GiovedÌ 17, Maggio, 2012

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Gregory Grande: sfide ancora aperte per gli italo-canadesi

Posted on 09 November 2009 by Caterina


Buone le proposte, ma «il compito di unificare la comunità spetta al Congresso»
Di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – «La lettera del Console Gianni Bardini in teoria è positiva, ma in pratica il compito di unificare, rappresentare e promuovere la comunità spetta al Congresso nazionale degli italo-canadesi, fondato nel 1974». È questa la risposta di Gregory Grande, presidente del National Congress of Italian Canadians, sezione dell’Ontario, al documento sul futuro della comunità inviato dal Console generale e pubblicato dal Corriere Canadese.
«È bene che il Console esprima le sue idee – ribadisce Gregory Grande – ma il suo compito è rappresentare l’Italia e fornire dei servizi agli italiani nel nostro Paese, non organizzare, promuovere e rappresentare la comunità italo-canadese. Bardini ha ignorato il compito del Congresso nella comunità, ed è un male».
Gregory Grande ricorda che il Congresso, sulla base del suo statuto, è il punto di riferimento per riunire tutte le associazioni e «guidare il successo della comunità, almeno un milione e mezzo di italo-canadesi, 845mila solo in Ontario, il 90-95 per cento dei quali è pienamente integrato nella società canadese».
Cosa pensa delle proposte del Console per unire e coordinare club e associazioni?
«Le associazioni non dovrebbero essere amministrate da un segretariato o dalle federazioni, ma devono essere autonome, nel rispetto dei bisogni delle singole organizzazioni. E poi, dal punto di vista pratico, persino le Federazioni al loro interno non sono in grado di coordinare tutti i club membri».
Molti sostengono che i club rischiano di scomparire, lei è d’accordo?
«I club soffrono. I giovani sono ancora orgogliosi delle loro origini, ma non c’è più la partecipazione di una volta perché le loro famiglie hanno fatto di tutto per dar loro le migliori opportunità e raggiungere il successo nella società canadese, quindi non sentono il bisogno di aggregarsi come una volta. Per questo le associazioni dovrebbero essere più creative, aperte e flessibili ai bisogni delle nuove generazioni. Bisogna far sì che i giovani siano orgogliosi delle loro origini, della storia italiana e del made in Italy, tenendo presente allo stesso tempo che la pensano alla maniera canadese. Per questo non bisogna sventolare solo la bandiera italiana, ma quella del multiculturalismo. Come diceva il motto del Corriere Canadese: “Proudly Italian, Fiercely Canadian”».

Rafforzare il legame tra associazioni, come proposto dal Console, è un’iniziativa da portare avanti comunque?
«Sì, ma nella direzione di una maggiore partecipazione ai lavori del Congresso. È inutile creare altre strutture, quando una c’è già, sia a livello nazionale che regionale e distrettuale».
Dal 1974 ad oggi, crede che il ruolo del Congresso sia ancora valido per la comunità?
«La missione nel Congresso è ancora viva, oggi come negli anni Settanta perché tanti sono ancora i problemi da affrontare, oltre alla diffusione della lingua e della cultura italiana: la promozione dei giovani e delle donne italo-canadesi nella società; la lotta alle discriminazioni; i bisogni degli anziani, moltissimi e spesso in lista d’attesa per un posto nelle case di riposo».
Quindi per lei, oltre al futuro dell’associazionismo, la battaglia contro ingiustizie e discriminazioni non è ancora conclusa?
«Ci sono ancora molte discriminazioni, solo che mentre negli anni Cinquanta erano più evidenti, aperte, oggi colpiscono i nostri giovani preparati ma sono meno visibili. Come mai non abbiamo ancora un premier o un primo ministro di origine italiana? Non si dica che non abbiamo persone preparate per raggiungere le cariche più alte di governo. Dobbiamo chiederci perché non abbiamo raggiunto quelle posizioni a livello provinciale e federale. Purtroppo, però, vige ancora il concetto che per essere primi ministri occorre avere origini anglosassoni o francesi. Bisogna fare in modo che i giovani ricevano la guida e l’aiuto della nostra comunità, per raggiungere i posti più elevati della nostra società. Molti italo-canadesi, poi, per fare carriera sono andati all’estero. Pensiamo a un italo-canadese come Sergio Marchionne, per esempio. Eppure, molta gente non si accorge neanche di queste barriere. Noi non siamo il “caucus” della pizza o degli spaghetti. Il Congresso continua a livello diplomatico a fare questi discorsi ai premier e ai politici».
Dunque per i giovani non solo fondi per viaggiare in Italia?

«Le borse di studio per viaggiare in Italia sono certamente importanti, ma limitate rispetto ai bisogni dei nostri giovani».
L’italiano è a rischio?
«Bisogna andare avanti e promuovere l’idea che saper parlare un’altra lingua è un bene prezioso. Ma anche essere realisti: col passare del tempo la lingua comincia a perdersi. Non per questo però i giovani sono meno italo-canadesi».
E per non perdere la propria identità?
«Certo, col passare del tempo rischiamo che i giovani perdano il senso delle loro origini. Indubbiamente vediamo l’esempio degli Stati Uniti, dove molti italiani hanno persino cambiato il loro nome, e nonostante ciò anche lì le posizioni più alte sono ancora lontane da raggiungere».
Negli Usa però si sta rafforzando sempre di più una organizzazione come la Niaf, mentre in Canada la comunità è molto divisa. Come mai?
«La differenza tra Usa e Canada è che i primi hanno una organizzazione molto forte, con molto personale. Purtroppo il Congresso nazionale non ha le stesse risorse economiche. Abbiamo bisogno di persone qualificate in diversi rami, ma senza i fondi dovremo andare avanti un passo alla volta, mattone dopo mattone. La nostra è una comunità vastissima, che va da Vancouver al Newfoundland, ci vuole una rete di comunicazione forte. Poi servono persone per condurre delle ricerche sullo stato e sul futuro della nostra comunità».
Qual è, secondo lei, il futuro della comunità italo-canadese?
«Il futuro della comunità è molto florido. La nostra è una delle più fiorenti, abbiamo dato un grandissimo contributo in tutto il Paese, come sottolineano spesso premier e ministri. Abbiamo fatto passi da gigante nel mondo economico e finanziario. Ma non c’è ancora la solidarietà che serve per fare pesare l’italianità in Canada».
Perché?
«La solidarietà nasce quando ci sono dei bisogni. Purtroppo la nostra comunità è troppo individualista, ognuno cerca di far successo senza l’aiuto della comunità. Io mi auguro che ci sia un cambiamento con le nuove generazioni, ma è un processo molto lento. Dobbiamo convincere i giovani ad essere uniti, a guardare al benessere della comunità. E per far questo serve l’impegno di persone credibili e preparate».

