GiovedÌ 17, Maggio, 2012

«L’italiese è destinato a sparire»

Posted on 20 March 2010 Print This Post Print This Post
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L’intervento di Vizmuller Zocco sulla lingua degli immigrati
di MARIELLA POLICHENI

TORONTO – L’italiese e il suo futuro. Potrebbe essere il tema di una discussione capace di generare interesse.
Ma anche la nascita e l’uso fatto da questa che è stata definita la “lingua degli immigrati” in Canada è stata e continua ad essere oggetto di studio e di dibattito. «Penso, come Marcel Danesi, che l’italiese sparirà quando sparirà la necessità di questa lingua – dice Jana Vizmuller Zocco, associate professor dell’Italian Studies Program della York University – i linguisti non fanno comunque previsioni di questo genere. È ovvio che se adesso arrivassero 50mila italiani non sparirebbe per un po’».

Una lingua per continuare a vivere deve essere usata per scrivere. «Gli studiosi sostengono che se una lingua non viene usata nello scritto è destinata a morire e in italiese nessuno scrive – continua Vizmuller-Zocco – la lingua finirà quindi per avere funzioni marginali e basta». E secondo quanto emerge dalla ricerca fatta dalla Vizmuller Zocco assieme alla collega Roberta Iannacito Provenzano, l’italiese non trova spazio su Facebook: i giovani italocanadesi preferiscono comunicare in inglese, italiano e dialetto. «Sono gruppi, questi, creati sul famoso sito di social networking, legati alle radici italiane, aperti a tutte le persone che condividono gli stessi interessi – dice la docente della York University – è interessante scoprire come i giovani esprimono concetti in dialetto ma non in italiese a meno che non sia nell’ambito familiare, ad esempio per far vedere come parla la nonna. Spesso i giovani parlano un cattivo italiano ma un meraviglioso dialetto che però non usano al di fuori dell’ambito familiare. Si vergognano di parlare il dialetto».

Quel che preme ora agli studiosi è scoprire cosa fanno le seconde e le terze generazioni vale a dire i discendenti degli emigrati: «Si potrebbe affermare che non parlano più l’italiese ma quello che Clivio ha definito il “secondo italiese” dal momento che utilizzano nel discorso frasi e parole inglesi. Si può parlare quindi di commutazione di codice, il cosiddetto code-switching – spiega la docente della York University nata a Bratislava – è mia opinione che invece di correggere questa varietà bisognerebbe dire a chi la usa che va benissimo farlo in certi contesti. In Canada chi parla l’italiese o i dialetti sa cosa cosa vuol dire “sinco” anche se a non saperlo sono gli italiani e a non capirlo sono gli inglesi».

L’italiese, secondo la studiosa, è un fenomeno molto interessante sia dal punto di vista scientifico che umano. «Innanzitutto va detto che questo fenomeno entra in tutta la storia delle problematiche di lingue a contatto, e questo significa che il fatto che in Canada gli italiani prendono una parola inglese e l’adattano all’italiano o al dialetto non è un fatto straordinario – spiega Vizmuller-Zocco – questo succede in tutte le circostanze in cui c’è un gruppo di persone che migrano in un altro Paese». La nascita dell’italiese, quindi, è stato per gli emigrati un modo di adattarsi alla nuova realtà della terra dell’Acero. «È ovvio che gli emigrati hanno trovato in Canada una realtà diversa e hanno dovuto adattarsi ma occorre dire che hanno continuato a parlare i loro dialetti o l’italiano adattando certe parole inglesi alla grammatica che conoscevano. Questo in Italia oggi non succede, le parole inglesi tendono a rimanere tali e quali come ad esempio le parole “mister” per indicare allenatore o “authority”. Sono di conseguenza prestiti dell’inglese in italiano».
Anche l’aspetto umano dell’italiese ha la sua importanza. «Sono pochissimi gli studiosi di storia che parlano dell’italiese, sta di fatto come diceva Clivio, che l’italiese non è un dialetto diverso dall’italiano, è semplicemente l’italiano con dei prestiti, numerosi o numerosissimi che siano, nella varietà portata dagli emigrati».

I tempi cambiano, i modi di comunicare pure. «Nel mondo di oggi la lingua ha perso il prestigio in quanto unico portatore di cultura, oggi viviamo in un mondo multimediale e le immagini hanno un peso fortissimo – conclude la studiosa – l’italiano, che è una lingua di cultura, non occuperà più in un mondo multimediale e multiculturale, il posto privilegiato avuto finora. È anche sparito l’amore per certi aspetti della lingua come i proverbi e le filastrocche che dovremmo reinventare. Purtroppo mi sembra che siamo tutti indaffarati in altre cose…».


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