Thursday, September 2, 2010

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Il “giorno del ricordo”: un appuntamento per non dimenticare

Posted on 10 February 2010 by Caterina

Una giornata in memoria  delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano- dalmata
Messaggio del Presidente dell’associazione  Dario Locchi

La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine Orientale”. Così recita la legge che nel 2004 ha istituito ufficialmente  una giornata a ricordo di una terribile pagina di storia che interessò I territori dell’Istria a partire  dall’autunno del ’43  fino al ‘47 dove furono rastrellate, deportate e uccise dai partigiani dell’esercito di Tito, migliaia di persone, perlopiù italiani: ancora oggi,tuttavia, dopo circa sessanta anni, non si hanno cifre ufficiali relative ai deportati, e a coloro che furone uccisi durante la prigionia e di coloro di cui non si seppe più nulla e che si presume siano finiti in fosse rocciose comuni profonde fino a 200 metri,tritemente famose come “foibe”. La persecuzione, e gli efferati atti di violenza che si ebbero in particolare nella “terra di nessuno”, vicina la confine italiano, provocaroono un esodo forzato della popolazione. Si stimano in circa 350mila gli italiani  dell’Istria  e della Dalmazia, che furono costretti a lasciare le proprie case e tutto quello che avevano e raggiungere I campi di raccolta in Italia, e da lì altre città in Italia, mentre molti di loro furono costretti ad emigrare all’estero. I primi Sodalizi fra gli emigrati giuliani, istriani, fiumani e dalmati sono stati costituiti alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta in Australia, in Argentina, in Canada e successivamente negli altri Paesi. Attualmente consistenti Comunità giuliano-dalmate sono presenti nei vari Stati dell’Australia, in numerose città dell’Argentina, in Brasile, in Cile, in Uruguay ed in Venezuela; in Canada e negli Stati Uniti; oltre che in vari Paesi dell’Europa e nelle altre regioni dell’Italia. Allo scopo di collegare organicamente tutte le Comunità giuliano-dalmate presenti nei vari Paesi ed i Circoli, i Club ed i Sodalizi e le Associazioni che le aggregano e le rappresentano, è stata costituita nel 1970, per iniziativa di un gruppo di pubblici amministratori e di personalità della vita culturale e sociale delle province di Trieste e di Gorizia, la Associazione Giuliani nel Mondo. Il  Presidente dell’associazione  Dario Locchi, proprio in occasione della  ricorrenza di quest’anno, ha rivolto un messaggio a tutti coloro che hanno vissuto direttamente ed indirettamente questo dramma proprio per «riaffermare la continuità della memoria, soprattutto per le nuove generazioni, attraverso la conoscenza di quegli eventi». Citando Claudio Magris  il presidente Locchi dice:«la memoria aiuta a capire la verità del passato e ancor di più ad affrontare il futuro. La memoria non è il passato, bensì l’eterno presente, di tutto ciò che ha senso e valore. Memoria significa pure rapporto con la propria identità e consapevolezza di quest’ultima». E aggiunge: « Gli eccidi del 1943 e del dopoguerra, compiuti contro migliaia di inermi e di innocenti al confine orientale dell’Italia, furono un crimine contro l’umanità. Non c’è consolazione possibile per riempire il vuoto che si spalanca nell’anima quando si è costretti ad abbandonare la propria casa e la propria terra.Come ha scritto Enzo Bettiza, anche quando l’esule riesce a rifarsi una vita, una famiglia, una prole, egli non sfugge, non può mai sfuggire completamente al “marchio del trauma iniziale”.Non possiamo curare questa invincibile malinconia. Possiamo però sforzarci di farla pienamente nostra come comunità nazionale. Anche questa è memoria condivisa. E’ il condividere un ricordo struggente. E il saperlo trasformare in memoria comune».

