Posted on 19 September 2010 by Caterina
Posted on 22 May 2010 by Caterina
Preservare origini, cultura e lingua
Progetti concreti che coinvolgano i giovani per poter salvare la nostra italianità
Di ELENA SERRAArticolo pubblicato il: 2010-05-22
HAMILTON – Un piccolo rimprovero per genitori e nonni per il mancato insegnamento dell’italiano ai propri figli, e la richiesta di guardare oltre la realtà italo-canadese di Toronto per poter preservare l’italianità in tutto in Canada.È questo il commento di Angelo Di Ianni, abruzzese di nascita, arrivato in Canada all’età di 13 anni, ed oggi direttore responsabile del Centro di Lingua e Cultura Italiana Dante Alighieri di Hamilton.«Il nostro centro è attivo dal 1972, ci siamo sempre occupati dell’insegnamento e del recupero della lingua e della cultura italiana per i giovanissimi delle elementari e per i ragazzi delle superiori. Organizziamo anche concerti e spettacoli teatrali con artisti che arrivano dall’Italia, ed il tutto è focalizzato verso la promozione dell’italianità, e la conoscenza dell’Italia». Il lavoro del Centro Dante tocca non solo la comunità di Hamilton, ma tutte quelle del Sud dell’Ontario, da Guelph a Niagara Falls, attraverso «il supporto organizzativo dei corsi di lingua e cultura italiana per i bambini che frequentano le elementari» spiega Di Ianni, «sia attraverso materiale didattico, sia con l’organizzazione di corsi di aggiornamento e preparazione per gli insegnanti che svolgeranno i corsi di italiano. Questo vuol dire – prosegue il direttore – che spesso dobbiamo anche insegnare come motivare gli studenti e rendere consapevoli le famiglie della propria comunità dell’importanza di far frequentare questi corsi ai propri figli. Le classi sono tutte nel doposcuola o il sabato mattina -continua Di Ianni – in quanto non vi è un numero sufficiente di bambini italiani nella stessa scuola per poter ottenere corsi di italiano come invece è possibile in altri grandi centri canadesi». Raggiungere il maggior numero di bambini possibili, in modo tale che l’apprendimento dell’italiano inizi presto, appare quindi spesso una sfida. Ma quanto è coinvolta la comunità italo-canadese in questa missione?«Gli italo-canadesi di Hamilton sono circa 70.000, una comunità quindi consistente, ma non tutti sono interessati a preservare la lingua e a permettere ai propri figli di frequentare le classi. Negli ultimi anni abbiamo avuto una leggera flessione di tutti i corsi di lingua e cultura italiana nel doposcuola, e temo questa sia una tendenza che si è registrata in tutto il Canada».Dalla sua esperienza di insegnante, preside ed ispettore scolastico che lo ha coinvolto per 14 anni nel mondo della scuola, il direttore Di Ianni si sente di “tirare le orecchie” a genitori e nonni, che sembrano preferire per i propri figli e nipoti attività come l’hockey e la palestra, «tutte attività validissime, ma così facendo, si rischia di perdere la lingua italiana che sta alla base della cultura».«La verità è che i giovani, ancor di più se si tratta di bambini – tiene a sottolineare il direttore – hanno bisogno di essere guidati dalla famiglia per quanto riguarda l’apprendimento dell’italiano, soprattutto in questa realtà dove l’inglese è la lingua parlata quotidianamente. C’è anche un po’ di pigrizia da parte di tutti, non ci sono abbastanza famiglie che parlano italiano e spesso anche durante degli eventi, coloro che sanno parlare l’italiano o il dialetto preferiscono esprimersi in un inglese stentato».Ricordando che altri gruppi etnici – francesi, croati, serbi – sono invece fieri di saper parlare la propria lingua, Di Ianni attribuisce questa tendenza italiana a ragioni lontane: «Penso che questa mentalità risalga ai problemi di integrazione che la comunità italiana ha dovuto affrontare in passato. Forse ci siamo illusi nel pensare che non parlando l’italiano la nostra integrazione sarebbe stata più semplice e rapida, ma ci siamo sbagliati. L’integrazione sarebbe stata ugualmente possibile, ed in più non avremmo perso parte della nostra cultura che ora è a rischio qui in Canada».Nonostante ciò, il futuro dell’italianità nel Paese può ancora essere roseo, a patto che non si perda più tempo e si investa in progetti concreti che coinvolgano tutti i giovani del Canada: «Abbiamo perso delle belle occasioni e bisognerebbe dare più visibilità a tutte le comunità italo-canadesi, perché il Canada non inizia né finisce a Toronto. Ora abbiamo molta collaborazione anche da parte del Consolato e dell’Istituto Italiano di Cultura e dovremmo cercare di trarne vantaggio, ad esempio facendo sì che un maggior numero di spettacoli e mostre italiane siano presentati in tutto il Canada».L’ottimismo deriva anche dal grande successo dei corsi di lingua e cultura italiana organizzati nel periodo estivo e dai corsi estivi che permettono ai ragazzi delle superiori di visitare l’Italia: «Sono contento di dire che durante l’estate, solo nella città di Hamilton, ci sono oltre 850 ragazzi che imparano l’italiano. In più avere un’esperienza in Italia è la chiave giusta per motivare i ragazzi, che poi ritornano e diventano ambasciatori dell’italianità nella loro comunità. Quest’anno sono coinvolti nel progetto 150 giovani che trascorreranno un mese in Italia ricevendo anche un credito scolastico dal Ministero della Pubblica Istruzione dell’Ontario».
