Il linguista Luca Serianni parla della nostra lingua e del suo futuro all’estero
Di Letizia Tesi
TORONTO – Incredibile dictu. L’italiano migliore lo scrivono i giornalisti. Parola di un grande linguista, Luca Serianni, ordinario di storia della lingua alla Sapienza di Roma e vice presidente della Società Dante Alighieri.
Professore, iniziamo da una domanda che si è posto anche lei nella stesura del suo ultimo libro, L’ora di italiano: sappiamo ancora parlarlo?
«Direi che lo sappiamo parlare più di prima se lo confrontiamo con quello di cinquanta o centocinquanta anni fa, quando la forma comunicativa della stragrande maggioranza dei cittadini era uno dei vari dialetti e non l’italiano. Ma al fondo della sua domanda c’è un’altra considerazione: se è naturale che si sappia parlare l’italiano di quelle 2000-2500 parole che servono per comunicare nella vita quotidiana, dobbiamo chiederci quanto si domini correntemente l’italiano un po’ più ricercato, quello caratterizzato dal lessico astratto, quello in una parola che ancora oggi leggiamo dalla penna dei giornalisti che scrivono con grande raffinatezza e padronanza della lingua. Da questo punto di vista c’è una tendenza alla perdita di una serie di espressioni proprie del ragionare astratto, di cui possiamo renderci conto guardando le produzione scolastiche dei ragazzi. Sarebbe sbagliato, però, assumere un atteggiamento di generico catastrofismo, ma non c’è dubbio che esista una certa difficoltà nel maneggiare la lingua scritta e quella orale più ricercata. La sede in cui si può cercare di porre rimedio è la scuola».
Forse è la scuola stessa ad avere in parte colpa di questa perdita?
«La lingua è un fenomeno talmente complesso e pervasivo, che non ci può mai essere un solo responsabile. L’Italia s’interroga molto sul fenomeno della fuga dei cervelli, ma non ci sarebbe nessun cervello in fuga se la scuola superiore non desse una buona preparazione complessiva anche sul piano linguistico. Quindi non imputerei alla scuola più colpe di quante ne possa avere. È un problema più generale, frutto di una dispersione della giornata tipo dell’adolescente in tante attività, dallo sport al gusto di chattare, alla comunicazione tra coetanei. Tutto questo toglie tempo alla necessità di concentrarsi sullo studio e così si perde anche il contatto con le forme più elaborate e articolate della lingua».
Lei ha contribuito alla stesura dei contenuti della riforma Gelmini, in particolare per quanto riguarda italiano e latino. Ci sarà un rafforzamento della materie umanistiche?
«Le indicazioni hanno dovuto fare i conti con una complessiva riduzione delle ore di lezioni, che è una scelta politica evidentemente sostenuta anche con ragioni pedagogiche, ma soprattutto – inutile nasconderselo – con la necessità di risparmiare e quindi di ridurre l’investimento finanziario per il settore istruzione…».
Scusi se la interrompo… le sembra un bene ridurre le ore di lezione per mancanza di fondi?
«I pedagisti sono divisi perché alcuni sostengono che tenere troppo i ragazzi a scuola è negativo. Quello che io considero negativo è aumentare il numero degli studenti per classe perché un insegnamento efficace deve fare i conti con una classe ridotta in modo che ogni alunno senta il proprio insegnante in un rapporto quasi personale. Per quanto riguarda il programma d’italiano abbiamo cercato di dare più spazio alla lingua anche nell’ultimo triennio delle superiori, dai 16 ai 18 anni, in cui il programma tradizionale era solo letterario. Si fa lingua facendo tante altre cose, anche confrontarsi con testi di vario tipo, dal diritto all’economia. Un altro aspetto salutare per la lingua è la pratica del riassunto, che nella scuola italiana è stato tradizionalmente svalutato, mentre è un esercizio estremamente produttivo perché mette alla prova abilità complesse».
Nuove tecnologie e lingua italiana: con sms, Facebook, instant messaging non c’è il rischio che il parlato si avvicini troppo allo scritto con un conseguente e irreversibile impoverimento della nostra lingua?
«Non direi che ci sia questo rischio perché l’insieme della nuove tecnologie si può leggere anche come un insieme di possibilità che arricchisce l’ambito della comunicazione, dipende certamente dall’uso che se ne fa. Non è che le forme più elevate e più raffinate di comunicazione si sono perse. Si sono concentrate sulle pagine dei grandi quotidiani. Gli editoriali, per esempio, sono scritti con grande sapienza linguistica, anche meglio di come si scriveva cinquanta anni fa e addirittura si utilizzano forme leggermente obsolete in funzione ironica, quindi con un uso particolarmente maturo della lingua. Non è che l’avvento di Internet abbia ridotto queste possibilità, almeno negli scriventi più consapevoli. Così come non è che l’invenzione della stampa a metà del ’400 abbia eliminato la scrittura a mano, che esiste anche oggi dopo cinque secoli e mezzo».