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Una giornata in memoria  delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano- dalmata
Messaggio del Presidente dell’associazione  Dario Locchi

La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine Orientale”. Così recita la legge che nel 2004 ha istituito ufficialmente  una giornata a ricordo di una terribile pagina di storia che interessò I territori dell’Istria a partire  dall’autunno del ’43  fino al ‘47 dove furono rastrellate, deportate e uccise dai partigiani dell’esercito di Tito, migliaia di persone, perlopiù italiani: ancora oggi,tuttavia, dopo circa sessanta anni, non si hanno cifre ufficiali relative ai deportati, e a coloro che furone uccisi durante la prigionia e di coloro di cui non si seppe più nulla e che si presume siano finiti in fosse rocciose comuni profonde fino a 200 metri,tritemente famose come “foibe”. La persecuzione, e gli efferati atti di violenza che si ebbero in particolare nella “terra di nessuno”, vicina la confine italiano, provocaroono un esodo forzato della popolazione. Si stimano in circa 350mila gli italiani  dell’Istria  e della Dalmazia, che furono costretti a lasciare le proprie case e tutto quello che avevano e raggiungere I campi di raccolta in Italia, e da lì altre città in Italia, mentre molti di loro furono costretti ad emigrare all’estero. I primi Sodalizi fra gli emigrati giuliani, istriani, fiumani e dalmati sono stati costituiti alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta in Australia, in Argentina, in Canada e successivamente negli altri Paesi. Attualmente consistenti Comunità giuliano-dalmate sono presenti nei vari Stati dell’Australia, in numerose città dell’Argentina, in Brasile, in Cile, in Uruguay ed in Venezuela; in Canada e negli Stati Uniti; oltre che in vari Paesi dell’Europa e nelle altre regioni dell’Italia. Allo scopo di collegare organicamente tutte le Comunità giuliano-dalmate presenti nei vari Paesi ed i Circoli, i Club ed i Sodalizi e le Associazioni che le aggregano e le rappresentano, è stata costituita nel 1970, per iniziativa di un gruppo di pubblici amministratori e di personalità della vita culturale e sociale delle province di Trieste e di Gorizia, la Associazione Giuliani nel Mondo. Il  Presidente dell’associazione  Dario Locchi, proprio in occasione della  ricorrenza di quest’anno, ha rivolto un messaggio a tutti coloro che hanno vissuto direttamente ed indirettamente questo dramma proprio per «riaffermare la continuità della memoria, soprattutto per le nuove generazioni, attraverso la conoscenza di quegli eventi». Citando Claudio Magris  il presidente Locchi dice:«la memoria aiuta a capire la verità del passato e ancor di più ad affrontare il futuro. La memoria non è il passato, bensì l’eterno presente, di tutto ciò che ha senso e valore. Memoria significa pure rapporto con la propria identità e consapevolezza di quest’ultima». E aggiunge: « Gli eccidi del 1943 e del dopoguerra, compiuti contro migliaia di inermi e di innocenti al confine orientale dell’Italia, furono un crimine contro l’umanità. Non c’è consolazione possibile per riempire il vuoto che si spalanca nell’anima quando si è costretti ad abbandonare la propria casa e la propria terra.Come ha scritto Enzo Bettiza, anche quando l’esule riesce a rifarsi una vita, una famiglia, una prole, egli non sfugge, non può mai sfuggire completamente al “marchio del trauma iniziale”.Non possiamo curare questa invincibile malinconia. Possiamo però sforzarci di farla pienamente nostra come comunità nazionale. Anche questa è memoria condivisa. E’ il condividere un ricordo struggente. E il saperlo trasformare in memoria comune».