Posted on 29 January 2010 by Caterina
TORONTO – «Noi il nostro essere e sentirci profondamente italiani lo abbiamo pagato a caro prezzo. È ovvio che vorremmo che la nostra lingua e la nostra cultura continuassero a vivere per mezzo dei nostri figli e dei nostri nipoti».
Posted on 15 January 2010 by Caterina
Gino Cucchi: è solo il primo passo per parlare di associazionismo, giovani e una giornata italiana
di CONCITA MINUTOLA
TORONTO – La comunità italiana di Toronto sta vivendo una fase di trasformazione. Si ripensa e si riorganizza. Mercoledì sera consultori e rappresentanti di associazioni e federazioni si sono riuniti per parlare del futuro, durante un incontro organizzato dal Comites di Toronto mercoledì al Columbus Centre. È stato un «brainstorming» – come lo ha definito il console generale Gianni Bardini, presente alla tavola rotonda – per evidenziare le sfide e le problematiche del ricambio generazionale, e per discutere nuove proposte, come una giornata italiana per unire, celebrare e far conoscere la realtà italo-canadese di Toronto, per esempio con il Caboto Day il 24 giugno.
Da parte dei presidenti delle organizzazioni italo-canadesi c’è disponibilità alla collaborazione e al dialogo. Ma il dibattito è aperto sulle modalità e sull’organizzazione, tra ottimismo e pessimismo sulla sopravvivenza delle associazioni e dei club. Da parte sua, il presidente del Comites e moderatore della tavola rotonda, Gino Cucchi, ha ribadito la disponibilità del Comites a «fare da coordinatore, offrire uno spazio e condividere idee, senza entrare nel merito delle decisioni delle associazioni che sono e devono essere indipendenti». Cucchi ha anche puntualizzato che alla riunione al Columbus Centre seguiranno altre tavole rotonde sul futuro dell’associazionismo, sul ruolo dei giovani e su eventi comuni per la comunità.
Passare il testimone ai giovani è fondamentale, ha sottolineato il membro del Comites Fulvio Florio. Ma come? I giovani italo-canadesi sono attratti dall’Italia di oggi, testimonia Cristiano De Florentis parlando del successo dell’associazione L’Altra Italia che attira sempre di più gli studenti universitari. Sono giovani integrati nel tessuto sociale canadese e la solidarietà tra emigrati e la condivisione di tradizioni locali, alla base della fondazione di associazioni italiane, oggi non sono più elementi di aggregazione, è l’analisi emersa nel corso del dibattito. Cosmo Femia, presidente della Federazione dei giovani italo-canadesi, rassicura comunque sulla voglia di fare delle nuove generazioni che «sanno parlare l’italiano».
