GiovedÌ 17, Maggio, 2012

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Un cuore italiano a Moncton

Posted on 11 January 2010 by Concita

Il presidente Roberto DiDonato: «Le mie origini mi rendono unico»

di CONCITA MINUTOLA

MONCTON – Batte un cuore italiano anche in New Brunswick, tra Quebéc e Nova Scotia. A riunire gli italo-canadesi nella Provincia Marittima ci pensa, dagli anni Settanta, l’Associazione Italiana di Moncton. Con oltre 250 membri, 70 famiglie iscritte e un aumento del 20 per cento delle adesioni nell’anno appena concluso, l’organizzazione non profit attrae anche italo-canadesi che si trasferiscono in città da altre province: cinque famiglie solo nel 2009. «Molti si trasferiscono a Moncton da città come Montréal e Toronto – spiega il presidente dell’Associazione Roberto DiDonato – non solo per il posto ma anche perché è bilingue e perché la nostra economia va molto bene». Una volta trasferiti, per i nuovi arrivati avere un «background comune aiuta a fare conoscenze». Oltre a loro ci sono genitori che vogliono iscrivere i figli ai corsi di italiano, o ancora giovani che vogliono andare oltre il dialetto parlato dai loro nonni, spiega DiDonato.

L’associazione organizza quindi dei corsi di italiano per i livelli “principiante” e “avanzato” che si tengono nel centro culturale cittadino Thomas William House, dove il gruppo ha a disposizione delle aule per le lezioni e per gli incontri della commissione. Oltre ai corsi di italiano, l’Associazione – l’unica tra le piccole comunità italiane del New Brunswick – organizza una “Italian dinner” aperta anche ai non iscritti, e sei eventi per i membri nel corso dell’anno. Si tratta di appuntamenti che attraggono tra le 100 e le 200 persone, almeno 300 per la serata italiana. E questo nonostante il gruppo italo-canadese di Moncton non abbia una sede.

«In Atlantic Canada abbiamo solo tre comunità italiane – dice il presidente dell’associazione – a Sidney e Halifax (in Nova Scotia, ndr), e a Moncton». Gli italiani qui sono pochi: «Almeno 700 persone in città e 3mila persone circa di origine italiana in tutto il New Brunswick». Al primo anno del suo mandato biennale, DiDonato ha visto un aumento delle iscrizioni del 20 per cento. «La nostra associazione ha attraversato un periodo difficile – racconta – così ho deciso di impegnarmi per dare il mio contributo alla comunità e perché sono orgoglioso di essere italiano». L’interesse è aumentato grazie all’organizzazione di eventi per le famiglie, «come il picnic che l’anno scorso ha riunito 350 persone nonostante la pioggia», un appuntamento per i soci italiani, per familiari e amici.

«La nostra associazione conta iscritti di diverse età – continua DiDonato – ma devo ammettere che per la maggior parte sono anziani e adulti, anche perché la nostra comunità non vede più immigrati italiani ormai da molto tempo». Attrarre i giovani rimane una spina nel fianco anche per la comunità italiana di Moncton, dice il presidente dell’Associazione. «Il Canada è un Paese dove tutte le culture sono accettate. Viviamo in una società così multiculturale – è la sua riflessione – che diventa sempre più difficile dire “io sono italiano” o di un altro Paese. Come attrarre nuova gente? Cerchiamo di attrarre le famiglie più che i giovani, perché vogliono far stare i bambini con i nonni e vogliono che imparino l’italiano. Coinvolgere i ventenni è molto più difficile, non si può negare. E non riguarda solo l’Associazione italiana, ma la società in generale. Pensiamo agli enti di beneficenza, gestiti per la maggior parte da adulti».

Secondo DiDonato raggiunta una certa età si rafforza il senso di appartenenza. Per questo coinvolgere le famiglie è ancora più facile. Lo dimostrerebbe il successo di attività come le visite al museo Pier 21, ad Halifax, «perché vogliono che i nipoti conoscano la storia dei loro nonni, di come sono arrivati in Canada, per infondere in loro quel senso di riconoscenza».
DiDonato guarda all’esempio della comunità italiana di Halifax, coordinata dall’Italian Canadian Cultural Association of Nova Scotia, e ritiene che la comunicazione con altre organizzazioni italo-canadesi sia fondamentale come strumento di confronto. «Sarebbe bello avere una sede come quella di Halifax – aggiunge – anche se la nostra è una comunità più piccola. Con soli 250 membri sostenere i costi per la manutenzione sarebbe troppo faticoso. Ma avere un posto dove poter socializzare, e parlare, potrebbe rendere tutto più facile. Allo stesso tempo, da quello che vedo, anche le associazioni di Montréal e di Halifax stanno affrontando lo stesso problema delle adesioni. E questo anche per l’attaccamento alle tradizioni, che rende tutto più difficile». Il calo della partecipazione, specialmente dei più giovani, non è l’unico argomento di dibattito. Per gli italo-canadesi di Moncton è difficile mantenere il legame con l’Italia: «Un quarto dei nostri membri non visita l’Italia da anni». E le opportunità di sentirsi italiani sono poche: «L’unica persona con cui posso parlare in italiano è mio padre – dice – Cerco di non perdere la mia cultura d’origine, andando in Italia almeno una volta l’anno. A dir la verità, una volta ogni due visto che adesso ho dei bambini piccoli», dice Roberto DiDonato, che a 33 anni è papà di un bimbo di due anni e mezzo, Dario Azzurri – un secondo nome dedicato proprio alla nazionale di calcio italiana – e di Aria, sei mesi.

«Essere italiano – sottolinea comunque – è qualcosa che mi distingue, e di cui sono orgoglioso. Soprattutto perché la nostra comunità italiana è così piccola. A scuola superiore per esempio, eravamo solo in tre: io e due gemelli. È qualcosa che ti rende unico, e ti fa dire “ecco da dove vengo, questa è la mia storia”». A chi come lui ha origini italiane in Canada, Roberto DiDonato dice di «non dimenticare le proprie origini, di esserne fieri e di apprezzarle, specialmente pensando agli sforzi degli italiani che sono arrivati qui dopo la Seconda guerra mondiale».