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La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine Orientale”. Così recita la legge che nel 2004 ha istituito ufficialmente  una giornata a ricordo di una terribile pagina di storia che interessò I territori dell’Istria a partire  dall’autunno del ’43  fino al ‘47 dove furono rastrellate, deportate e uccise dai partigiani dell’esercito di Tito, migliaia di persone, perlopiù italiani: ancora oggi,tuttavia, dopo circa sessanta anni, non si hanno cifre ufficiali relative ai deportati, e a coloro che furone uccisi durante la prigionia e di coloro di cui non si seppe più nulla e che si presume siano finiti in fosse rocciose comuni profonde fino a 200 metri,tritemente famose come “foibe”. La persecuzione, e gli efferati atti di violenza che si ebbero in particolare nella “terra di nessuno”, vicina la confine italiano, provocaroono un esodo forzato della popolazione. Si stimano in circa 350mila gli italiani  dell’Istria  e della Dalmazia, che furono costretti a lasciare le proprie case e tutto quello che avevano e raggiungere I campi di raccolta in Italia, e da lì altre città in Italia, mentre molti di loro furono costretti ad emigrare all’estero. I primi Sodalizi fra gli emigrati giuliani, istriani, fiumani e dalmati sono stati costituiti alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta in Australia, in Argentina, in Canada e successivamente negli altri Paesi. Attualmente consistenti Comunità giuliano-dalmate sono presenti nei vari Stati dell’Australia, in numerose città dell’Argentina, in Brasile, in Cile, in Uruguay ed in Venezuela; in Canada e negli Stati Uniti; oltre che in vari Paesi dell’Europa e nelle altre regioni dell’Italia. Allo scopo di collegare organicamente tutte le Comunità giuliano-dalmate presenti nei vari Paesi ed i Circoli, i Club ed i Sodalizi e le Associazioni che le aggregano e le rappresentano, è stata costituita nel 1970, per iniziativa di un gruppo di pubblici amministratori e di personalità della vita culturale e sociale delle province di Trieste e di Gorizia, la Associazione Giuliani nel Mondo. Il  Presidente dell’associazione  Dario Locchi, proprio in occasione della  ricorrenza di quest’anno, ha rivolto un messaggio a tutti coloro che hanno vissuto direttamente ed indirettamente questo dramma proprio per «riaffermare la continuità della memoria, soprattutto per le nuove generazioni, attraverso la conoscenza di quegli eventi». Citando Claudio Magris  il presidente Locchi dice:«la memoria aiuta a capire la verità del passato e ancor di più ad affrontare il futuro. La memoria non è il passato, bensì l’eterno presente, di tutto ciò che ha senso e valore. Memoria significa pure rapporto con la propria identità e consapevolezza di quest’ultima». E aggiunge: « Gli eccidi del 1943 e del dopoguerra, compiuti contro migliaia di inermi e di innocenti al confine orientale dell’Italia, furono un crimine contro l’umanità. Non c’è consolazione possibile per riempire il vuoto che si spalanca nell’anima quando si è costretti ad abbandonare la propria casa e la propria terra.Come ha scritto Enzo Bettiza, anche quando l’esule riesce a rifarsi una vita, una famiglia, una prole, egli non sfugge, non può mai sfuggire completamente al “marchio del trauma iniziale”.Non possiamo curare questa invincibile malinconia. Possiamo però sforzarci di farla pienamente nostra come comunità nazionale. Anche questa è memoria condivisa. E’ il condividere un ricordo struggente. E il saperlo trasformare in memoria comune».

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Una giornata in memoria  delle vittime delle foibe e dell’esodo giuliano- dalmata
Messaggio del Presidente dell’associazione  Dario Locchi