«Non è vero che le associazioni sono finite, devono solo riorganizzarsi», dice Antonio Porretta, consultore della Regione Lazio, che ha invitato i consultori delle altre regioni italiane per il Canada a riunirsi e discutere una strategia comune per sostenere la comunità e le associazioni italo-canadesi in questa fase di transizione. Caroline Di Cocco, presidente della Federazione Lazio, chiede di «discutere una strategia comune tra federazioni», ricordando che le associazioni fanno parte della società canadese e richiamando all’importanza di aprirsi e farsi conoscere. «I tempi sono cambiati, e un tavola rotonda sulla sopravvivenza è essenziale per capire come noi, insieme, possiamo fare qualcosa per il futuro», ribadisce Di Cocco. Punta sull’urgenza dell’analisi anche Tony Marcantonio (Campania). E si unisce al coro anche Franco Sampogna, consultore della Regione Molise e presidente della Federazione delle associazioni molisane in Ontario. «Le associazioni vanno verso la scomparsa, dobbiamo collaborare – è il suo invito, citando l’esempio della comunità italo-americana – perché collaborando si può fare tanto, almeno per i giovani».
«Questo è un buon passo», dice Vincenzo Antezza, consultore dei Lucani, che si chiede però quanti in realtà siano disposti al dialogo e quanto sia visibile il Comites. Tony Silipo (Federazione dei calabresi) ha invitato il Comites a farsi affiancare dalle federazioni «quando si tratta di prendere posizione con il governo o con il Consolato», e ha espresso il suo rammarico per l’assenza del Congresso degli italo-canadesi. «La Federazione calabrese – assicura – è sempre aperta a tutte le istituzioni» ed è favorevole al Caboto Day il 24 giugno. Roberto Bandiera (Molisani nel Mondo) ha riproposto l’idea di una settimana italiana, con una parata lungo Toronto ma «il problema è vedere se la gente è disposta a lavorare», facendo appello a istituzioni come il Comites e il Consolato per spronare le associazioni ad aggregarsi. Il consigliere Comites Mario Marra ha ribadito la disponibilità del Comites e ha invitato all’apertura, pensando a un Caboto Day in Canada come il Columbus Day per gli Usa, un evento di fama internazionale. «Ma si inizia dalle fondamenta – ha aggiunto – questo è il primo passo, il buon esito di un’altra riunione Comites organizzata da Mimmo Rizzo conferma che se noi continueremo avremo successo». «Mi meraviglia il pessimismo», dice Lucia Flaim (Club Trentino e consultore) sottolineando le difficoltà del gap generazionale di oggi, non solo per la comunità italo-canadese. E citando il programma Next (Nuove energie per il Trentino), Lucia Flaim invita a guardare al futuro con entusiasmo, dando ai giovani autonomia e affidandosi alla loro professionalità. «Noi abbiamo scelto la via accademica delle borse di studio», dice Moreno Berardi (Toscana) che apre alla collaborazione. Rispetto ai primi dibattiti, ricorda Paolo Natale (Confederazione siciliana) la partecipazione è aumentata, ma occorre coinvolgere anche il Congresso e «passare questo testimone ai giovani». Per Gino Ripandelli – che invita a superare l’individualismo e a unirsi per iniziative come la Giornata del sacrificio e la Festa della donna – la volontà del Comites di lavorare con il Congresso c’è, «non siamo contro ma sempre aperti». E da osservatore esterno, il console Bardini ha chiuso i lavori lodando l’iniziativa del Comites, e spronando le associazioni a sfruttare la frammentazione come ricchezza, «mettendosi in rete», a organizzare stage per i giovani in Italia e a impegnarsi per difendere i dipartimenti di italiano nelle università, come la Queen’s University. Un team di rappresentanti (Roberto Bandiera, Vittorio Scava, Tony Marcantonio, Franco Sampogna, Moreno Berardi, Giovanni Addolisio, Cosmo Femia, Caroline Di Cocco, Antonio Porretta e Domenico Servello) assieme a Gino Cucchi, stilerà ora un’agenda. Il dibattito, insomma, è destinato a continuare.
Posted on 13 January 2010 by Caterina
Nuova sede, biblioteca e corsi per 200 studenti: in Nova Scotia un punto di riferimento per le Province Marittime
Di CONCITA MINUTOLA
HALIFAX (NOVA SCOTIA) – Con microfono, carta e penna alla mano, giovani studenti italo-canadesi di Halifax si trasformeranno in reporter per raccontare le storie della loro comunità. Le interviste agli italiani sbarcati al Pier21 di Halifax, raccolte dagli studenti, saranno pubblicate in un libro, con uno spazio dedicato alle ricette delle loro regioni di provenienza. L’idea è nata nel contesto di uno sforzo dell’Italian Canadian Cultural Association (Icca) of Nova Scotia, per coinvolgere i giovani italo-canadesi. Con il progetto “Next generation”, l’Icca vuole essere sempre più una casa anche per gli italo-canadesi dai 13 ai 30 anni.