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«Più attenzione verso le comunità all’estero»

Posted on 08 January 2010 by Concita

Secondo Roberto Bonanni il governo italiano deve investire in modo concreto: «I benefici saranno reciproci»

di MARIELLA POLICHENI

TORONTO – Sono stati, quelli del console Gianni Bardini e il commiato dell’ambasciatore Gabriele Sardo, messaggi che hanno colpito la comunità italocanadese.
C’è chi condivide al 100% le proposte avanzate dal Console Bardini, chi pensa invece che nelle sue lettere aperte non vi sia nulla di nuovo. Tutti comunque leggono tra le righe tanto affetto e la speranza che cultura e tradizioni italiane continuino a ritagliarsi uno spazio nella società canadese. «È difficile dissentire da quanto affermato sia dal Console che dall’allora ambasciatore in Canada – dice Roberto Bonanni, fondatore del Supino Social Club nel 1970 e del Coro di Supino nel 1994 oltre che uno dei funzionari del Costi negli anni sessanta – entrambi sottolineano la frammentazione della nostra comunità nonchè la necessità di rinnovamento con unità d’intenti al fine di poter preservare e diffondere la nostra cultura e la nostra lingua in particolar modo tra le nuove generazioni».
È del Console l’invito alla comunità italocanadese ad avere un ruolo attivo, ad essere un ponte tra l’Italia e il Canada al fine di poter rafforzare i legami tra i due Paesi ricavandone dei benefici reciproci. «Opinione condivisibile anche se purtroppo non si nota nessun impegno da parte sua a sollecitare il governo italiano a investire di più per le comunità all’estero – continua con fervore Bonanni – in passato l’ex ambasciatore Sardo ci aveva già avvertito di non aspettarci molto da Roma perché l’Italia sta attraversando un periodo di crisi economica ed istituzionale. Tradotto in parole semplici il discorso è che ci sono tanti problemi per cui dobbiamo arrangiarci da soli a salvare la nostra identità culturale e linguistica in Canada».
A difesa e mantenimento della lingua e della cultura italiana, secondo l’italo-canadese, hanno fatto tanto in passato altre componenti della comunità. «Premesso che i sodalizi, a parer mio, per quanto importanti, non rappresentano la comunità intera, trovo ingeneroso non riconoscere quanto molti altri hanno già fatto e continuano a fare per la nostra lingua e cultura nell’ambito della Gta e non solo – continua Roberto Bonanni giunto in Canada nei primi anni cinquanta – personalmente ho visto nascere dapprima il Corriere Canadese, nostro vero portavoce, il Costi e la Camera di commercio italiana negli anni sessanta, la Società Dante Alighieri e la Chin subito dopo, la Faci e il Congresso Nazionale degli italo-canadesi negli anni settanta e man mano ancora l’Istituto Italiano di Cultura, il Columbus Centre, il Centro Scuola, il Comites con il Cgie e le varie federazioni regionali. È grazie a loro che sono state organizzate nel corso degli anni innumerevoli manifestazioni canore, eventi culturali nonchè mostre all’insegna della nostra lingua, cultura e tradizioni».
Quel che però manca, secondo Bonanni, è la collaborazione tra le diverse componenti della comunità: «Manca a mio avviso il collante di cui parla il dottor Bardini, in quanto tutti, a modo loro, si sentono portavoce della comunità, Comites e Congresso italo-canadese in testa, ma in realtà non è così – dice senza peli sulla lingua Bonanni – è la comunità a fare le spese della mancanza di dialogo tra di loro. Penso che si dovrebbe quindi dar vita a una regia di coordinamento di tutte le forze della comunità per dare a questa una voce forte e autorevole, una regia composta da personalità preparate e disposte ad operare superparte anche se mi rendo conto che la sua costituzione non sarebbe una impresa facile».
I tempi sono maturi per iniziative nuove, per guardare al futuro in modo diverso, per aggregare in modo reale i giovani. «Non trovo affatto scandaloso che le nuove generazioni non nutrano alcun interesse per le cene con ballo organizzate dai sodalizi – aggiunge Bonanni – l’interesse e l’amore per l’Italia deve nascere creando iniziative come vacanze studio in Italia o anche dando loro la possibilità di specializzarsi professionalmente nel Belpaese e così via. Bisogna creare un ponte tra la nostra comunità e l’Italia».
Un avvicinamento che può iniziare con passi piccoli ma significativi. «Si cominci ad abolire la tassa da bollo di 64 dollari che si applica sul passaporto italiano quando si usa il documento per andare in Italia, si proceda con il convincere il governo italiano a riaprire la legge per il riacquisto della cittadinanza italiana, si instauri un dialogo concreto dando vita a progetti a favore delle comunità all’estero per lavorare per obiettivi comuni e per poterci sentire, pur se così lontani, più legati».
Ha le idee chiare, anche se ammette non di facile attuazione, Roberto Bonanni che punta il dito contro Roma: «Sono nato in un Paese che vanta una civiltà millenaria – conclude Bonanni – mi piacerebbe che il governo italiano fosse più presente con agevolazioni alle comunità estere perchè una collaborazione tra noi e l’Italia non può che dare benefici reciproci. Investire di più in questo senso non può che essere positivo per tutti».