Il Console propone anche un maggiore sostegno per musei e iniziative rivolte alla memoria storica, lei è d’accordo?
«La nostra comunità dovrebbe dare un grande impulso a queste opere, sia dal punto di vista della presenza che delle risorse finanziarie, seguendo l’esempio delle 23 famiglie italo-canadesi che hanno permesso l’apertura della Galleria Italia all’Ago grazie alle loro donazioni. L’ostacolo maggiore è che tanti italiani non sono disposti a fare lo stesso perché magari pensano al benessere personale e a quello della propria famiglia».


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«Sfatiamo un mito, i giovani sono impegnati»

Posted on 06 November 2009 by Caterina

L’ex docente sottolinea l’importanza dei piccoli club: le nuove generazioni sono ancora «legate alle origini dei genitori»

Di MARIELLA POLICHENI

TORONTO – Sono tanti i miti da sfatare, secondo Domenico Servello  che dopo trent’anni in Canada, sente di poter dire la sua sul futuro dell’associazionismo e della lingua italiana. La lettera del Console Gianni Bardini offre lo spunto per tante considerazioni, per un dibattito serio e costruttivo sulla comunità italo-canadese e le sue centinaia di sodalizi che, nati nei decenni passati, continuano ad essere un punto di riferimento per le persone originarie del Belpaese. «I club e le associazioni che celebrano i loro quaranta e cinquant’anni di esistenza sono stati fondati in un periodo in cui in Canada vigevano leggi che proibivano l’aggregarsi, il semplice riunirsi per stare assieme era vietato – dice Domenico Servello, presidente da dieci anni del Club Simbario e vice-presidente della Federazione dei calabresi dell’Ontario – oltre a queste difficoltà occorre dire che molti consideravano il far parte di un club in modo negativo, avevano l’impressione che questa loro appartenenza potesse in qualche modo rallentare il processo di integrazione nel Paese che avevano scelto come seconda Patria. Oggi è cambiato tutto, il sodalizio dà sostegno morale, ci sono anche scambi tra club diversi e c’è una sorta di collaborazione per mantenere vive le proprie tradizioni e la propria cultura».
Cultura e tradizioni che i giovani, a parere di Servello, intendono preservare e tramandare ai figli. «Bisogna smetterla di dire che i giovani non partecipano, che non sono presenti agli eventi dei sodalizi dei loro nonni o dei loro genitori – continua nella sua analisi Servello – le nuove generazioni partecipano ma hanno, come è giusto, altri impegni per cui non sono presenti a tutti gli eventi organizzati. Quel che conta è però la volontà di far proprie le tradizioni dei genitori, di sentire nel proprio cuore il desiderio di far vivere anche in futuro i sodalizi fondati con tanto amore dai propri padri». È un attaccamento questo per i club, piccoli o grandi che essi siano, più grande di quanto può essere quello per una federazione. Servello non ha alcun dubbio in proposito: «Far credere ai piccoli sodalizi che la loro sopravvivenza può essere garantita solo dall’aggregazione in una federazione è a parer mio un grosso sbaglio – dice Servello – i giovani si sentono legati alle origini dei propri genitori, al Paese. È proprio il paesello che funge da richiamo sentimentale, che suscita curiosità, che dà una identità precisa. Promuovere questo sentimento è importante perché è proprio su questa base che le nuove generazioni partecipano al club, è il richiamo delle origini». Sentire una spinta a ritroso che porta a scoprire le origini dei genitori e dei nonni, avere un sano desiderio di conoscere quei luoghi dei quali si sente parlare in casa, provare curiosità per il paese: sono queste le molle che fanno scattare la partecipazione dei giovani ai club e alle associazioni. «A portare avanti le tradizioni dei sodalizi sono le giovani coppie che spesso parlano anche con orgoglio il dialetto dei loro genitori – dice Domenico Servello -. Dico questo per esperienza dal momento che tocco con mano questa realtà al Club Simbario che quest’anno festeggia il suo trentasettesimo anniversario».

i miti da sfatare, secondo Domenico Servello, ce ne sono a iosa: da quello che i club stanno morendo a quello della scarsa partecipazione giovanile per finire allo studio della lingua italiana che non interessa le nuove generazioni. «Nulla di più falso – dice Servello, che dopo un passato da insegnante è ora co-direttore del Centro Scuola e Cultura Italiana – non sono affatto d’accordo con chi dice che l’italiano non gode di buona salute in Canada, tutt’altro. Dopo un periodo in cui, forse perché presi dall’ansia di integrarsi in questo Paese, lo studio era stato un po’ abbandonato, oggi è tornato prepotentemente alla ribalta e lo dimostrano le iscrizioni sempre più alte ai corsi di italiano sia per bambini che per adulti. La domanda c’è ed è notevole».
Parlare la lingua di Dante è motivo di orgoglio, è un arricchimento personale che non ha più nulla a che vedere con il bisogno di un tempo di comunicare con il nonno che non conosceva l’ inglese: «L’italiano viene studiato per orgoglio, perché il Belpaese è la terra della cultura, della storia, di città d’arte e di bellezze naturali – continua nella sua analisi Servello – c’è un sincero amore per l’Italia, una riscoperta e un desiderio di dire, senza il timore di essere derisi, sì io sono italiano e me ne vanto». Esporre i bambini alla lingua e alla cultura italiana, parlare loro in italiano, è un modo di avvicinarli e farli innamorare dell’Italia. «Un amore che pian piano va al di là del calcio, della moda o della gastronomia che tutto il mondo conosce e ci invidia», aggiunge l’italo-canadese. La lingua italiana in Canada, secondo Servello, gode ottima salute così come l’italianità che le nuove generazioni sentono con orgoglio. «Cos’è l’italianità? – si chiede Servello – è dire “vorrei parlare la lingua ma anche se non ci riesco bene, vivo, mangio, mi vesto, mi comporto da italiano”».