Tutto è iniziato due anni fa, nominando nell’esecutivo dell’associazione un gruppo di giovani sotto i 30 anni per dare loro voce e organizzare il “Next generation group”. Michael Gasparetto, Alessandra Rosetti e Caterina Fava, assieme al nuovo presidente dell’Icca Luigi Velocci, che ha 36 anni, sono stati i precursori di questo gruppo di giovani, diventando membri dell’esecutivo. «E il gruppo dei giovani sta crescendo», dice Luigi Velocci, grazie a una rete di amicizie che diventa sempre più larga, con nuovi appuntamenti, un gruppo su Facebook e il nuovo sito www.iccans.org.
«Ho parlato con vari presidenti di associazioni italiane in tutto il Canada – nota Luigi Velocci – e il problema è che i giovani sono pochi». Anche tra i membri dell’Icca, almeno la metà degli iscritti ha oltre 65 anni. Per attrarre le nuove generazioni, suggerisce Velocci, occorre organizzare attività che uniscano passato e presente, «far lavorare insieme giovani e anziani per progetti comuni, che siano corsi di cucina o altro. Così gli anziani si sentiranno meglio, e i giovani apprenderanno la cultura, la lingua, l’arte, e la cucina italiana, e diventeranno consapevoli di quello che gli anziani hanno sofferto». Da qui l’iniziativa del libro che vuole far conoscere ai giovani, rendendoli protagonisti, storie di emigrazione e ricette regionali, i viaggi della speranza verso il nuovo mondo e i ricordi e gli odori della terra d’origine.
Sono 3mila le famiglie di origine italiana in Nova Scotia, dice Velocci. L’Associatione Culturale Italo-Canadese della Nova Scotia è nata informalmente negli anni della grande emigrazione, ed è diventata una organizzazione non profit con lo scopo di preservare la cultura italiana in Nova Scotia negli anni Settanta. «Lo scorso anno è stato importante per l’associazione – spiega il presidente dell’Icca – con una nuova sede che ci ha permesso di organizzare nuovi eventi e con il successo della scuola di italiano». Un centro che ospita corsi di lingua, di cucina, di lavorazione del legno e di “appreciation” per almeno 200 studenti. Il processo per rinnovare il club è stato lungo, «ma volevamo essere sicuri – continua Velocci – di avere il luogo giusto e i mezzi finanziari per realizzarlo». E così, dopo dieci anni, oggi gli oltre 600 membri dell’Icca di Halifax hanno a disposizione un nuovo punto d’incontro e una biblioteca italiana che mira ad essere un punto di riferimento per le Province Marittime
«Per me è stato un onore essere scelto come presidente – dice Luigi Velocci – i miei genitori sono sbarcati al Pier 21 di Halifax e poi si sono trasferiti in Ontario. Quando sono tornato in Nova Scotia – racconta – mi mancava la comunità italiana di Toronto, e grazie all’Italian Canadian Cultural Association ho trovato una nuova famiglia. Prima volevo ricongiungermi con le mie radici, ora voglio che i miei figli Danilo e Matteo, che hanno 9 e 4 anni, partecipino alla vita della comunità. E grazie al club hanno trovato tanti nonni e nonne. Di questo ne sono veramente grato». Luigi Velocci è andato in Italia solo una volta, da bambino, ma sono stati i suoi genitori a trasmettergli l’italianità. Il prossimo viaggio, per la famiglia Velocci, sarà proprio in Italia. Ma prima ancora, Luigi dedica gran parte del suo tempo libero e dei suoi giorni di vacanza al volontariato per la comunità italiana. In passato, ricorda ancora il presidente dell’Icca, molti italiani emigrati in Canada, non volevano che i figli parlassero italiano, «perché si vergognavano».
Oggi non è più così. «Sono cresciuto in una famiglia dove si parla italiano, a contatto con un’azienda di italiani. E ai più giovani voglio dire che non è mai troppo tardi per riscoprire la propria italianità. Perché è parte di quello che siamo ed è importante capirlo prima di decidere cosa fare della propria vita. Imparare l’italiano e andare in Italia, poi, è importantissimo».