La Repubblica riconosce il 10 febbraio quale “Giorno del ricordo” al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine Orientale”. Così recita la legge che nel 2004 ha istituito ufficialmente  una giornata a ricordo di una terribile pagina di storia che interessò I territori dell’Istria a partire  dall’autunno del ’43  fino al ‘47 dove furono rastrellate, deportate e uccise dai partigiani dell’esercito di Tito, migliaia di persone, perlopiù italiani: ancora oggi,tuttavia, dopo circa sessanta anni, non si hanno cifre ufficiali relative ai deportati, e a coloro che furone uccisi durante la prigionia e di coloro di cui non si seppe più nulla e che si presume siano finiti in fosse rocciose comuni profonde fino a 200 metri,tritemente famose come “foibe”. La persecuzione, e gli efferati atti di violenza che si ebbero in particolare nella “terra di nessuno”, vicina la confine italiano, provocaroono un esodo forzato della popolazione. Si stimano in circa 350mila gli italiani  dell’Istria  e della Dalmazia, che furono costretti a lasciare le proprie case e tutto quello che avevano e raggiungere I campi di raccolta in Italia, e da lì altre città in Italia, mentre molti di loro furono costretti ad emigrare all’estero. I primi Sodalizi fra gli emigrati giuliani, istriani, fiumani e dalmati sono stati costituiti alla fine degli anni Cinquanta e negli anni Sessanta in Australia, in Argentina, in Canada e successivamente negli altri Paesi. Attualmente consistenti Comunità giuliano-dalmate sono presenti nei vari Stati dell’Australia, in numerose città dell’Argentina, in Brasile, in Cile, in Uruguay ed in Venezuela; in Canada e negli Stati Uniti; oltre che in vari Paesi dell’Europa e nelle altre regioni dell’Italia. Allo scopo di collegare organicamente tutte le Comunità giuliano-dalmate presenti nei vari Paesi ed i Circoli, i Club ed i Sodalizi e le Associazioni che le aggregano e le rappresentano, è stata costituita nel 1970, per iniziativa di un gruppo di pubblici amministratori e di personalità della vita culturale e sociale delle province di Trieste e di Gorizia, la Associazione Giuliani nel Mondo. Il  Presidente dell’associazione  Dario Locchi, proprio in occasione della  ricorrenza di quest’anno, ha rivolto un messaggio a tutti coloro che hanno vissuto direttamente ed indirettamente questo dramma proprio per «riaffermare la continuità della memoria, soprattutto per le nuove generazioni, attraverso la conoscenza di quegli eventi». Citando Claudio Magris  il presidente Locchi dice:«la memoria aiuta a capire la verità del passato e ancor di più ad affrontare il futuro. La memoria non è il passato, bensì l’eterno presente, di tutto ciò che ha senso e valore. Memoria significa pure rapporto con la propria identità e consapevolezza di quest’ultima». E aggiunge: « Gli eccidi del 1943 e del dopoguerra, compiuti contro migliaia di inermi e di innocenti al confine orientale dell’Italia, furono un crimine contro l’umanità. Non c’è consolazione possibile per riempire il vuoto che si spalanca nell’anima quando si è costretti ad abbandonare la propria casa e la propria terra.Come ha scritto Enzo Bettiza, anche quando l’esule riesce a rifarsi una vita, una famiglia, una prole, egli non sfugge, non può mai sfuggire completamente al “marchio del trauma iniziale”.Non possiamo curare questa invincibile malinconia. Possiamo però sforzarci di farla pienamente nostra come comunità nazionale. Anche questa è memoria condivisa. E’ il condividere un ricordo struggente. E il saperlo trasformare in memoria comune».

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«Cultural and generational gap»

Posted on 29 January 2010 by Caterina

Guido Braini hopes to get youth aboard despite difficulties
by Mariella Policheni