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«Più cultura per coinvolgere i giovani»

Posted on 04 November 2009 by Caterina


Luigi Gambin-4 novembreSecondo Luigi Gambin è finito il tempo dei sodalizi a misura di emigrante. Sì a una scuola “italiana” bilingue

Di MARIELLA POLICHENI

TORONTO – I facili entusiasmi non si addicono a Luigi Gambin. Al futuro dell’associazionismo, l’uomo di affari di origine friulana, guarda con cautela. «Sono d’accordo con le proposte avanzate dal Console Bardini nella sua lettera al Corriere. Conoscevo già le sue idee in quanto le aveva espresse durante una riunione di qualche tempo fa», dice il presidente della Famee Furlane da 11 anni.
«Secondo me il problema è di carattere pratico, è renderle attuabili che non sarà facile per un problema di mentalità. Operare insieme e in modo coordinato come auspica il Console mi sembra davvero difficile».
Parla forte della sua esperienza nella Famee Furlane Luigi Gambin, analizza la realtà dell’associazionismo con occhio critico. «La verità è che siamo molto frammentati, siamo ancora troppo distanti, le differenze tra regioni e regioni sono molto evidenti, le associazioni tirano acqua al proprio mulino per cui una globalizzazione sotto i colori della bandiera italiana mi sembra un’utopia» dice con grande schiettezza Gambin. «A mio avviso c’è tanta gente che usa i sodalizi per essere nell’occhio della comunità e non per amore vero e disinteressato per la propria origine. Non è detto che non si possa raggiungere con il tempo una certa unità ma sarà un lavoro lungo e difficile».
Alcuni in misura maggiore, altri minore, ma tutti i club e le associazioni stanno attraversando un momento difficile per quel che riguarda il coinvolgimento dei giovani, gli unici che possono garantire un futuro ai sodalizi nati negli scorsi decenni. «Dire che i club e le associazioni siano destinati a scomparire mi pare un po’ eccessivo al momento anche se in futuro è probabile che possa succedere – dice il businessman di grande successo che ha contribuito alla nascita di Villa Leonardo Gambin, struttura per cure a lungo termine che porta il nome del padre – il giovane non sente più l’attaccamento e per alzare il livello di partecipazione alla vita delle associazioni occorre, come suggerisce il Console, organizzare eventi culturali capaci di far presa sulle nuove generazioni. È evidente che oggi viene a mancare lo scopo per i quali le associazioni sono nate ovvero il bisogno di stare assieme, di parlare la propria lingua che motivava gli emigranti un tempo. I giovani parlano perfettamente l’inglese, hanno amici, sono integrati meravigliosamente nella società canadese per cui coinvolgerli nei sodalizi dei loro nonni e dei loro genitori è possibile ma a patto di cambiare il tiro e puntare più in alto dal punto di vista culturale».

Sono progetti, questi, secondo Gambin, che richiedono fondi e che quindi necessitano di aiuti esterni: «Sia il Consolato che il governo italiano dovrebbero mettere a disposizione eventi di arte, cultura, spettacolo che provengono direttamente dall’Italia affinché si possano organizzare serate di grande spessore culturale da destinare ai giovani – continua Gambin – l’aiuto delle istituzioni è fondamentale per poter realizzare questi progetti ambizioni ma necessari per fare il salto di qualità».
Così come un aiuto dal Belpaese servirebbe, secondo il friulano originario di Codroipo in provincia di Udine, per far nascere una scuola “italiana” bilingue che si focalizzi sulla cultura e sulla storia italiana: «Una scuola che dovrebbe essere chiaramente privata dal momento che dubito fortemente che il governo provinciale o quello federale vogliano aiutare in tal senso» dice Gambin. «Fatta bene e in modo serio sarebbe una iniziativa molto positiva».
Bisogna far scattare nei giovani la molla dell’orgoglio («Noto che verso i trent’anni, dopo un periodo di indifferenza, i giovani desiderano riscoprire la propria cultura», dice Luigi Gambin) per spingerli anche a studiare la lingua italiana: «È una lingua che serve per comunicare con la madre Patria, con i parenti in Italia ma non è una lingua usata per motivi di lavoro – aggiunge Gambin – studiarla serve ad accrescere la propria cultura e mantenere i vincoli affettivi con il proprio Paese di origine».
È un concetto difficile da definire quello di italianità, secondo Gambin, da oltre quarant’anni in Canada: «Sono nato in Italia e mi vanto di essere italiano, coltivo i legami con parenti ed amici che vivono in Italia – conclude Gambin – giudico negativamente però il voto degli italiani all’estero perchè vivendo in Canada conosco bene questa realtà e sento di non avere il diritto di imporre la mia volontà a chi vive lì. Non mi piacerebbe neppure che accadesse il contrario».

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Borse di studio ai giovani anche se mancano i fondi

Posted on 30 October 2009 by Caterina

La parola a: Bersaglieri, Marinai, Club Sannicolese e Cervaro

Di DANIELA DELLA FOGLIE

TORONTO – La lettera del Console Generale Bardini, pubblicata lo scorso 14 ottobre sul Corriere, ha diviso il mondo delle associazioni italo-canadesi. C’è chi si è “messo sull’attenti”, raccogliendo subito l’invito ad una maggiore collaborazione e chi invece ha continuato a cavalcare l’onda di una sfiducia che frena lo spirito d’iniziativa.
Tutti sono però concordi nel giudicare necessario l’intervento di Bardini, quest’ultimo considerato da alcuni, la persona giusta per smuovere il mondo associativo italo-canadese. È di questo avviso Pietro Girardi, presidente dell’Associazione Nazionale Bersaglieri d’Italia: «Ci vuole qualcuno come lui, in questo momento, che sproni la comunità e questa sembra essere la volta buona».
In particolare è stato il problema delle nuove generazioni a raccogliere i maggiori riscontri, la volontà di istituire borse di studio è generalizzata, ma è l’assenza di denaro a frenare gli entusiasmi, come nel caso del Club Sannicolese: «Abbiamo parlato a lungo della possibilità di borse di studio per studenti, ma sono state solo parole, vista la mancanza di fondi», ha confessato Joe Garisto. C’è invece chi è riuscito a concretizzare qualcosa, attraverso una collaborazione diretta con le istituzioni italiane, come ha raccontato Tony Iafano del Cervaro Cultural Society: «Una ragazza del nostro gruppo è stata quattro settimane a Viterbo attraverso un programma della Regione Lazio. Tutto ciò è stato possibile grazie al nostro sostegno».
Le parole del Console hanno spinto a continuare a percorrere la strada degli investimenti sulle nuove generazioni anche tra coloro che da sempre si sono visti impegnati in tali iniziative, come nel caso dei Bersaglieri d’Italia: «Abbiamo organizzato una lotteria di beneficenza – spiega Pietro Girardi – finalizzata alla creazione di borse di studio per i ragazzi che vanno in Italia a studiare. Il Console ha riconosciuto il nostro contributo».
Nonostante le tante associazioni italiane abbiano dimostrato – in questi giorni – diverse reazioni, sembra essere unanime la consapevolezza della necessità di una maggiore collaborazione, così come la voglia di provare a cambiare la situazione. «Un’ottima idea, quella del Console, ma difficile da realizzare. Certo bisogna provarci per sapere se è possibile metterla in atto», dice Joe Garisto.