Posted on 11 January 2010 by Concita
Il presidente Roberto DiDonato: «Le mie origini mi rendono unico»
di CONCITA MINUTOLA
MONCTON – Batte un cuore italiano anche in New Brunswick, tra Quebéc e Nova Scotia. A riunire gli italo-canadesi nella Provincia Marittima ci pensa, dagli anni Settanta, l’Associazione Italiana di Moncton. Con oltre 250 membri, 70 famiglie iscritte e un aumento del 20 per cento delle adesioni nell’anno appena concluso, l’organizzazione non profit attrae anche italo-canadesi che si trasferiscono in città da altre province: cinque famiglie solo nel 2009. «Molti si trasferiscono a Moncton da città come Montréal e Toronto – spiega il presidente dell’Associazione Roberto DiDonato – non solo per il posto ma anche perché è bilingue e perché la nostra economia va molto bene». Una volta trasferiti, per i nuovi arrivati avere un «background comune aiuta a fare conoscenze». Oltre a loro ci sono genitori che vogliono iscrivere i figli ai corsi di italiano, o ancora giovani che vogliono andare oltre il dialetto parlato dai loro nonni, spiega DiDonato.
L’associazione organizza quindi dei corsi di italiano per i livelli “principiante” e “avanzato” che si tengono nel centro culturale cittadino Thomas William House, dove il gruppo ha a disposizione delle aule per le lezioni e per gli incontri della commissione. Oltre ai corsi di italiano, l’Associazione – l’unica tra le piccole comunità italiane del New Brunswick – organizza una “Italian dinner” aperta anche ai non iscritti, e sei eventi per i membri nel corso dell’anno. Si tratta di appuntamenti che attraggono tra le 100 e le 200 persone, almeno 300 per la serata italiana. E questo nonostante il gruppo italo-canadese di Moncton non abbia una sede.
«In Atlantic Canada abbiamo solo tre comunità italiane – dice il presidente dell’associazione – a Sidney e Halifax (in Nova Scotia, ndr), e a Moncton». Gli italiani qui sono pochi: «Almeno 700 persone in città e 3mila persone circa di origine italiana in tutto il New Brunswick». Al primo anno del suo mandato biennale, DiDonato ha visto un aumento delle iscrizioni del 20 per cento. «La nostra associazione ha attraversato un periodo difficile – racconta – così ho deciso di impegnarmi per dare il mio contributo alla comunità e perché sono orgoglioso di essere italiano». L’interesse è aumentato grazie all’organizzazione di eventi per le famiglie, «come il picnic che l’anno scorso ha riunito 350 persone nonostante la pioggia», un appuntamento per i soci italiani, per familiari e amici.
«La nostra associazione conta iscritti di diverse età – continua DiDonato – ma devo ammettere che per la maggior parte sono anziani e adulti, anche perché la nostra comunità non vede più immigrati italiani ormai da molto tempo». Attrarre i giovani rimane una spina nel fianco anche per la comunità italiana di Moncton, dice il presidente dell’Associazione. «Il Canada è un Paese dove tutte le culture sono accettate. Viviamo in una società così multiculturale – è la sua riflessione – che diventa sempre più difficile dire “io sono italiano” o di un altro Paese. Come attrarre nuova gente? Cerchiamo di attrarre le famiglie più che i giovani, perché vogliono far stare i bambini con i nonni e vogliono che imparino l’italiano. Coinvolgere i ventenni è molto più difficile, non si può negare. E non riguarda solo l’Associazione italiana, ma la società in generale. Pensiamo agli enti di beneficenza, gestiti per la maggior parte da adulti».
Secondo DiDonato raggiunta una certa età si rafforza il senso di appartenenza. Per questo coinvolgere le famiglie è ancora più facile. Lo dimostrerebbe il successo di attività come le visite al museo Pier 21, ad Halifax, «perché vogliono che i nipoti conoscano la storia dei loro nonni, di come sono arrivati in Canada, per infondere in loro quel senso di riconoscenza».