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Associazioni e club a confronto

Posted on 04 January 2010 by Concita

di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – Quali sono le priorità e le sfide dell’associazionismo italo-canadese. Questo il tema centrale della tavola rotonda che si è svolta il 30 dicembre, a Villa Colombo di Vaughan, per la presentazione del documento conclusivo del “Primo convegno sulle Federazioni e associazioni italo-canadesi”. L’incontro è stato anche l’occasione per riunire i rappresentanti del mondo comunitario italo-canadese, giovani inclusi, per un confronto sul futuro dell’associazionismo.
Il documento, stilato dal vice presidente del Comites di Toronto e organizzatore del Convegno, Mimmo Rizzo, è stato consegnato al console generale Gianni Bardini, ai presidenti e rappresentanti di federazioni e club presenti, e ai rappresentanti dell’Associazione giovani italo-canadesi (Agic) e della Federazione giovani italo-canadesi (Fgic). Si tratta di un’analisi e di una raccolta di riflessioni – emerse durante il convegno che si è tenuto nell’ottobre 2008 – che saranno esaminate e elaborate da tre gruppi operativi, assicura Mimmo Rizzo, composti per la maggior parte da giovani.
Ecco riportati gli obiettivi e le priorità indicati nel rapporto.
“Il coinvolgimento delle nuove generazioni, con il loro inserimento anche a livello dirigenziale; la necessità di superare i confini regionali o della propria associazione; l’utilità di gemellaggi o di altre forme di collaborazione fra associazioni presenti su tutto il territorio canadese; la volontà di conservare e diffondere la lingua e cultura italiane accanto alle diverse culture regionali; il bisogno della comunità di essere rappresentata e sostenuta in modo efficace e non soltanto a parole; iniziative sociali che coinvolgano l’intera comunità, superando i confini campanilistici quando la portata del problema o della tematica lo richiede”.
Queste, invece, le proposte operative elencate dopo le riflessioni sullo stato dell’associazionismo in Ontario.
“a) Messa in opera di nuovi meccanismi di comunicazione fra sodalizi, quali: un segretariato comune (ad esempio, presso il Comites nel caso di Toronto) che possa raccogliere e disseminare informazioni e proposte; incontri periodici tra dirigenti; sito web condiviso per dialogare e rendere trasparenti le proprie attività individuali, che potrebbero essere tutte inserite in un calendario comune; b) elaborazione di un programma interassociativo di attività da parte di un comitato ad hoc per rafforzare la conoscenza e l’abitudine a stare e operare insieme (ad esempio tornei di varia natura, scambi di visite ecc.); c) valorizzazione dei maggiori punti di riferimento per tutta la comunità (come il Columbus Centre nel caso di Toronto) per incontri e iniziative; d) giornate di incontro coordinate fra i Sodalizi, aperte alla partecipazione di tutta la comunità per celebrare personaggi storici e riconoscere personalità contemporanee che hanno onorato e dato lustro alla comunità e all’Italia, così come eventi particolarmente significativi per l’identità italiana; e) compartecipazione per l’attuazione di progetti sociali, culturali, commerciali e politici di particolare rilievo e impegno, quali ad esempio: creazione di una o più scuole con corsi a credito a forte contenuto italiano; realizzazione di mostre di particolare valore, dall’Italia, presso istituzioni locali prestigiose (ROM, AGO ecc.); valorizzazione e crescita dei musei dell’emigrazione (come A.M.I.C.I. nel caso di Vaughan) quali spazi della memoria comune; dono alle maggiori città canadesi di opere di artisti contemporanei italiani; creazione di fondazioni; azioni di lobby concertate per tutelare gli interessi della comunità italiana in Canada; f) impegno forte e comune a sostegno della nascita di un associazionismo delle seconde generazioni tramite l’appoggio economico (creazione di un fondo “giovani” finanziato anche attraverso attività comunitarie, fondi pubblici ai diversi livelli: governo centrale, regioni, province, comuni…) e incentivi vari indirizzati allo studio e alla conoscenza della lingua italiana (borse di studio, premi, agevolazioni per soggiorni in Italia anche tramite programmi di scambio)”.
«Il documento è ottimo – è il commento del console Bardini, che da tempo promuove il dibattito sul futuro dei club e sullo stato della comunità italo-canadese – fa un’analisi accurata dell’associazionismo e ha un carattere operativo che vuole dare una risposta concreta alle problematiche sul futuro delle associazioni». Per Bardini, dall’incontro dello scorso mercoledì è emersa è «un’apertura, una volontà di contribuire e di mettersi al passo con i tempi, che mette in risalto il buono stato di salute della comunità ma anche la necessità di mettersi al lavoro». E come previsione per il 2010, «la mia impressione – conclude Bardini – è che ci saranno iniziative nuove». Secondo l’organizzatore, Mimmo Rizzo, si è trattato di «un incontro costruttivo, per unire e non per dividere, perché ora dalle parole bisogna passare ai fatti, con unità di intenti e trasparenza». I tre gruppi di lavoro, spiega Rizzo, saranno formati in tempi brevi con la collaborazione di giovani che hanno già confermato la disponibilità a partecipare.

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«La nostra passione non basta, ai giovani non interessa partecipare»

Posted on 27 November 2009 by Caterina

Ciccocioppo, presidente del Lanciano Social Club è pessimista mentre Carabetta de La Valle del Torbido avverte la necessità di una organizzazione che raggruppi tutti i sodalizi

Di DANIELA DELLE FOGLIE

TORONTO – La lettera del Console Generale Bardini ha acceso un vero e proprio dibattito all`interno del mondo associativo italocanadese. I presidenti e i membri dei club vogliono esprimere la propria opinione sul presente e futuro della comunità.
Dal Lanciano Social Club arrivano parole piene di sconforto: il presidente Guido Ciccocioppo infatti, ci illustra le sue negative previsioni: «Io credo che i club italocanadesi fra dieci anni non sopravviveranno, così come è successo a tutti i cori attivi dal 1969 di cui ormai ne è rimasto solo uno -dice convinto – i giovani della seconda e terza generazione non sono interessati ad onorare le loro origini, sono canadesi, per loro ormai esiste solo il Canada. Siamo nel 2009 e io ormai non la penso più come 40 anni fa».
Eppure il presidente del Lanciano Social Club è un amante del mondo associativo, ma la sua personale passione non basta più, come lui stesso ci confida: «Io amo le associazioni italocanadesi, sono in contatto con tanti club, tra cui quello abruzzese. Io alla mia età ci tengo, ma i giovani hanno perso interesse in queste cose, certo c`è qualcuno a cui piace portare avanti la cultura italiana, ma sono eccezioni, non basta – continua Guido Ciccocioppo – Il nostro club è ancora attivo, organizziamo il torneo di bocce, il picnic e le feste, ma il numero dei membri sta diminuendo di anno in anno, credo sia destinato a chiudere fra meno di dieci anni».
Parole realiste, ma con un po’ di speranza in più, arrivano dal presidente del club La Valle del Torbido, organizzazione nata 11 anni fa con lo scopo di portare la vera cultura calabrese in Canada. «Condivido le parole del Console – racconta il presidente Toni Carabetta – ho letto anche gli interventi delle varie associazioni e devo dire che sono sempre gli stessi argomenti su cui discutiamo da 10 o 15 anni».
Secondo il presidente del club calabrese bisognerebbe offrire ai giovani delle reali occasioni per partecipare alla vita associativa. Carabetta individua infatti, un preciso fattore che attualmente ostacola la partecipazione giovanile: «Io sono convinto che si debba dare spazio ai giovani, ma bisogna realmente offrire loro delle opportunità, dar loro fiducia. Spesso nelle associazioni i giovani vengono frenati dai membri più anziani. Dobbiamo lasciarli fare».

