ma che non arriva all’1 per cento. Gentiloni ha sottolineato come il Belpaese sia impegnato nel suo contributo anche con il dispiegamento di militari in Iraq, Afghanistan e altre zone del mondo.
Per quanto riguarda la crisi siriana, Gentiloni ha ribadito il suo pieno appoggio al lancio dei 59 missili ordinato da Trump contro uno scalo militare dopo l’utilizzo da parte del regime di Assad di armi chimiche contro la popolazione. “Era la cosa giusta da fare - ha detto il presidente del Consiglio - è stata la risposta motivata dall’uso di armi chimiche che ha lanciato un messaggio chiaro ad Assad”.
Secondo Gentiloni - che oggi sarà invece a Ottawa per incontrare il primo ministro canadese Justin Trudeau - “le priorità rimangono la gestione in maniera efficace dei flussi migratori, stabilizzare le aree di Medio Oriente e Africa, sradicare Daesh: per questo è fondamentale riaffermare il legame transatlantico ”.
In mattinata il premier italiano era intervenuto al Center for strategic & international studies, dove aveva sottolineato la delicatezza di questa fase per l’intera Unione europea anche alla luce della Brexit e delle prossime elezioni - Francia, Gran Bretagna e Germania - in programma una dopo l’altra nello spazio ristretto di pochi mesi. “Nell’ultimo paio di anni abbiamo avuto una tempesta perfetta: la Brexit, la crisi della migrazione, le conseguenze della crisi economica in vari paesi. Tengo alta l’attenzione di quanto succede: le prossime elezioni saranno cruciali. L’America può giocare un ruolo: mai dimenticarsi di cosa sia l’Ue, una storia straordinaria di successo”.