Giuseppe De Stefano dell’Associazione Nazionale dei Marinai d’Italia conclude: «Penso che l’invito del Console Generale sia una cosa positiva per il mondo associativo, la collaborazione non fa mai male. Noi non abbiamo, al momento, in programma iniziative particolari, ma se ci chiedono di collaborare siamo pronti a farlo».
Tutti quindi, sembrano disposti ad unire le forze, speriamo solo che il tempo non affievolisca le energie ritrovate.

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La ricetta di Giancarlo Amadei: «Dobbiamo coinvolgere i giovani»

Posted on 29 October 2009 by Caterina

Giancarlo Amadei-29 ottobreTORONTO – Dal 1983 ad oggi, tranne due brevi periodi, Giancarlo Amadei è al timone del Circolo Culturale Italiano di Brampton.
Un incarico, quello di presidente, che il livornese di origine, svolge con una passione tutta sua e che dopo tanti anni lo spinge spesso a riflettere sul futuro dell’associazionismo: «Non si può non pensare agli anni che verranno, a cosa succederà a questi sodalizi ai quali abbiamo dato vita con tante belle speranze, con tanto entusiasmo per mantenere la cultura italiana e tutte le belle cose della nostra terra – dice Giancarlo Amadei, in Canada dal 1967, tra i fondatori del Circolo – ho trovato molto interessante la lettera del console italiano Gianni Bardini che rappresenta una occasione in più per pensare a come assicurare la continuità di questi club e di queste associazioni nei prossimi decenni considerato che noi non siamo più dei ragazzini».
Il futuro è la grande incognita di tutti i sodalizi. «Il futuro sono i giovani che però non frequentano i club – tenta un’analisi Amadei, 73 anni – il primo scoglio è rappresentato, secondo me, dalla lingua italiana che i ragazzi non conoscono dal momento che nella maggior parte delle famiglie si parlano i dialetti delle regioni di provenienza, raramente l’italiano, e questo è un handicap».
«La mia osservazione – continua Amadei – non intende colpevolizzare assolutamente nessuno, ma mettere in luce una situazione reale».
È un interesse, quello per la lingua italiana, che spesso nasce con il tempo: «Posso dire per esperienza personale, dal momento che circa 25 anni fa insegnavo corsi gratuiti di italiano nella nostra sede, che ai bambini non importa più di tanto perché con i loro amici parlano in inglese – continua Giancarlo Amadei – quando sono invece più grandi, dei “giovani adulti” come amo chiamarli, invece l’interesse si risveglia così come nasce la curiosità per l’Italia e per il paese di origine dei propri genitori. Si verifica, insomma, un percorso di ricerca a ritroso».
Incoraggiare i giovani a far parte di club e associazioni è fondamentale per dare modo a questi sodalizi di continuare a esistere: «Bisogna invogliarli, farli sentire parte delle varie iniziative e soprattutto organizzare eventi per loro come ad esempio una sfilata di moda giovane, bisogna andare loro incontro e non proporre loro le serate, che interessano solo i genitori e i nonni. Bisogna essere più elastici».

La moda ma anche lo sport, la musica, secondo Amadei, possono rivelarsi importanti per avvicinare le giovani generazioni: «Io ho iniziato a riflettere sul modo di conquistare, se così vogliamo dire, l’attenzione delle nuove generazioni già parecchi anni fa quando il Corriere Canadese iniziò a pubblicare ogni settimana Tandem, che è in lingua inglese e che tratta argomenti che interessano i lettori più giovani che spaziano dal cinema alla gastronomia, dalle mostre di arte all’informatica, dall’attualità alla recensione di libri alla musica italiana – continua Amadei – Penso sia il modo giusto di far nascere in loro la curiosità per l’Italia. Scoprire poi le bellezze naturali, le città d’arte, i monumenti e tutto quello che il Belpaese offre, su riviste specializzate e tramite programmi televisivi, non può che dare maggior forza alla voglia di saperne di più e, perché no, di andare in vacanza in Italia, che in fondo, mi permetta di dire, è il Paese più bello del mondo».
L’amore per l’Italia va coltivato, va aiutato a crescere già all’interno delle famiglie: «All’inizio i ragazzi forse manifestano un certo disinteresse, ma con il tempo nasce dentro loro l’orgoglio e quindi inizia il processo di scoperta delle proprie origini – prosegue Amadei – i miei due figli Davide e Giovanni, per esempio, sono nati in Italia e sono giunti in Canada piccolissimi, ma ancor prima di canadesi si reputano italiani».
L’italianità, quindi, è un amore a 360 gradi per il proprio Paese di origine. «Ed è innanzitutto conoscerne non solo l’idioma, ma anche il modo di pensare, lo stile di vita, i processi della storia che nei secoli hanno portato all’Italia attuale – conclude Giancarlo Amadei – è anche fare sì che non vengano tradotti in inglese i nomi prettamente italiani… Se qualcuno vuole farmi irritare deve chiamare ad esempio Giovanni Caboto John Cabot… e da buon maledetto toscano, come gli amici mi definiscono, mi viene un diavolo per capello…».

MARIELLA POLICHENI

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Sampogna: i club rischiano di scomparire