Durante la frittulata annuale, evento culturale-culinario organizzato dalla Valle del Torbido, la partecipazione giovanile non manca, ma secondo Carabetta la paura di un no o la timidezza impediscono ai ragazzi di prendere l`iniziativa, avanzando delle proposte. Il presidente però ci tiene a sottolineare come la sua porta sia sempre aperta per i giovani del suo club.
Riguardo al tema della collaborazione tra le varie associazioni, il presidente del club calabrese ha le idee molto chiare: «Io sono convinto da anni che serva un ombrello che raccolga tutte le organizzazioni italocanadesi, perché siamo tutti italiani, nessuno di prima o seconda classe, e dobbiamo mettere da parte il regionalismo se vogliamo che la comunità sopravviva».
Fiducia ai giovani e collaborazione tra i club è la ricetta calabrese per il futuro del mondo associativo.

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«Coinvolgere anche le comunità italiane dell’Ovest»

Posted on 25 November 2009 by Caterina

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Regina (Saskatchewan)

di CHIARA DURANO

REGINA (SASKATCHEWAN) – Pochi lo sanno, ma l’emigrazione italiana in Canada non si è fermata all’Ontario e al Québec ma – già dalla fine dell’800 – i primi emigrati italiani si sono spinti fino alle lontane province dell’Ovest per lavorare nelle miniere di carbone e nella costruzione della ferrovia. In Saskatchewan, ancora oggi, la comunità italo-canadese è numerosa e molto attiva nel preservare il legame con la propria terra d’origine. «La comunità italiana di Regina conta circa 13.000 persone», racconta il Cavalier Sebastiano Deiana, presidente del Guglielmo Marconi Italian-Canadian Club.

In tempi recenti anzi, la crisi economica ha portato molti giovani italo-canadesi dell’Ontario a trasferirsi nel Saskatchewan in cerca di lavoro, in particolare nell’industria edilizia locale che pare non aver accusato il duro colpo della recessione. «Quando questi giovani arrivano dall’Ontario cerchiamo di aiutarli ad ambientarsi e inserirsi nella comunità», continua Deiana, che da dieci anni presiede il Club Marconi.

Fondato nei primi anni ’50 come punto di ritrovo e società di mutuo soccorso, si è allargato negli anni fino a comprendere 400 famiglie e oltre mille membri iscritti. Gli italo-canadesi di Regina provengono da tutta Italia, molti da Abruzzo e Molise, in particolare dalla regione de L’Aquila. «La comunità italiana è molto ben voluta e rispettata dalla società di Regina», racconta Sebastiano Deiana, arrivato in Canada dalla Sardegna nel 1964, a 17 anni, per raggiungere i fratelli che già lavoravano nel Saskatchewan. Oggi è un membro molto attivo della comunità, agente consolare e imprenditore edile, settore di cui si occupano gran parte degli italiani della provincia. L’associazione cerca di tenere vive le tradizioni e la cultura italiana attraverso gruppi di danza folkloristica, come Le Campagnole, molto popolari e richieste per festival e eventi culturali, oltre a gruppi sportivi di calcio e bocce e una scuola di italiano frequentata da persone di tutte le età, compresi canadesi che desiderano imparare la lingua di Dante.

Come molti membri di associazioni italo-canadesi, anche Sebastiano Deiana è consapevole della necessità di coinvolgere i giovani – la terza generazione – per fare in modo che l’identità italiana e il legame con l’Italia non vadano persi: «Inserire i giovani nella comunità e nelle attività del nostro club è fondamentale per tenere viva la nostra cultura – afferma – il problema dei giovani italo-canadesi è una certa pigrizia, non sempre sono pronti a partecipare, vanno un po’ pregati. Magari sono interessati o affascinati dalle proprie origini ma è difficile per loro fare lo sforzo, per esempio, di imparare l’italiano e continuare a parlarlo».

La ricetta per coinvolgere i giovani, secondo il presidente del G. Marconi Club, potrebbe essere quella di organizzare attività e iniziative che riuniscano le varie generazioni, in modo che possa esserci uno scambio fra i giovani e i più anziani. E anche, col tempo, un “passaggio di testimone” importante per la sopravvivenza stessa delle associazioni. «Per spingere i giovani ad essere più partecipi, dovremmo puntare di più anche sulle iniziative che riscuotono maggiore interesse presso di loro, come il calcio, per esempio. Sarebbe bello organizzare almeno una volta l’anno un grande torneo a livello nazionale, che riunisca i club sportivi di tutte le province», propone. Il presidente del G. Marconi Club si dichiara infatti pienamente d’accordo con le proposte avanzate dal console Gianni Bardini nella lettera al Corriere Canadese, come quella di una “Festa Italiana” che riunisca tutte le province.

Sebastiano Deaina condivide anche l’invito ad una maggiore collaborazione fra le numerose associazioni italo-canadesi. In particolare, insiste sulla necessità di coinvolgere le comunità dell’Ovest del Canada e non limitare le attività e gli incontri a Montréal e all’Ontario: «Ci sentiamo un po’ “orfani” in questa parte del Paese – dice – sarebbe utile se i consolati e l’ambasciata si mettessero d’accordo per mantenere il dialogo tra le associazioni in tutto il Canada, a livello nazionale. West compreso».