Negli sms a volte l’italiano è ridotto a dei geroglifici…
«Sì, è così, ma non dimentichiamo che si tratta di una comunicazione tra persone che si conoscono con una certa componente di compiacimento criptico, gergale. “Per” si scriveva “x” anche negli appunti di cinquanta anni fa, ma non per questo siamo incapaci di scriverlo p-e-r. Finché si mantiene la coscienza della diversità dei canali, non mi scandalizzerei».
Non pensa che in generale la nostra categoria, salvo eccezioni, possa contribuire all’impoverimento della lingua: anacoluti in libertà, punteggiatura di fantasia, frasi nominali…
«Ci sono tanti modi di essere efficaci e quello dello stile esasperatamente brachilogico, fatto di frasi brevi o addirittura nominali è una delle possibilità. Ma non c’è solo questo, altrimenti Ilvo Diamanti, per fare un esempio, dovrebbe andarsi a riporre, come si dice a Roma, e cambiare mestiere. Guardo con attenzione professionale, invece, ad alcuni grandi giornalisti e anche ad altri che non sono famosi e noto un’ottima capacità. Se dicessimo che nessuno scrive bene in Italia o in qualunque altra nazione, dovremmo dire che il baricentro della norma si è talmente spostato che non ci sarebbe più una norma modello, un modo di scrivere a cui rifarsi. Direi invece che questo modello oggi è rappresentato mediamente dalle pagine dei giornali, non dalla prosa letteraria, che non si pone affatto il problema del bello stile. Per ragioni di poetica si propone piuttosto di mescolare varie esperienze, dal fumetto alla pubblicità al cinema. Se dovessi consigliare una lettura a uno studente straniero, che voglia perfezionare l’italiano scritto, gli direi di leggere il Corriere della sera e la Repubblica più che gli ultimi premi Strega. E non perché ce l’abbia con gli scrittori che lo hanno vinto, ma perché il loro modello non vuole essere un modello di lingua accurata e limpida, ma qualcosa di diverso».
L’anno scorso Vincenzo Consolo ha lanciato un sos estinzione dell’italiano, secondo lui ridotto a uno slang dettato dall’invasione degli americanismi. Pensa che l’italiano vada davvero protetto dall’egemonia dell’inglese?
«La risposta è sicuramente sì se guardiamo ai singoli episodi che suscitano l’allarme anche di illustri scrittori come Consolo, nel senso che si tratta di singole screziature, che non sono, però, sufficienti a cambiare i connotati di una lingua. Le singole parole, come sapeva e come diceva già Machiavelli, non disordinano la lingua, ma è la lingua a disordinare loro. Diremmo noi, è la lingua a metabolizzarle. Un po’ diverso è il caso che si produrrebbe se si decidesse di rinunciare all’italiano in modo sistematico per esempio per l’insegnamento nella facoltà scientifiche o anche in economia. Non è fantascienza perché ogni tanto se ne parla. In quel caso il rischio di trasformazione dell’italiano da lingua a vernacolo sarebbe reale: la lingua non può rinunciare a una parte di sé, che sia matematica, geologia o economia, perché perderebbe una componente intellettuale importante. Finché, però, non si arriva a una situazione di questo tipo è il normale bilancio dialettico fra il dare e l’avere tra una lingua e le altre e in particolare l’inglese, che ovviamente ha una posizione egemone, innegabile. Niente di male soprattutto quando questa vittoria si esprime attraverso quelli che, tecnicamente, si chiamano calchi, cioè traduzioni, adattamenti pieni all’italiano: se si dice cancellare un volo invece di annullare non per questo l’italiano subisce dei danni. È normalissimo che una parola assuma un significato aggiuntivo per influenza di un’altra lingua. Per citare uno dei pochi anglicismi precedenti il ’900, pensiamo a “parlamento”, che nella sua accezione di assemblea è un anglicismo britannico mentre prima in italiano voleva dire orazione, discorso, azione del parlare. Il problema è quando ci troviamo di fronte a parole inglesi più o meno integre, non corrispondenti alla pronuncia originale che circolano in misura eccessiva. Questo crea qualche sturbo, ma siamo sempre in proporzioni fisiologiche».
Per esempio?
«Class-action ora è molto di moda o advisor al posto di consulente così come governance, tutte parole che si potrebbero tranquillamente adattare. Per evitare governo si potrebbe dire governanza, parola italianissima, nuova, ma è normale che le parole si rinnovano. Dire governance è come mettere un piccolo granello di sabbia nell’ingranaggio di un orologio, ma la lingua ha una capacità di movimento meno raffinata di quella di un orologio e quindi non basta un granello di sabbia a bloccarla».
Qual è la categoria professionale che produce più neologismi?