TORONTO – “It’s obvious we’d like that our language and culture continues to live on through our children and grandchildren,” says Guido Braini, the president of the Giuliano Dalmato Club of Toronto.Italy and Italianià are terms that especially enthuse Braini, who says that handing down one’s Italian-ness to the next generation is the goal of every organization but difficulties are a common denominator for clubs and associations.“We’re all in the same boat,” says Braini, who’s been president since 1990.  “It’s not easy to involve the new generations. There’s the cultural along with the generational gap. To encourage them to participate we even organized chess tournaments but with minimal results.  The only event they freely participate in is the picnic.  It could be because you’re in open air in a big park, or because of the games and sports activities – it’s a fact that the big summer outing attracts them.”
Braini attempts to analyze why youth don’t care to take part in the organizations founded by their grandparents and parents – societies created from the desire to keep the memory of one’s origins alive.
“The problem, from my point of view, is that with the generation gap that has always existed between parents and children, one can add the cultural discrepancy in the sense that this youth grew up and absorbed a different culture from ours. They speak English, they’re integrated – and rightfully so – in an Anglo Saxon society,” continues Braini.  “The result is that we lost our youth by the wayside.  And forcing them to do something they don’t feel isn’t right.  We’ve tried, and will continue to attempt to spark their interest in our clubs, but they must be the ones who feel the need to participate. We’ve also begun introducing them to English-language books about Italy and especially on the history of our exodus.  Even the voyages to Italy are certainly a winning method of having them fall in love with the Bel Paese.”
Braini’s sons, Roberto, 50, and Mario, 44, participate to a good extent.
“They’re interested and this gives me great pleasure,” said Braini.  “My grandchildren, instead, did not want to attend Italian-language courses.  If the will isn’t there, there’s no use insisting.  However, what angers me a bit is when the young people suddenly have a rediscovery of being Italian when the Italian national soccer team wins the World Cup.  That’s too easy.”
Despite the obvious difficulties, Braini tries to remain optimistic, envisioning a long future for the associations: “I want to think positively so if we manage somehow to adjust our aim and involve the youth, we’ll go forward,” continues Braini.  “As long as we of the old guard are around, the clubs won’t disappear.  But after that I hope that the youth decide to take over and move forward.”

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Guido Braini hopes to get youth aboard despite difficulties
by Mariella Policheni

TORONTO – “It’s obvious we’d like that our language and culture continues to live on through our children and grandchildren,” says Guido Braini, the president of the Giuliano Dalmato Club of Toronto.Italy and Italianià are terms that especially enthuse Braini, who says that handing down one’s Italian-ness to the next generation is the goal of every organization but difficulties are a common denominator for clubs and associations.“We’re all in the same boat,” says Braini, who’s been president since 1990.  “It’s not easy to involve the new generations. There’s the cultural along with the generational gap. To encourage them to participate we even organized chess tournaments but with minimal results.  The only event they freely participate in is the picnic.  It could be because you’re in open air in a big park, or because of the games and sports activities – it’s a fact that the big summer outing attracts them.”
Braini attempts to analyze why youth don’t care to take part in the organizations founded by their grandparents and parents – societies created from the desire to keep the memory of one’s origins alive.
“The problem, from my point of view, is that with the generation gap that has always existed between parents and children, one can add the cultural discrepancy in the sense that this youth grew up and absorbed a different culture from ours. They speak English, they’re integrated – and rightfully so – in an Anglo Saxon society,” continues Braini.  “The result is that we lost our youth by the wayside.  And forcing them to do something they don’t feel isn’t right.  We’ve tried, and will continue to attempt to spark their interest in our clubs, but they must be the ones who feel the need to participate. We’ve also begun introducing them to English-language books about Italy and especially on the history of our exodus.  Even the voyages to Italy are certainly a winning method of having them fall in love with the Bel Paese.”
Braini’s sons, Roberto, 50, and Mario, 44, participate to a good extent.
“They’re interested and this gives me great pleasure,” said Braini.  “My grandchildren, instead, did not want to attend Italian-language courses.  If the will isn’t there, there’s no use insisting.  However, what angers me a bit is when the young people suddenly have a rediscovery of being Italian when the Italian national soccer team wins the World Cup.  That’s too easy.”
Despite the obvious difficulties, Braini tries to remain optimistic, envisioning a long future for the associations: “I want to think positively so if we manage somehow to adjust our aim and involve the youth, we’ll go forward,” continues Braini.  “As long as we of the old guard are around, the clubs won’t disappear.  But after that I hope that the youth decide to take over and move forward.”