Il futuro della comunità, delle associazioni italo-canadesi e del loro legame con l’Italia, secondo Sebastiano Deiana è legato ai giovani e al loro impegno: «Tra vent’anni, le associazioni continueranno le loro attività se si riuscirà a inserire i giovani, dipende tutto dal loro impegno, che deve essere costante e continuare nel tempo».

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Antezza: concentriamo le nostre forze sull’italianità

Posted on 25 November 2009 by Caterina

L’appello: dopo il primo intervento sul Corriere Canadese «il console faccia da mediatore»

Di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – «Dobbiamo concentrare le nostre forze sull’italianità» per superare le divisioni e per attirare i più giovani. È quanto propone Vincenzo Antezza, membro della Commissione dei lucani all’estero per il Canada e tra i fondatori della Basilicata Cultural Society. Antezza denuncia la frammentazione nella comunità italiana, dopo la lettera del console pubblicata dal Corriere Canadese.
«Il punto di vista del console è molto valido – sostiene – però personalmente credo che fino a quando ci saranno i “senatori” sarà impossibile che le sue proposte diventino realtà». I «senatori» per Antezza sono la «casta della comunità, i soliti nomi che pensano solo a proteggere il loro orto», spiega. Una situazione che deriva, secondo il parere di Antezza, al legame esclusivo con regioni o paesi d’origine. «Se noi portiamo avanti solo la cultura locale – continua – rimarremo da soli. Dobbiamo concentrare le nostre forze sull’italianità. Ecco perché dico che non c’è la disponibilità, perché i gruppi sono ancora troppo radicati all’appartenenza regionale e non vogliono andare avanti».
Come superare questo ostacolo? Secondo Antezza, «bisogna superare l’orgoglio personale, smettere di dire “la mia regione o la mia cultura è migliore della tua”. Questi sono ragionamenti che penalizzano la comunità. Se facciamo un esame di coscienza e mettiamo da parte l’orgoglio, che va sempre a scapito della comunità, si può fare ancora molto. Però dobbiamo promuovere il concetto che siamo di origine italiana, e partire da questa base». Un discorso che vale ancora di più oggi, secondo Antezza, per i giovani italo-canadesi di seconda o terza generazione.
«Da anni – prosegue – cerco di portare avanti questa idea di unire le associazioni. Con i matrimoni misti e con il passare del tempo, infatti, non ci sono più solo lucani o siciliani, per esempio, ma persone di origine italiana. Quindi, per me, le associazioni e le federazioni devono collaborare di più, oltre a un’appartenenza di tipo regionale». Divisioni che Vincenzo Antezza dice di aver sperimentato in prima persona, citando per esempio la mancanza di un’ampia collaborazione per un progetto teatrale rivolto agli italo-canadesi promosso quest’anno. «Quando ho presentato la rappresentazione teatrale “Ammerika!” – ricorda – con il sostegno dell’Istituto italiano di cultura, dei patronati e della Federazione pugliese, ho contattato anche altre federazioni e associazioni per allargare le collaborazioni. Ma nessuno si è fatto avanti, perché dicevano di essere impegnati con i loro eventi. Gli autori dello spettacolo erano disponibili anche a fare dei workshop sulla recitazione, ma a distanza di due mesi non mi è arrivata nessuna risposta neanche dal Centro Scuola. Alla fine, abbiamo organizzato con successo i workshop nella scuola Cardinal Carter con oltre 100 studenti, anche non italo-canadesi».

Sul dibattito scatenato dalla prima lettera del console alla comunità, pubblicata dal Corriere Canadese lo scorso ottobre, Antezza dice che gli interventi dei rappresentanti di associazioni e federazioni sono validi, «ma adesso – continua – bisogna mettere il mulo davanti al carretto e cominciare a camminare».
Il ruolo del console Bardini, in questo senso, per il rappresentante dei lucani può essere centrale, e «non dovrebbe fare solo raccomandazioni – aggiunge Antezza – ma dettare anche delle regole, facendo da mediatore. In fondo, tutte queste associazioni ricevono fondi dal governo italiano e dalle Regioni, e quindi potrebbero partire anche delle direttive». Secondo Vincenzo Antezza, il primo intervento concreto del console dovrebbe essere una riunione con tutti i rappresentanti «riconosciuti dalle regioni». Ma l’idea del segretariato può andare bene «solo se sarà autonomo – puntualizza – e non dipendente da enti come il Centro Scuola». Anche Antezza ritiene che la chiave stia nel dare spazio ai giovani: «Bisogna mettersi a disposizione per dare consigli, non per imporre il proprio modo di vedere, perché i giovani non si riconoscono nella mentalità e nel modo di fare dei più anziani. Dobbiamo dare loro spazio». Per promuovere la cultura e la lingua italiana tra i giovani con successo «servono workshop, viaggi sovvenzionati dal governo e dalle regioni, collaborazione con università – continua – per organizzare più appuntamenti culturali, per esempio portando i giovani a vedere i documentari e fare in modo che questi mezzi arricchiscano la loro cultura».
Più spazio ai giovani, quindi, ma anche alle comunità italiane dalla Gta in poi. «Non bisogna dimenticare la presenza di molte comunità italiane nelle periferie, non solo a Toronto. Ma purtroppo sembra mancare l’interesse di promuovere la cultura italiana, e la cultura in generale», dice. Il sostegno del consolato a favore delle associazioni giovanili è però «a un buon punto di partenza – commenta Antezza – e anche Veronica Ferrucci sta facendo un buon lavoro. Spero che Gianni Bardini possa riuscire ad andare avanti, come mediatore per i bisogni della nostra comunità».