Posted on 28 October 2009 by Caterina

Per il presidente della “Famco” bisogna riflettere sull’esempio della Niaf

Di CONCITA MINUTOLA
TORONTO – «I club stanno morendo». A dirlo è Franco Sampogna, presidente della Federazione delle associazioni molisane canadesi, dopo la lettera sullo stato dell’associazionismo del Console Generale d’Italia a Toronto, Gianni Bardini.
Da una parte «non si crede che una grande associazione possa funzionare», dice il presidente della Famco al Corriere Canadese. Dall’altra, «i club rimangono piccoli e si impoveriscono sempre più – ricorda Sampogna (nella foto a destra) – perché la comunità invecchia e partecipa sempre meno alle attività e alle feste». Elementi che, insieme alla scarsa presenza dei giovani nei club, mettono a rischio la vita delle associazioni italocanadesi nella Gta, .
Per Franco Sampogna «il Console ha capito questa situazione, e vuole cercare di integrare i club». Ma prima di arrivare a un forte associazionismo basato sull’unione tra vari gruppi «ci vorranno anni», dice. Un obiettivo che sembra ancora più distante, al presidente delle associazioni molisane canadesi dell’Ontario, dopo aver partecipato al weekend del congresso della National Italian American Foundation (Niaf).
La Niaf ha festeggiato il suo 34º compleanno, il 24 ottobre a Washington, alla presenza di personaggi di rilievo nel mondo dell’imprenditoria, dello spettacolo e della politica, come Nancy Pelosi e Janet Napolitano, tutti accomunati dalle stesse origini italiane. «Una bellissima organizzazione, forte – insiste il presidente della Famco – proprio quello che ci vorrebbe qui in Canada, dove invece la mentalità è molto differente. Sembra quasi che un’idea del genere possa togliere qualcosa ai club». La Niaf, nata nel 1975 per rappresentare oltre venti milioni di italo-americani, raccoglie ogni anno «la bellezza di dieci milioni di dollari che vengono usati in gran parte per borse di studio e viaggi per i giovani», ricorda Franco Sampogna.
«Venerdì – continua a raccontare – c’è stata una riunione di 1500 persone da tutti gli Stati Uniti per parlare dei programmi, dei risultati della Fondazione e delle iniziative per l’Abruzzo. Sabato si è svolta una dimostrazione culinaria e di prodotti italo-americani e italiani, poi un’asta per la raccolta di fondi e il gran gala». Sampogna è rimasto particolarmente colpito dalla partecipazione dei giovani, durante la conferenza a Washington. «Tra i giovani italo-americani c’è stato un grande risveglio e si stanno organizzando molto bene adesso – dice – anche se non è una comunità fresca e giovane come quella canadese, figlia della grande ondata migratoria degli anni Cinquanta e Sessanta. Secondo me, ora, si trovano un passo avanti rispetto ai nostri».

Come creare più dialogo e coinvolgere allo stesso tempo le nuove generazioni italocanadesi? «Finché ci sono interessi personali – risponde Sampogna – i giovani non parteciperanno e non saranno coinvolti. Qui in Canada così non si farà mai niente. Io sono presidente del club di Guardia Reggia, che conta da solo 700 membri. Non avremmo bisogno di una Federazione di club, ma la portiamo avanti comunque per offrire qualcosa di più grande». Proprio domenica sera, la Famco ha consegnato sette borse di studio ai migliori studenti di origine molisana. E a livello comunitario, Sampogna si augura che «si possa riuscire a fare un’associazione grossa come quella degli Stati Uniti, dalla partecipazione e dalla struttura forte che va al di là delle origini regionali». Unire i club, però, non basta: «Se non facciamo partecipare i giovani, le nostre associazioni scompariranno – è l’allarme del presidente della Famco – nel giro di dieci anni. Ma mi auguro di sbagliarmi», aggiunge. La Famco riunisce 18 club e ha creato anche un blog per i più giovani. La partecipazione dei giovani è ancora troppo debole anche se, nota, aumenta sempre di più il numero di studenti interessati alle borse di studio offerte dalla Federazione. «Raccogliere i soldi – dice – richiede tempo e dipende dall’impegno individuale, ma noi ce la mettiamo tutta».

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«Dobbiamo far innamorare i nostri giovani dell’Italia»

Posted on 26 October 2009 by Caterina

15-edera

Edera Bohman della Federazione veneta reputa fondamentale il coinvolgimento delle nuove generazioni per immettere nuova linfa nell’associazionismo

MARIELLA POLICHEMI

TORONTO – «Sono d’accordo al 100 per cento con quanto espresso dal console Gianni Bardini nella sua lettera aperta. Anch’io vedo le verità elencate dal console e ne soffro».
È un fiume in piena Edera Bohman, di solito sempre molto riservata, mai una parola di troppo. «È giunto il momento di fare qualcosa per risvegliare un po’ la nostra comunità che si sta fossilizzando, sta perdendo entusiasmo e voglia di fare, non guarda al futuro – dice l’italo-canadese che fa parte del comitato culturale della Federazione dei club e delle associazioni venete dell’Ontario e del Club San Marco – Credo che un comportamento freddo e indifferente non porti da nessuna parte e che dobbiamo impegnarci di più per mantenere vive le nostre tradizioni delle quali dobbiamo essere tanto orgogliosi».
Orgoglio, attaccamento alle proprie origini, senso di appartenenza ma oggi l’associazionismo sta attraversando una nuova fase. «Sono passati vari decenni da quando sono nati i primi sodalizi – dice la Boham nata a San Donà di Piave in provincia di Venezia e giunta in Canada nel 1957 – siamo ora al ricambio generazionale ma occorre trovare il modo di tirar dentro i giovani perché passare a loro il testimone è l’unico modo che abbiamo di far andare avanti quel che noi abbiamo costruito finora».
Ruota attorno ai giovani la possibilità di far vivere a distanza cultura, tradizioni, amore per le proprie origini. «Penso che occorra farli partecipare, coinvolgerli, dare loro dei compiti all’interno delle nostre associazioni e dei nostri club, lasciarli fare – continua Edera Boham – all’interno della Federazione veneta è stato formato un gruppo chiamato Next generation dove Sandro Zoppi, avvocato molto in gamba assieme a tanti altri giovani di origine veneta organizza eventi diversi, dalle lezioni di italiano per i bambini, a piccole gite, a giornate sui campi di sci».
Secondo la Bohman, non esiste una ricetta magica ma di certo occorre muoversi, magari sbagliando, fino a quando si trova la strada giusta: «Insegnare ai nostri figli l’italiano può già essere un passo in avanti perchè la lingua è spesso una barriera – continua Edera – non parlare loro in italiano è un errore commesso dai genitori che non capiscono come conoscere più di una lingua sia un arricchimento personale e nel nostro caso uno strumento dato ai giovani per dialogare, leggere, scoprire la cultura del nostro Paese, una cultura che ci viene invidiata da tutto il mondo».