DiDonato guarda all’esempio della comunità italiana di Halifax, coordinata dall’Italian Canadian Cultural Association of Nova Scotia, e ritiene che la comunicazione con altre organizzazioni italo-canadesi sia fondamentale come strumento di confronto. «Sarebbe bello avere una sede come quella di Halifax – aggiunge – anche se la nostra è una comunità più piccola. Con soli 250 membri sostenere i costi per la manutenzione sarebbe troppo faticoso. Ma avere un posto dove poter socializzare, e parlare, potrebbe rendere tutto più facile. Allo stesso tempo, da quello che vedo, anche le associazioni di Montréal e di Halifax stanno affrontando lo stesso problema delle adesioni. E questo anche per l’attaccamento alle tradizioni, che rende tutto più difficile». Il calo della partecipazione, specialmente dei più giovani, non è l’unico argomento di dibattito. Per gli italo-canadesi di Moncton è difficile mantenere il legame con l’Italia: «Un quarto dei nostri membri non visita l’Italia da anni». E le opportunità di sentirsi italiani sono poche: «L’unica persona con cui posso parlare in italiano è mio padre – dice – Cerco di non perdere la mia cultura d’origine, andando in Italia almeno una volta l’anno. A dir la verità, una volta ogni due visto che adesso ho dei bambini piccoli», dice Roberto DiDonato, che a 33 anni è papà di un bimbo di due anni e mezzo, Dario Azzurri – un secondo nome dedicato proprio alla nazionale di calcio italiana – e di Aria, sei mesi.
«Essere italiano – sottolinea comunque – è qualcosa che mi distingue, e di cui sono orgoglioso. Soprattutto perché la nostra comunità italiana è così piccola. A scuola superiore per esempio, eravamo solo in tre: io e due gemelli. È qualcosa che ti rende unico, e ti fa dire “ecco da dove vengo, questa è la mia storia”». A chi come lui ha origini italiane in Canada, Roberto DiDonato dice di «non dimenticare le proprie origini, di esserne fieri e di apprezzarle, specialmente pensando agli sforzi degli italiani che sono arrivati qui dopo la Seconda guerra mondiale».
Posted on 08 January 2010 by Concita
Secondo Roberto Bonanni il governo italiano deve investire in modo concreto: «I benefici saranno reciproci»
di MARIELLA POLICHENI
TORONTO – Sono stati, quelli del console Gianni Bardini e il commiato dell’ambasciatore Gabriele Sardo, messaggi che hanno colpito la comunità italocanadese.
C’è chi condivide al 100% le proposte avanzate dal Console Bardini, chi pensa invece che nelle sue lettere aperte non vi sia nulla di nuovo. Tutti comunque leggono tra le righe tanto affetto e la speranza che cultura e tradizioni italiane continuino a ritagliarsi uno spazio nella società canadese. «È difficile dissentire da quanto affermato sia dal Console che dall’allora ambasciatore in Canada – dice Roberto Bonanni, fondatore del Supino Social Club nel 1970 e del Coro di Supino nel 1994 oltre che uno dei funzionari del Costi negli anni sessanta – entrambi sottolineano la frammentazione della nostra comunità nonchè la necessità di rinnovamento con unità d’intenti al fine di poter preservare e diffondere la nostra cultura e la nostra lingua in particolar modo tra le nuove generazioni».
È del Console l’invito alla comunità italocanadese ad avere un ruolo attivo, ad essere un ponte tra l’Italia e il Canada al fine di poter rafforzare i legami tra i due Paesi ricavandone dei benefici reciproci. «Opinione condivisibile anche se purtroppo non si nota nessun impegno da parte sua a sollecitare il governo italiano a investire di più per le comunità all’estero – continua con fervore Bonanni – in passato l’ex ambasciatore Sardo ci aveva già avvertito di non aspettarci molto da Roma perché l’Italia sta attraversando un periodo di crisi economica ed istituzionale. Tradotto in parole semplici il discorso è che ci sono tanti problemi per cui dobbiamo arrangiarci da soli a salvare la nostra identità culturale e linguistica in Canada».