«Ancora una volta quella dei giornalisti e in generale di coloro che fanno dichiarazioni pubbliche. Qui, naturalmente, c’è anche il gusto di stupire e di creare informazioni giocose, che non hanno possibilità di affermarsi. Tanto per farle due esempi concreti, le cito due neologismi che non hanno attecchito. Il primo ha circolato per qualche mese nei giornali verso il 2005: era “gaddino”, che non ha niente a che vedere con Carlo Emilio Gadda, ma indicava l’aderente a un gruppo di azione democratica Gad, che era una corrente del centro sinistra, che poi si è spenta. Nei giornali di quel periodo la troviamo citata spesso, anche se poi è completamente decaduta senza lasciare traccia. Lo stesso vale per una coniazione del tutto occasionale, fatta con intento scherzoso da Marcello Veneziani, che una volta parlò di “oto sessuale” in relazione alle conversazioni telefoniche di argomento scollacciato, sessuale. È chiaro che una forma di questo tipo non vuole avere nessun diritto di cittadinanza, si affaccia per un momento, tutt’al più fa sorridere chi la legge e poi scompare. Ma gran parte dei neologismi che si affacciano alle pagine dei giornali risponde a questa caratteristica».
Quali saranno quelli che dureranno? Si può fare un pronostico?
«Quelli che indicano realtà, oggetti o scoperte che modificano il nostro modo di vivere, ma è difficile fare previsioni. Cinquant’anni fa una parola come mangia-dischi era una parola comune e ci sembrava che si riferisse a un aspetto della tecnica che aveva profondamente inciso nella vita quotidiana. Oggi, invece, è quasi un reperto. Così come deflettore, un triangolo che si apriva nei finestrini delle macchine per far entrare l’aria, in uso negli anni ’60 e ’70. Fare previsioni è molto difficile. I dizionari, infatti, accolgono i neologismi dopo averli sottoposti a una certa quarantena, cioè dopo averli tenuti un po’ sotto controllo».
Quali sono quelli entrati a far parte del vocabolario?
«Il primo che mi viene in mente è “riproteggere”, detto di un volo che viene riassegnato dopo essere stato cancellato. Quando abbiamo un verbo, con le sue brave desinenze, dobbiamo considerarlo italiano, anche “io chatto, tu chatti”, “io backupppo, tu backuppi” non saranno eleganti, ma sono verbi italiani».
Parliamo dell’italiano fuori dall’Italia in relazione anche al suo nuovo ruolo di vice presidente della Società Dante Alighieri. Come vede il futuro della nostra lingua all’estero, considerando anche la scarsità di fondi?
«Innazitutto va detto che la Dante ha un contributo dallo Stato estremamente ridotto in sé – l’ultimo era di appena 600mila euro l’anno – anche rispetto alle altre grandi società internazionali, che si occupano di promuovere le rispettive lingue. In Italia sembra non si capisca che la lingua va promossa anche per ragioni economiche e non solo per ragioni d’immagine. Con tutto ciò, l’italiano è abbastanza studiato all’estero, tenendo conto anche che non abbiamo un numero di parlanti base troppo elevato e che non abbiamo i mezzi e la tradizione imperiale del francese. Osservare che l’italiano nel mondo come seconda lingua è più studiato del portoghese e del russo non è poi così ovvio. Questo mostra un certo interesse anche al di fuori dei due settori dove l’italiano è una lingua “professionale”: la lirica e la chiesa cattolica che, avendo sede a Roma, si serve dell’italiano non in termini ufficiali, ma di fatto. Ci sono le grandi università pontificie a Roma, nella sala stampa del Vaticano si scrive in italiano, i prelati che svolgono un periodo di formazione a Roma ascoltano lezioni in italiano, che, quindi, nella chiesa cattolica svolge le funzioni di lingua veicolare».
Per fortuna che la Dante Alighieri può contare sul lavoro dei volontari…
«Appunto. La forza della Dante sta nel fatto che tutte le sedi sparse nel mondo sono autosufficienti, anzi sono loro che versano qualcosa al quella centrale perché sono costituite da persone che, a vario titolo, hanno interesse e amore per l’italiano. Questa rete rimane, ma i soldi servono per favorire borse di studio, l’invio di materiali all’estero e per iniziative che da sola la sede centrale non può fare. Seicentomila euro bastano a malapena alla gestione della sede di Roma».
Se dovesse fare un augurio alla lingua per il 2011, cosa le augurerebbe?
«L’augurio alla lingua è quello che farei in generale all’Italia: avere un po’ più di fiducia in sé stessa perché l’italiano suscita ancora un’immagine positiva nel mondo. È uno stereotipo, naturalmente, legato a quello del Paese del sole, ma è positivo e ha, comunque, una funzione come veicolo di simpatia. Un’eccessiva cupezza e un eccessivo pessimismo compromettono anche quest’immagine con conseguenze negative per la lingua. Fiducia in sé stessa vuol dire anche saper reagire per forza propria, e non per imposizioni dall’alto, a eccessive influenze, non solo dell’inglese, e reagire a una certa sciatteria, che si nota in alcuni settori e in alcuni usi. La reazione, però, deve muovere dalla stessa comunità dei parlanti, sennò non avrebbe nessuna possibilità di successo».