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«Bisogna investire nello studio della lingua italiana»

Posted on 23 November 2009 by Caterina

Roberto Zuzek
Roberto Zuzek

di MARIELLA POLICHENI

TORONTO – “Ci adoperiamo per trasmettere ai nostri figli i costumi della nostra Regione, i valori della famiglia e la joie de vivre che sono parti integrali del carattere del popolo ligure”, si legge sul sito web del Gente de Liguria (www.gentedeliguria.ca). È una associazione, questa dei liguri in Canada fondata nel 1984, impegnata a conservare e continuare le tradizioni culturali e gastronomiche e che dell’orgoglio delle proprie origini ha fatto il suo punto di forza.
È con Roberto Zuzek, presidente dal 2005, originario di Rapallo (Genova) ed in Canada dal 1981 che parliamo di associazionismo nella terra dell’acero, del suo futuro alla luce della situazione attuale e dei suggerimenti avanzati dal Console generale d’Italia Gianni Bardini nella sua lettera aperta pubblicata dal Corriere Canadese.
Signor Zuzek condivide le opinioni espresse dal Console Bardini nella sua lettera aperta sull’associazionismo italo-canadese?
«Si, condivido in pieno le opinioni espresse dal Console Generale, e sono contento che finalmente un rappresentante del governo italiano in questa circoscrizione abbia avuto il coraggio di stimolare un dibattito su basi più vive e lucide circa il futuro dell’associazionismo, al di là delle solite lamentele e delle frasi retoriche che purtroppo si continuano a sentire e leggere. A mio modo di vedere è giusto che le associazioni, che bene o male costituiscono la quasi totalità della struttura comunitaria, riflettano seriamente sul loro futuro per il beneficio della intera comunità di domani. Il direttivo di Gente de Liguria sta seguendo questa linea».
Lei è il presidente del Gente de Liguria Club: i giovani partecipano?
«Scarsamente. È anche vero che i liguri in Canada sono pochi, ma ciò nonostante la nostra esperienza nel reclutare la seconda generazione è stata purtroppo negativa. Al momento stiamo cercando di vedere se attraverso iniziative della Regione Liguria come ad esempio i corsi di formazione di italiano a distanza, riusciamo a stimolare l’interesse della terza generazione che alcuni di noi ritengano possa avere maggiore interesse a riscoprire le proprie radici».

Molte associazioni lamentano la scarsa partecipazione delle nuove generazioni: cosa bisognerebbe fare per coinvolgerli maggiormente?
«Dall’esperienza della nostra associazione credo che sarebbe più utile e coerente ragionare prima circa l’eventuale ruolo delle nostre associazioni nel futuro. Io credo che pur mantendo lo spirito degli ideali codificati nello statuto, il ruolo dell’associazione sia di trasformarsi in un’ambasciatrice delle nostre origini e tradizioni verso un audience più vasto. Solo così, credo, si potrà suscitare un interesse da parte di generazioni più giovani anche se di etnicità diversa».
Secondo lei i club e le associazioni sono destinate a morire?
«Lamentabilmente sì, credo che l’associazionismo tradizionale sia purtroppo, ma inevitabilmente, destinato all’estinzione. Lo dico con amarezza ma anche con molto rispetto perché ritengo che abbia svolto un ruolo fondamentale e insostituibile. Credo però stiano venendo meno le sue ragioni di essere: il forte radicamento con l’Italia della prima generazione e l’esigenza di mutua assistenza nell’integrazione in una società diversa. Il direttivo dell’associazione Gente de Liguria, che presiedo, è da anni attivissimo nella ricerca di soci della nuova generazione attraverso iniziative mirate purtroppo senza risultanti rilevabili».
I giovani italo-canadesi sono interessati a mantenere in vita la cultura e le tradizioni dei paesi di origine dei genitori e dei nonni, oppure si sentono canadesi a tutti gli effetti e questo desiderio è pressochè nullo?
«Non credo di poter esprimere un’opinione generale al riguardo in quanto io rappresento solo una piccolissima parte di giovani italo-canadesi, quelli di origine ligure iscritti alla nostra associazione. Per loro posso dire che senz’altro amano la nostra terra (e chi non lo farebbe?) e la nostra lingua, ma si sentono canadesi».
Quale è secondo lei lo stato di salute della lingua italiana? C’è interesse a studiarla oppure col tempo nessuno frequenterà più corsi di italiano?
«Io credo che il ruolo della lingua italiana sia fondamentale sia come collante per le associazioni, sia come porta d’entrata a tutto ciò che è “Italia”. Credo che le istituzioni debbano investire fortemente per lo sviluppo della lingua italiana attraverso campagne di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in particolar modo la realtà multietnica canadese odierna».
Secondo lei come si può fare innamorare i giovani dell’Italia?
«Fare innamorare i giovani o chiunque altro dell’Italia non credo sia cosa difficile. Il mezzo è il messaggio diceva Marshall McLuhan».
È d’accordo con il Console sull’importanza di creare a Toronto una scuola bilingue (italiano-inglese) dove studiare la storia, l’arte, la lingua italiana? Potrebbe avere successo?
«Si, credo inoltre che si possa trarre insegnamento da esperienze analoghe fatte dalla Francia e altri paesi nel mondo».
Cosa è, secondo lei, l’italianità?
«Italianità è un feeling che chi lo ha, lo conosce. Anche se ha un cognome straniero come il mio».