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Braini attempts to analyze why youth don’t care to take part in the organizations founded by their grandparents and parents – societies created from the desire to keep the memory of one’s origins alive.
“The problem, from my point of view, is that with the generation gap that has always existed between parents and children, one can add the cultural discrepancy in the sense that this youth grew up and absorbed a different culture from ours. They speak English, they’re integrated – and rightfully so – in an Anglo Saxon society,” continues Braini.  “The result is that we lost our youth by the wayside.  And forcing them to do something they don’t feel isn’t right.  We’ve tried, and will continue to attempt to spark their interest in our clubs, but they must be the ones who feel the need to participate. We’ve also begun introducing them to English-language books about Italy and especially on the history of our exodus.  Even the voyages to Italy are certainly a winning method of having them fall in love with the Bel Paese.”
Braini’s sons, Roberto, 50, and Mario, 44, participate to a good extent.
“They’re interested and this gives me great pleasure,” said Braini.  “My grandchildren, instead, did not want to attend Italian-language courses.  If the will isn’t there, there’s no use insisting.  However, what angers me a bit is when the young people suddenly have a rediscovery of being Italian when the Italian national soccer team wins the World Cup.  That’s too easy.”
Despite the obvious difficulties, Braini tries to remain optimistic, envisioning a long future for the associations: “I want to think positively so if we manage somehow to adjust our aim and involve the youth, we’ll go forward,” continues Braini.  “As long as we of the old guard are around, the clubs won’t disappear.  But after that I hope that the youth decide to take over and move forward.”

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Braini attempts to analyze why youth don’t care to take part in the organizations founded by their grandparents and parents – societies created from the desire to keep the memory of one’s origins alive.
“The problem, from my point of view, is that with the generation gap that has always existed between parents and children, one can add the cultural discrepancy in the sense that this youth grew up and absorbed a different culture from ours. They speak English, they’re integrated – and rightfully so – in an Anglo Saxon society,” continues Braini.  “The result is that we lost our youth by the wayside.  And forcing them to do something they don’t feel isn’t right.  We’ve tried, and will continue to attempt to spark their interest in our clubs, but they must be the ones who feel the need to participate. We’ve also begun introducing them to English-language books about Italy and especially on the history of our exodus.  Even the voyages to Italy are certainly a winning method of having them fall in love with the Bel Paese.”
Braini’s sons, Roberto, 50, and Mario, 44, participate to a good extent.
“They’re interested and this gives me great pleasure,” said Braini.  “My grandchildren, instead, did not want to attend Italian-language courses.  If the will isn’t there, there’s no use insisting.  However, what angers me a bit is when the young people suddenly have a rediscovery of being Italian when the Italian national soccer team wins the World Cup.  That’s too easy.”
Despite the obvious difficulties, Braini tries to remain optimistic, envisioning a long future for the associations: “I want to think positively so if we manage somehow to adjust our aim and involve the youth, we’ll go forward,” continues Braini.  “As long as we of the old guard are around, the clubs won’t disappear.  But after that I hope that the youth decide to take over and move forward.”

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Braini attempts to analyze why youth don’t care to take part in the organizations founded by their grandparents and parents – societies created from the desire to keep the memory of one’s origins alive.
“The problem, from my point of view, is that with the generation gap that has always existed between parents and children, one can add the cultural discrepancy in the sense that this youth grew up and absorbed a different culture from ours. They speak English, they’re integrated – and rightfully so – in an Anglo Saxon society,” continues Braini.  “The result is that we lost our youth by the wayside.  And forcing them to do something they don’t feel isn’t right.  We’ve tried, and will continue to attempt to spark their interest in our clubs, but they must be the ones who feel the need to participate. We’ve also begun introducing them to English-language books about Italy and especially on the history of our exodus.  Even the voyages to Italy are certainly a winning method of having them fall in love with the Bel Paese.”
Braini’s sons, Roberto, 50, and Mario, 44, participate to a good extent.
“They’re interested and this gives me great pleasure,” said Braini.  “My grandchildren, instead, did not want to attend Italian-language courses.  If the will isn’t there, there’s no use insisting.  However, what angers me a bit is when the young people suddenly have a rediscovery of being Italian when the Italian national soccer team wins the World Cup.  That’s too easy.”
Despite the obvious difficulties, Braini tries to remain optimistic, envisioning a long future for the associations: “I want to think positively so if we manage somehow to adjust our aim and involve the youth, we’ll go forward,” continues Braini.  “As long as we of the old guard are around, the clubs won’t disappear.  But after that I hope that the youth decide to take over and move forward.”

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