È un amore questo per l’Italia che si legge negli occhi di Edera Bohman, che si sente nella sua voce quando ne parla, che nonostante gli oltre cinquant’anni in Canada («Un Paese dove mio marito John fu inviato per lavoro e dove siamo rimasti perché ci ha affascinati») non ha perso smalto. «Mio figlio, che purtroppo è deceduto prematuramente nel 2005, parlava un italiano perfetto proprio perché io in casa parlavo in italiano con lui e quando gli era possibile partecipava anche agli eventi della nostra Federazione – confida Edera – adesso sto cercando di far innamorare dell’Italia i miei nipoti raccontando loro dei tanti viaggi fatti con mio marito, delle bellezze naturali, delle città d’arte, di come esistano paesini che sono piccoli gioielli, di come si possa godere di meravigliosi paesaggi attraverso il finestrino di un treno e scoprire la gastronomia locale dei luoghi visitati… Sto suscitando il loro entusiasmo con l’immaginazione, faccio loro vedere l’Italia attraverso i miei occhi ed il più grande, Alex, dopo avermi ascoltata attentamente mi ha ha già detto che la prossima volta che vado in Italia lui verrà con me… Inutile dire che ho provato una gioia immensa».
Svegliare l’entusiasmo, far crescere l’orgoglio delle proprie origini, cullare nel proprio cuore un senso di appartenenza: «L’italianità è il rispetto, l’amore, la condivisione degli stessi valori – conclude con un sorriso Edera Bohman – l’italianità deve essere nel cuore, nello spirito. Dobbiamo aiutare i nostri giovani a scoprire l’amore per l’Italia. Sono certa che fatto il primo passo, il resto verrà da sé».


Bohman’s determination to increase the bonds between Canada, her adopted country, and Italy, her native land, has been reawakened:

“Italianità is the respect, the love, the sharing of [one’s] values,” concludes a smiling Bohman.  “Italianità must be in your heart, in your soul.  We must help our youth discover a love for Italy.  I’m certain that once the first step is done, the rest will follow.”

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Il presidente della Federazione dei pugliesi in Ontario richiama il governo italiano: «Per coinvolgere i giovani servono più fondi da Roma»

Posted on 23 October 2009 by Caterina

«L’associazionismo a Toronto e nella Gta sta soffrendo molto. Facciamo fatica a coinvolgere i giovani».
di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – Len Romita, presidente della Federazione dei pugliesi in Ontario raccoglie l’appello del Console Generale, dopo la lettera inviata al Corriere Canadese sul futuro delle associazioni. «Un applauso va al dottor Bardini», dice Romita. Ma per realizzare i progetti rimane un problema, «i fondi». E allora «Roma dov’è?», si chiede Len Romita.

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Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola in visita alla Federazione. Da sinistra: Teresa LoSurdo, Phil Zita, Joe Sgovio, Grazia Piccolo, Elena Gentile, Nichi Vendola, Len Romita and Angelica Lavalle al Caboto Day e al segretariato comune, più iniziative per studenti universitari

Il presidente dei pugliesi dell’Ontario sottolinea subito il momento di grave crisi per quanto riguarda i fondi per gli italiani all’estero. «È un momento, questo, in cui il governo centrale cerca di tagliare i contributi che sostengono la lingua e la cultura per gli italiani all’estero». Romita ricorda l’importanza dei rapporti tra comunità italiane nel mondo e Regioni per stimolare quella “cerniera” tra Italia e Canada auspicata dal Console. «Noi – afferma – siamo una grandissima risorsa per l’Italia». E cita l’esempio del dialogo con la Puglia: «Io ho parlato con il presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, durante la sua visita a Toronto lo scorso giugno. Se nasce Casa Puglia a Toronto, una vetrina per i prodotti pugliesi “doc”, con un piccolo investimento si può ottenere un ritorno di migliaia di euro, secondo la mia opinione».

Attirare i giovani nel mondo dell’associazionismo e promuovere la lingua italiana sono problemi da affrontare e risolvere. «Amano l’Italia, i prodotti italiani e il cinema italiano – dice Romita – ma non fanno altro. Purtroppo non partecipano a tutto quello che è stato costruito finora dagli anni Cinquanta, come feste di carattere religioso, balli e cene. Ma è Roma che ci deve aiutare, se l’Italia non recupera la prossima generazione – è il monito di Len Romita – finiremo come in alcune parti degli Stati Uniti, dove nei ristoranti la pasta viene servita col ketchup». Per la proposta di una mobilitazione per la lingua italiana, la riflessione di Len Romita va anche oltre il contributo del governo italiano, e coinvolge il ruolo della comunità italocanadese nella società. «Vorrei menzionare un servizio della Cbc che parlava della proposta di studiare cinese come terza lingua in Ontario. Io mi sono chiesto, e i 500mila italiani che hanno costruito parte dell’Ontario? Non se ne parla».

Per Romita servono più corsi di lingua italiana a livello universitario, più attività teatrali e musicali «quando i giovani sono maturi e incominciano ad apprezzare davvero la cultura e la società italiana». Ma attività di questo tipo richiedono uno sforzo finanziario. «Non possiamo spremere i club – aggiunge – chi li guida di solito sono persone in età avanzata, pochissimi hanno dirigenti più giovani di 50 anni». E per quanto riguarda fondi e borse di studio per viaggi nel Belpaese, Romita ricorda che «non tutti i giovani di origine italiana hanno la possibilità economica di andare in Italia col Centro Scuola». Gli italocanadesi amano l’Italia «ma ci vogliono gli incentivi, le borse di studio devono venire dall’Italia». Studiando la lingua italiana si favoriscono sia la cultura che l’imprenditoria, ribadisce il rappresentante pensando al contenuto della lettera del Console, perché «i giovani sicuramente faranno dei progetti che includono l’Italia, che diventino imprenditori, che decidano di rimanere in Italia o anche solo di visitarla». Dai giovani alla frammentazione del mondo comunitario, quello del dialogo e dell’unione tra club, associazioni e federazioni per guardare al futuro è un altro problema da affrontare anche per Len Romita. «Il contesto descritto da Bardini – è il suo commento – rispecchia la realtà. I club sono frequentati maggiormente da persone di prima generazione. Come presidente della Federazione, sto cercando di coinvolgere altri club pugliesi. Quello che dice Bardini è giustissimo, perché avere mille club in Ontario invece di averne dieci, cinque o due ed essere più trasparenti? Un piccolo social club, poi, magari ha risorse ridotte. L’unione fa la forza».

La Federazione dei pugliesi dell’Ontario è stata fondata nel 2000 e riunisce 13 club e almeno 4500 persone. «Si tratta di una Federazione giovanissima – spiega – considerando che l’emigrazione pugliese in Ontario risale al 1890». Il programma “Finestra sulla Puglia” su Chin Radio e la visita di Vendola a Toronto sono tra i risultati positivi elencati dal rappresentante pugliese. «La nostra missione – puntualizza – è di fare da portavoce dei club e delle associazione, di tenerli uniti, informati e di eleggere un consigliere che sieda una volta l’anno nel Consiglio dei pugliesi nel mondo a Bari per tenere aperto il dialogo con la Regione Puglia».