 

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Ferri: «Positivo il messaggio del console sui musei»

Posted on 21 November 2009 by Caterina

Il co-fondatore del Museo Amici invita alla collaborazione per i progetti sull’emigrazione

Di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – “La memoria comune è importantissima”, ha scritto il console generale Gianni Bardini nella sua lettera alla comunità del 14 ottobre. “Ricerche, documenti e testimonianze sulla storia dell’emigrazione meritano di essere promossi e meritano di essere sostenuti gli enti che di ciò si occupano”, e tra questi, il console cita proprio il Museo Amici e il Museo dell’immigrazione in Canada Pier 21.
«Il fatto che il console abbia scritto questo messaggio – commenta Mario Ferri (nella foto), co-fondatore del Museo Amici assieme ad Antonio Porretta e consigliere comunale di Vaughan – è molto positivo. Ribadisce la necessità di andare avanti e mostra l’appoggio del Consolato. Il sacrificio, il lavoro e il contributo degli italiani nel Paese è enorme e bisogna far capire alle generazioni di oggi e del futuro tutto ciò che è stato fatto, in tutti i settori. Man mano che il tempo passa rischiamo di perdere la memoria. Se la comunità italiana non si alza e non è presente ora – è il monito di Mario Ferri – perderemo un’opportunità importantissima».
Conservare la memoria storica degli emigrati italiani in Canada è la missione del Museo Amici (Association for the Memory of Italo-Canadian Immigrants), nato due anni fa nel Community Centre di Maple. Un centro che ha già richiamato centinaia di persone nel corso di eventi e mostre, ma che ha ancora bisogno del contributo di chi quella storia l’ha fatta, la comunità italo-canadese.
Sono due i progetti più importanti per il futuro del museo. Il primo, su cui l’associazione sta lavorando, è una biblioteca della memoria «per registrare le storie delle famiglie che sono emigrate in Canada e dei nostri concittadini che hanno avuto successo», spiega Mario Ferri, La seconda iniziativa è una collezione di documenti e oggetti legati alle storie di tanti italiani emigrati in Canada. «La risposta degli italiani è stata grandissima – dice Ferri – ma si può fare di più per realizzare questi progetti. Ci sono molte opportunità per partecipare. Per esempio stiamo preparando la mostra del presepio per illustrare la tradizione italiana del Natale e della Befana. Ci servono sempre volontari che diano una mano. Poi ci occorre il sostegno economico, con dei fondi per portare avanti i nostri progetti».

E c’è molto lavoro da fare anche per la collezione dei cimeli della comunità italo-canadese. «È necessario avere lo spazio adeguato per esporre gli oggetti in maniera ordinata – sottolinea Ferri – oltre che l’assicurazione per garantire che siano protetti da furti o danni. Abbiamo ricevuto fondi dall’Ontario Trillium Foundation per l’amministrazione, per il resto dobbiamo fare raccolte di fondi. Più ne arriveranno, e prima riusciremo a realizzare queste iniziative».

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L’italianità vista da Silipo

Posted on 19 November 2009 by Caterina

«Sì all’associazionismo senza perdere d’occhio la realtà canadese»

Di MARIELLA POLICHENI

TORONTO – «Come coinvolgere i giovani? Una domanda da un milione di dollari. Non ho la risposta, ma sono convinto che il coinvolgimento derivi dall’interesse per cui è necessario dare loro spazio, far sì che organizzino gli eventi che desiderano. Di certo anche a loro piace riunirsi, è il modo che deve cambiare».
Per Tony Silipo la lettera inviata dal console Gianni Bardini al Corriere contiene un’analisi e una serie di proposte interessanti, ma anche tanti quesiti ai quali è difficile rispondere.
«Il console puntualizza cose giuste, il suo scopo è quello di avvicinare la realtà italocanadese a quella italiana – dice il presidente della Federazione dei calabresi dell’Ontario, Tony Silipo (nella foto) – dobbiamo però tener presente che viviamo in Canada per cui penso che associazioni e club dovrebbero indirizzarsi verso la realtà canadese, la nostra realtà». Che i sodalizi non attraversino un momento felice è risaputo secondo l’avvocato nato a Martore nel 1957, che la realtà italocanadese la conosce bene. «C’è stato un periodo in cui abbiamo trascurato l’associazionismo – aggiunge Silipo – negli ultimi dieci anni è cresciuta la presenza delle federazioni che secondo me hanno rappresentato la risposta al vuoto che esisteva. In fondo siamo una comunità grande e ci identifichiamo anche con l’identità regionale».
È importantissimo il ruolo delle federazioni, a parere di Tony Silipo, è importante la loro funzione di coordinamento per i club e le associazioni: «È un ruolo di grande peso. Noi della Federazione calabrese cerchiamo di essere attivi nella comunità, di diventare un punto di riferimento, di coinvolgere i giovani organizzando anche viaggi in Italia e soprattutto di costruire il Centro Calabria che sarà sede di una biblioteca, di un centro vendita di prodotti tradizionali calabresi, di un campo di calcio e di vari campi di bocce, di un bar, di un internet cafè, di una piazza come punto di incontro ideale. Al Centro Calabria potranno riunirsi e organizzare i loro eventi anche i piccoli sodalizi, che non hanno soldi per una sede». Vuole essere un ponte tra Canada e Calabria, il Centro Calabria: «Sarà un simbolo di unità, di continuità per i calabresi in Canada capace di superare le divisioni che caratterizzano purtroppo la vita di tanti sodalizi non solo calabresi – dice ancora Silipo – sarà anche un modo di essere presenti come comunità nella società canadese». Il futuro dei sodalizi, per Silipo, non è particolarmente roseo ma neppure infausto. «Non credo che siano destinati a scomparire ma a cambiare la loro struttura. Diminuirà certamente il numero delle persone coinvolte, ma continueranno a vivere perché ci sarà sempre il bisogno di stare assieme, di sentirsi legati dalle stesse tradizioni e dalla stessa cultura».
Cultura vuol dire anche studio della lingua italiana, fattore d’identità forte che le nuove generazioni dovrebbero difendere: «L’insegnamento dell’italiano, nonostante il momento difficile, non è destinato a scomparire perché molti giovani di origine italiana sono interessati al suo studio – dice Silipo – è nostro compito invece risvegliare l’interesse per la lingua di Dante negli altri, bisognerebbe riuscire a portare i giovani in Italia a scoprire le città d’arte per farli innamorare e far nascere il desiderio di parlare la lingua italiana».
La scuola, in genere, e lo studio dell’italiano in particolare, sono temi cari a Tony Silipo che, oltre ad essere stato un fiduciario scolastico del Board of Education dal 1978 al 1990 e presidente dello stesso organismo per un anno, ha ricoperto la carica di ministro dell’Istruzione dell’Ontario dal 1991 al 1992 nel governo Ndp di Bob Rae. «Mi rattrista pensare che al tempo abbiamo perso la battaglia per l’insegnamento dell’italiano nelle scuole nell’ambito dell’International Language Program – continua Silipo, giunto in Canada a 12 anni – Certo l’italiano si insegna ancora, ma non come ci eravamo prefissi. È stata una battaglia persa, ne fui molto rattristato».
Ma la risposta giusta non è nemmeno la creazione di una forte e prestigiosa scuola italiana bilingue: «Non sono un grosso sostenitore di questa proposta. Certo sarebbe privata perché anche se ipoteticamente potrebbe nascere in seno al Board di Toronto di fatto ci sarebbero molte difficoltà. La Leonardo Da Vinci Academy, tra l’altro, ha fallito nell’intento per cui penso che nel cercare di stabilire una scuola di questo genere perderemmo tempo ed energie che possiamo impiegare in altre direzioni».

