Buone le proposte, ma «il compito di unificare la comunità spetta al Congresso»
Di CONCITA MINUTOLA
TORONTO – «La lettera del Console Gianni Bardini in teoria è positiva, ma in pratica il compito di unificare, rappresentare e promuovere la comunità spetta al Congresso nazionale degli italo-canadesi, fondato nel 1974». È questa la risposta di Gregory Grande, presidente del National Congress of Italian Canadians, sezione dell’Ontario, al documento sul futuro della comunità inviato dal Console generale e pubblicato dal Corriere Canadese.
«È bene che il Console esprima le sue idee – ribadisce Gregory Grande – ma il suo compito è rappresentare l’Italia e fornire dei servizi agli italiani nel nostro Paese, non organizzare, promuovere e rappresentare la comunità italo-canadese. Bardini ha ignorato il compito del Congresso nella comunità, ed è un male».
Gregory Grande ricorda che il Congresso, sulla base del suo statuto, è il punto di riferimento per riunire tutte le associazioni e «guidare il successo della comunità, almeno un milione e mezzo di italo-canadesi, 845mila solo in Ontario, il 90-95 per cento dei quali è pienamente integrato nella società canadese».
Cosa pensa delle proposte del Console per unire e coordinare club e associazioni?
«Le associazioni non dovrebbero essere amministrate da un segretariato o dalle federazioni, ma devono essere autonome, nel rispetto dei bisogni delle singole organizzazioni. E poi, dal punto di vista pratico, persino le Federazioni al loro interno non sono in grado di coordinare tutti i club membri».
Molti sostengono che i club rischiano di scomparire, lei è d’accordo?
«I club soffrono. I giovani sono ancora orgogliosi delle loro origini, ma non c’è più la partecipazione di una volta perché le loro famiglie hanno fatto di tutto per dar loro le migliori opportunità e raggiungere il successo nella società canadese, quindi non sentono il bisogno di aggregarsi come una volta. Per questo le associazioni dovrebbero essere più creative, aperte e flessibili ai bisogni delle nuove generazioni. Bisogna far sì che i giovani siano orgogliosi delle loro origini, della storia italiana e del made in Italy, tenendo presente allo stesso tempo che la pensano alla maniera canadese. Per questo non bisogna sventolare solo la bandiera italiana, ma quella del multiculturalismo. Come diceva il motto del Corriere Canadese: “Proudly Italian, Fiercely Canadian”».
Rafforzare il legame tra associazioni, come proposto dal Console, è un’iniziativa da portare avanti comunque?
«Sì, ma nella direzione di una maggiore partecipazione ai lavori del Congresso. È inutile creare altre strutture, quando una c’è già, sia a livello nazionale che regionale e distrettuale».
Dal 1974 ad oggi, crede che il ruolo del Congresso sia ancora valido per la comunità?
«La missione nel Congresso è ancora viva, oggi come negli anni Settanta perché tanti sono ancora i problemi da affrontare, oltre alla diffusione della lingua e della cultura italiana: la promozione dei giovani e delle donne italo-canadesi nella società; la lotta alle discriminazioni; i bisogni degli anziani, moltissimi e spesso in lista d’attesa per un posto nelle case di riposo».
Quindi per lei, oltre al futuro dell’associazionismo, la battaglia contro ingiustizie e discriminazioni non è ancora conclusa?
«Ci sono ancora molte discriminazioni, solo che mentre negli anni Cinquanta erano più evidenti, aperte, oggi colpiscono i nostri giovani preparati ma sono meno visibili. Come mai non abbiamo ancora un premier o un primo ministro di origine italiana? Non si dica che non abbiamo persone preparate per raggiungere le cariche più alte di governo. Dobbiamo chiederci perché non abbiamo raggiunto quelle posizioni a livello provinciale e federale. Purtroppo, però, vige ancora il concetto che per essere primi ministri occorre avere origini anglosassoni o francesi. Bisogna fare in modo che i giovani ricevano la guida e l’aiuto della nostra comunità, per raggiungere i posti più elevati della nostra società. Molti italo-canadesi, poi, per fare carriera sono andati all’estero. Pensiamo a un italo-canadese come Sergio Marchionne, per esempio. Eppure, molta gente non si accorge neanche di queste barriere. Noi non siamo il “caucus” della pizza o degli spaghetti. Il Congresso continua a livello diplomatico a fare questi discorsi ai premier e ai politici».
Dunque per i giovani non solo fondi per viaggiare in Italia?
«Le borse di studio per viaggiare in Italia sono certamente importanti, ma limitate rispetto ai bisogni dei nostri giovani».
L’italiano è a rischio?
«Bisogna andare avanti e promuovere l’idea che saper parlare un’altra lingua è un bene prezioso. Ma anche essere realisti: col passare del tempo la lingua comincia a perdersi. Non per questo però i giovani sono meno italo-canadesi».
E per non perdere la propria identità?
«Certo, col passare del tempo rischiamo che i giovani perdano il senso delle loro origini. Indubbiamente vediamo l’esempio degli Stati Uniti, dove molti italiani hanno persino cambiato il loro nome, e nonostante ciò anche lì le posizioni più alte sono ancora lontane da raggiungere».
Negli Usa però si sta rafforzando sempre di più una organizzazione come la Niaf, mentre in Canada la comunità è molto divisa. Come mai?
«La differenza tra Usa e Canada è che i primi hanno una organizzazione molto forte, con molto personale. Purtroppo il Congresso nazionale non ha le stesse risorse economiche. Abbiamo bisogno di persone qualificate in diversi rami, ma senza i fondi dovremo andare avanti un passo alla volta, mattone dopo mattone. La nostra è una comunità vastissima, che va da Vancouver al Newfoundland, ci vuole una rete di comunicazione forte. Poi servono persone per condurre delle ricerche sullo stato e sul futuro della nostra comunità».
Qual è, secondo lei, il futuro della comunità italo-canadese?
«Il futuro della comunità è molto florido. La nostra è una delle più fiorenti, abbiamo dato un grandissimo contributo in tutto il Paese, come sottolineano spesso premier e ministri. Abbiamo fatto passi da gigante nel mondo economico e finanziario. Ma non c’è ancora la solidarietà che serve per fare pesare l’italianità in Canada».
Perché?
«La solidarietà nasce quando ci sono dei bisogni. Purtroppo la nostra comunità è troppo individualista, ognuno cerca di far successo senza l’aiuto della comunità. Io mi auguro che ci sia un cambiamento con le nuove generazioni, ma è un processo molto lento. Dobbiamo convincere i giovani ad essere uniti, a guardare al benessere della comunità. E per far questo serve l’impegno di persone credibili e preparate».
Il Console propone anche un maggiore sostegno per musei e iniziative rivolte alla memoria storica, lei è d’accordo?
«La nostra comunità dovrebbe dare un grande impulso a queste opere, sia dal punto di vista della presenza che delle risorse finanziarie, seguendo l’esempio delle 23 famiglie italo-canadesi che hanno permesso l’apertura della Galleria Italia all’Ago grazie alle loro donazioni. L’ostacolo maggiore è che tanti italiani non sono disposti a fare lo stesso perché magari pensano al benessere personale e a quello della propria famiglia».






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