L’idea di una confederazione, tra le controproposte lanciate in questi giorni potrebbe funzionare? «A livello regionale abbiamo forse dieci federazioni,  va bene riunirci sotto l’ombrello di una confederazione per incontrarci di tanto in tanto per promuovere il dialogo, ma che non prevalga sulle Federazioni perché altrimenti si rischia il fallimento». E per la proposta di un segretariato comune e neutrale, Romita è pienamente d’accordo: «È un’ottima idea. Ci vuole qualcuno che faccia da mediatore, un segretario generale che guardi alle esigenze di tutte le associazioni. È difficile, ma il dialogo è importante. Se cominciamo a incontrarci tutti, assieme a Bardini, poi in una seconda fase potremmo formare un comitato, e quindi eleggere un segretariato che guardi al cammino delle Federazioni. Non è un’idea del tutto nuova, anche il Comites aveva fatto proposte del genere».

Per quanto riguarda la “festa italiana”, «come a New York si festeggia il Columbus Day – dice – qui noi dovremmo festeggiare il Caboto Day. Un personaggio diverso ogni anno mi sta anche bene, ma Caboto era un navigatore di origine italiana che ha scoperto la costa orientale del Canada».

E una nota va per Len Romita all’iniziativa di Bardini. «Il console – dice – vuole molto bene a questa comunità ed è sempre presente. Forse ha visto questo punto debole nella nostra comunità e vuole fare qualcosa. Io mi auguro che ci riesca e ha il nostro appoggio».


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Il presidente della Basilicata Cultural Society Emanuele Di Lecce commenta la lettera del Console: «Positive le proposte, ma non so se avrà successo»

Posted on 20 October 2009 by Caterina

Borse di studio per studenti di origine lucana tra le iniziative della società per le nuove generazioni

CONCITA MINUTOLA

TORONTO  «La perdita delle proprie origini è un vero problema. Se non facciamo niente, la nostra cultura scomparirà», spiega il presidente della Basilicata Cultural Society of Canada Emanuele Di Lecce. È questa la ragione per cui esistono nella comunità italocanadese gruppi come quello dedicato alla Basilicata, ed è questa la loro missione principale per i più giovani, «mantenere viva la nostra cultura e tramandarla di generazione in generazione», spiega Emanuele Di Lecce. Una sfida cruciale che viene affrontata anche grazie alle borse di studio per studenti universitari. A questo primo compito si aggiungono altre sfide, tra necessità di cambiamenti e nuove proposte. In questo contesto, se la lettera del Console Bardini pubblicata dal Corriere Canadese «è un’iniziativa positiva», per Di Lecce rimangono i dubbi su quanto le sue idee, una per una, possano portare a risultati concreti. «Sembra che il Consolato voglia trovare un punto di riferimento per fare delle attività o eventi comuni – commenta Di Lecce – bisogna vedere poi chi sono gli altri e come cooperare». La Basilicata Cultural Society of Canada raggruppa almeno trecento membri. «Molti di questi – spiega il presidente – fanno parte anche di altri gruppi come il club Palazzo di San Gervasio». I Lucani, poi, sono rappresentati anche a livello nazionale dalla Federazione delle Associazioni Lucane in Canada e dalla commissione regionale dei Lucani all’estero. L’invito al dialogo è una buona iniziativa: «Se il Consolato riuscirà a mettere in atto quelle proposte, credo che possa essere utile per la comunità, ma non so fino a che punto potrà arrivare perché i club sono abbastanza indipendenti e non condividono sempre idee o eventi». Dalla lettera ai fatti. Il consolato, dice Di Lecce, ha inviato anche una richiesta di adesione a un registro delle associazioni. «Il consolato ha mandato a tutti i club anche un modulo di registrazione al loro sito, noi lo abbiamo già inviato», dice Emanuele Di Lecce. Sul ruolo delle Federazioni, «c’è una possibilità che rafforzino il legame tra i club, ma solo se c’è un interesse da parte della gente». Anche quella del segretariato potrebbe essere un’iniziativa positiva, ma poi «bisogna metterla in atto». Dubbi anche sulla “festa italiana”: «Potrebbe essere positiva, ma non so chi potrebbe organizzarla però. Qualcuno dovrebbe assumersi questo compito a un certo punto». È d’accordo sul bisogno di potenziare lo studio della lingua italiana, per passare dalla comprensione alla capacità di dialogare. Un’esperienza che Di Lecce auspica per i più giovani, anche perché per lui in passato l’opportunità di studiare l’italiano non è stata a portata di mano. «Credo che la gente non abbia abbastanza opportunità di conversare – dice – a meno che non lo si parli a casa. Ogni iniziativa per raggiungere questo obiettivo è positiva».La Basilicata Cultural Society of Canada, poi, cerca anche di premiare il merito e risvegliare l’interesse dei giovani nei confronti delle radici lucane tramite una serie di borse di studio rivolte a studenti universitari. «Gli studenti che partecipano – dice il presidente del Board della Basilicata Cultural Society – devono scrivere un tema di 1000-1500 parole su cosa vuol dire per loro avere origini lucane e italiane. È un mezzo per far riflettere i più giovani sulle loro origini. Noi ci proviamo continuamente. Oggi i giovani sono molto impegnati, dobbiamo trovare il tempo perché riflettano su chi sono».

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Il Comitato della Basilicata Cultural Society (http://www.basilicatacultural.ca)

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Per la presidente della Federazione laziale dell’Ontario un coordinamento di tipo regionale può aiutare i club a non scomparire

Posted on 20 October 2009 by Caterina


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L'evento “Celebriamo Club ed Associazione” (con Caroline DiCocco, Vittorio Scala and Antonio Poretta)

L’evento “Celebriamo Club ed Associazione”
La proposta: «Un centro d’eccellenza per promuovere la ricerca sulla storia della comunità»

CONCITA MINUTOLA

TORONTO – «Dobbiamo sederci e discutere tutti insieme per capire come mantenere vive le nostre tradizioni, guardando però anche al futuro». Caroline Di Cocco, presidente della Federazione laziale dell’Ontario, spiega che il dibattito lanciato dal Console Bardini è in corso all’interno della Federazione e ha già portato a dei risultati. Cinque dei 17 membri del Board, infatti, hanno tra i 20 e i 30 anni. Ma cosa si intende per Italianità? Anche questo, per Di Cocco, merita una riflessione