Ma l’italianità non è solo lingua, storia e arte secondo il presidente della Federazione calabrese dell’Ontario, l’italianità è un qualcosa di più complesso che identifica la comunità che ha origine nel Belpaese: «Per italianità intendo quello che esprime la cultura italiana nel contesto in cui ci troviamo, nella realtà della nostra comunità: la famiglia, per esempio, le tradizioni e tutti quei valori sui quali si fonda la nostra cultura. L’italianità, per me, è tutto questo».

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«Gli italiani devono superare la frammentazione»

Posted on 18 November 2009 by Caterina

Secondo l’avvocato la comunità rafforzerebbe la sua posizione andando al di là delle culture regionali
di CARLA BONORA

OTTAWA – Crede fortemente nell’associazionismo, nel Congresso come è strutturato, ma vorrebbe sviluppare maggiormente il concetto di italianità perché il Canada è un grande mosaico multietnico, in cui l’Italia gioca un grande ruolo.
Chi parla è l’avvocato Josephine Palumbo, da diversi anni giovane presidente del Congresso Nazionale degli Italocanadesi del Distretto di Ottawa.

Josephine che cosa vuol dire per te italianità?
«Significa essere tutti uniti, andare al di là delle singole regioni e singole culture regionali, senza frammentazioni, per rafforzare e riaffermare il concetto unico di italianità nella società canadese, che è di fatto multietnica e lo sarà sempre di più in futuro. Dobbiamo tenere presente un dato estrememente importante per tutti noi, il mosaico canadese nel quale viviamo. Significa che viviamo in una Nazione multiculturale, dove altri gruppi etnici ne fanno parte e noi, in quanto italiani, che abbiamo contribuito tanto alla storia e allo sviluppo di questo Paese, dovremmo avere un ruolo primario in questa nazione, in questo Paese che non ci ospita più perché ora è anche il nostro Paese ed è su questo che dobbiamo lavorare uniti, con tutte le associazioni, coinvolgendo soprattutto i giovani».

Perché coinvolgere i giovani?
«Se noi lavoriamo per svillupare il concetto di italianità, i giovani italiani di seconda generazione capiranno quali sono i reali benefici dell’essere italiano all’interno della società canadese, saranno loro stessi a lavorare perché saranno visti dagli altri gruppi etnici come esempio di sviluppo per la Nazione e in Canada si rafforzerà sempre più il rapporto con l’Italia».

Perché pensi che soprattutto i giovani debbano essere coinvolti?
«Perché sono il presente e il futuro del nostro patrimonio italiano nella società canadese. Parlando della mia esperienza all’interno del Congresso, noi cerchiamo di portare i giovani, coinvolgendoli nelle numerose attività della comunità italiana di Ottawa. I giovani hanno bisogno di motivazioni concrete per essere coinvolti, anche perché, non dimentichiamo, sono ben inseriti nella società canadese e molti di loro occupano ruoli importanti nei vari campi professionali, nei vari “fields”, ad esempio nella medicina, in campo legale, in quello tecnico, nella ricerca e nel campo artistico. E pertanto, vivendo in una società multiculturale, come la nostra, è importante rafforzare il concetto di italianità, dobbiamo essere uniti come italiani. L’associazionismo rischia di dividere la comunità italiana in gruppi regionali e di conseguenza ci può rendere più deboli nella società canadese, dove gruppi etnici diversi fanno parte di questo grande “mosaico canadese”».

Cosa pensi dell’associazionismo americano?
«A proposito dell’associazionismo americano, guardo a loro con una certa cautela, perché il modo in cui gli italiani si integrano nel Paese è quello che noi definiamo “melting pot mentality”, a differenza della nostra canadese che crede nel multiculturalismo, dove le tradizioni, i valori e le culture sono incoraggiate a svilupparsi, ad essere celebrate e non dimenticate in questo grande mosaico».

Come funziona l’associazionismo qui ad Ottawa?
«Come giovane membro della comunità italiana di Ottawa e presidente del Congresso che riunisce più di 24 associazioni, tra le maggiori di Ottawa, posso dire che la struttura associativa del Congresso, basandomi su recenti commenti e lettere che ho letto sul Corriere Canadese circa la situazione a Toronto, mi sembra sia più organizzata qui ad Ottawa. Infatti il Congresso include il Direttivo di cui fanno parte tutti i presidenti delle associazioni che sono nel Board: ci riuniamo minimo quattro volte l’anno, discutiamo ciò che è importante per la nostra comunità, organizziamo vari eventi come la serata che ha premiato i giovani talenti italocanadesi che si sono distinti, “Italian Canadian Youth Recognition Awards” e ancora per i giovani, il premio Giovanni Caboto, borse di studio interamente dedicate ai giovani che si sono distinti nelle due università di Ottawa. Inoltre, quest’anno, durante la settimana italiana, abbiamo organizzato una serata degli assaggi “Italian Wine and Food Show” per la raccolta fondi per i terremotati in Abruzzo in collaborazione con la Croce Rossa Canadese ed altre associazioni».
Quindi un accento tutto sul concetto di italianità, Josephine Palumbo lo sottolinea più volte durante l’intervista, italianità che potrebbe essere il veicolo per unire la comunità italiana, rafforzando sempre più le relazioni bilaterali tra Italia e Canada.

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