Caroline Di Cocco, ex ministro della Cultura dell’Ontario, spiega che le Federazioni regionali hanno già un ruolo importante nel mondo comunitario, e possono essere sempre più utili per mettere in evidenza l’impegno dei volontari nella comunità. Quella dei Laziali ha quasi vent’anni e riunisce almeno 21 associazioni, oltre 10mila persone in tutto l’Ontario. Questa settimana i membri del Board si riuniranno a Toronto, ma la discussione sul ruolo della Federazione è stata già affrontata durante un incontro con i membri lo scorso marzo. «Una delle cose che le associazioni vogliono vedere da parte delle Federazioni è leadership – dice Di Cocco – Poi vogliono corsi di lingua italiana per i più giovani, cosa che stiamo offrendo; e vogliono un lavoro di ricerca sulla storia e sul ruolo delle associazioni laziali in Ontario. È tanto perché si tratta di volontariato, ma la nostra fortuna è di avere nel nostro Board persone preparate e scrupolose».

Oggi le associazioni rischiano di scomparire, spiega Di Cocco. I club nati per superare il trauma della separazione dal proprio Paese, per sottolineare la propria unicità e per celebrare le proprie tradizioni, oggi vivono una fase di transizione. «Siamo nel Ventunesimo secolo, in un’epoca in cui giovani di seconda o terza generazione, in particolare italocanadesi, sono integrati. Quindi le ragioni d’esistere dei club dovrebbero cambiare. Lo scopo delle Federazioni è di seguire e di dare forza alle associazioni, aiutarle ad affrontare le loro esigenze e i cambiamenti». Di Cocco nota, come sottolineato da altri rappresentanti della comunità, la difficoltà dei club di abbandonare le tradizioni. «È qui, secondo me – continua – che può essere fondamentale il ruolo delle Federazioni».

Queste, per la rappresentante, le possibilità che le Federazioni dovrebbero offrire. Primo: supportare il bisogno di mantenere le tradizioni culturali. «A giugno abbiamo riunito almeno 21 dei nostri club membri, per festeggiare l’impegno nel volontariato senza il quale non sarebbero vivi. Abbiamo realizzato anche un opuscolo raccogliendo informazioni sulla storia, sulle attività, la missione, il presidente e il comitato esecutivo». Secondo: guardare al futuro, cercando di trovare i modi per rendere attivi questi enti anche nella società odierna e tra le future generazioni. Come? «Dobbiamo trovare una via – risponde – e sono d’accordo con il Console generale nel sottolineare l’esigenza dell’unione. Una delle cose che vorrei vedere nel futuro e che ho già proposto, parlando con rappresentanti di altre Federazioni, è di sederci e discutere su questi problemi, in maniera onesta. Come guardiamo al futuro con e per le associazioni? Cosa dobbiamo fare per mantenere il loro ruolo in questa era? È importante difendere le nostre radici e il senso di appartenenza, ma è anche importante rimodellarci per il presente e per il futuro. Certe cose quindi devono cambiare».

La Federazione del Lazio ha già fatto un passo avanti per includere le nuove generazioni, nominando cinque membri del comitato sotto i trent’anni. «Lavoriamo in una realtà dinamica e molto complessa, l’evoluzione della comunità italocanadese in generale è molto complessa». E quando si parla di nuove generazioni, si parla anche del rischio di perdere la lingua italiana: «Le persone che parlano correntemente e leggono in italiano sono sempre meno». Raccogliere fondi per borse di studio e apprendistati può aiutare. Un fatto che Di Cocco conferma sulla base dell’esperienza della Federazione, che grazie alla collaborazione con la Regione Lazio offre una serie di borse di studio agli studenti per trascorrere l’estate in Italia. «Questa è probabilmente una chiave. Quando gli studenti stanno in Italia per tre settimane, immersi in quell’ambiente, il loro legame con l’Italia diventa più forte, e diventa più chiaro cosa vuol dire essere italocanadesi».

Una delle soluzioni, ma non la soluzione perché, spiega Caroline Di Cocco, «alla fine noi siamo canadesi di origine italiana, e come italocanadesi continueremo a cambiare nella realtà canadese. Viviamo, studiamo e lavoriamo in questo Paese e siamo integrati. Mantenere le nostre origini ci aiuta a rafforzare il nostro senso dell’identità. Ma non credo che possiamo fermare il tempo, né il cambiamento».

Sulla proposta di aiutare musei e associazioni per non perdere la memoria comune – uno degli spunti di discussione lanciati dal Console Gianni Bardini con la lettera pubblicata dal Corriere Canadese – Di Cocco rilancia il ruolo di tanti studiosi in tutto il Paese e del lavoro dei dipartimenti universitari fatto in questi anni per studiare il fenomeno dell’emigrazione italiana. «Abbiamo bisogno di un punto di riferimento sulla nostra storia, ma dobbiamo farlo a livello nazionale. In tutto il Paese è stato fatto tanto in questo senso, docenti ed esperti dalla British Columbia a Montréal, e da Winnipeg alla York University che hanno speso la loro vita per questi studi e che vorrebbero mettere insieme tutti questi sforzi, magari con un centro d’eccellenza per promuovere la ricerca e proteggere quel senso d’identità su chi siamo e come abbiamo contribuito alla costruzione del Canada».

Un segretariato comune per la comunità potrebbe essere utile a facilitare la discussione su tutti questi temi? «C’è sempre confusione su quello che si intende per comunità italocanadese. L’Ontario ha un’enorme concentrazione di italiani a Toronto che ha la responsabilità di offrire un punto di riferimento. Ma non sono sicura che la nascita di un segretariato possa essere la risposta giusta, o semplicemente la creazione di un livello in più che rischia aumentare la frammentazione. Penso che siano buone idee, ma non è chiaro se riguardi tanto la promozione della comunità italocanadese, o la promozione dell’Italia e della cultura italiana. Per me, essere italocanadese è una combinazione di entrambi gli aspetti, quello canadese e quello italiano. Quella italocanadese è una cultura peculiare, che rispecchia chi siamo e come siamo cambiati in questi anni». Un argomento che rimanda al quesito: cosa vuol dire Italianità in Canada. «Una domanda – conclude Caroline Di Cocco – che richiede una riflessione molto profonda. A Sarnia cerchiamo di capire come noi di origine italiana siamo inseriti nella società e come questa ci ha cambiato nel corso degli anni. È una domanda molto complessa che dipende anche dalla nostra formazione, dalla nostra esperienza e dalle nostre tradizioni».

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