A difesa e mantenimento della lingua e della cultura italiana, secondo l’italo-canadese, hanno fatto tanto in passato altre componenti della comunità. «Premesso che i sodalizi, a parer mio, per quanto importanti, non rappresentano la comunità intera, trovo ingeneroso non riconoscere quanto molti altri hanno già fatto e continuano a fare per la nostra lingua e cultura nell’ambito della Gta e non solo – continua Roberto Bonanni giunto in Canada nei primi anni cinquanta – personalmente ho visto nascere dapprima il Corriere Canadese, nostro vero portavoce, il Costi e la Camera di commercio italiana negli anni sessanta, la Società Dante Alighieri e la Chin subito dopo, la Faci e il Congresso Nazionale degli italo-canadesi negli anni settanta e man mano ancora l’Istituto Italiano di Cultura, il Columbus Centre, il Centro Scuola, il Comites con il Cgie e le varie federazioni regionali. È grazie a loro che sono state organizzate nel corso degli anni innumerevoli manifestazioni canore, eventi culturali nonchè mostre all’insegna della nostra lingua, cultura e tradizioni».
Quel che però manca, secondo Bonanni, è la collaborazione tra le diverse componenti della comunità: «Manca a mio avviso il collante di cui parla il dottor Bardini, in quanto tutti, a modo loro, si sentono portavoce della comunità, Comites e Congresso italo-canadese in testa, ma in realtà non è così – dice senza peli sulla lingua Bonanni – è la comunità a fare le spese della mancanza di dialogo tra di loro. Penso che si dovrebbe quindi dar vita a una regia di coordinamento di tutte le forze della comunità per dare a questa una voce forte e autorevole, una regia composta da personalità preparate e disposte ad operare superparte anche se mi rendo conto che la sua costituzione non sarebbe una impresa facile».
I tempi sono maturi per iniziative nuove, per guardare al futuro in modo diverso, per aggregare in modo reale i giovani. «Non trovo affatto scandaloso che le nuove generazioni non nutrano alcun interesse per le cene con ballo organizzate dai sodalizi – aggiunge Bonanni – l’interesse e l’amore per l’Italia deve nascere creando iniziative come vacanze studio in Italia o anche dando loro la possibilità di specializzarsi professionalmente nel Belpaese e così via. Bisogna creare un ponte tra la nostra comunità e l’Italia».
Un avvicinamento che può iniziare con passi piccoli ma significativi. «Si cominci ad abolire la tassa da bollo di 64 dollari che si applica sul passaporto italiano quando si usa il documento per andare in Italia, si proceda con il convincere il governo italiano a riaprire la legge per il riacquisto della cittadinanza italiana, si instauri un dialogo concreto dando vita a progetti a favore delle comunità all’estero per lavorare per obiettivi comuni e per poterci sentire, pur se così lontani, più legati».
Ha le idee chiare, anche se ammette non di facile attuazione, Roberto Bonanni che punta il dito contro Roma: «Sono nato in un Paese che vanta una civiltà millenaria – conclude Bonanni – mi piacerebbe che il governo italiano fosse più presente con agevolazioni alle comunità estere perchè una collaborazione tra noi e l’Italia non può che dare benefici reciproci. Investire di più in questo senso non può che essere positivo per tutti».
Posted on 04 January 2010 by Concita
di CONCITA MINUTOLA
MONTREAL – Ha 29 anni ed è nata in Canada, ma ama Biagio Antonacci, i Negramaro, ascolta ogni giorno le radio italiane su Internet e quando mette piede in Italia, addenta subito un trancio di pizza. Angela Di Benedetto ama l’Italia come se fosse la sua seconda casa e vanta già una lunga esperienza nel mondo comunitario italocanadese sia nella sua città, Montréal, che nel resto del Canada: per il secondo mandato consultore della Regione Abruzzo, e quindi portavoce dei giovani canadesi di origine abruzzese; segretario dell’Associazione Famiglia Abruzzese di Montréal, e infine socio della Cogic, il gruppo dei giovani italocanadesi del Comites di Montréal. «Tanti dicono che la musica e il cibo ti fanno sentire italiano – dice Angela – ma per me non è solo questo: è il senso di appartenenza alle radici dei miei nonni. Mi sento fortunata perché ho origini italiane, pur avendo la cittadinanza canadese». Il suo italiano è impeccabile. Lo deve al nonno che la correggeva, aiutandola a distinguere le parole in dialetto da quelle in italiano. Poi i film e la passione per la musica italiana hanno reso più facile studiare la grammatica e arricchire il vocabolario. Dopo la tragedia del terremoto in Abruzzo, Angela ha messo momentaneamente in stand-by i suoi progetti da consultore per collaborare alle iniziative a favore dei terremotati. «Tutti insieme, giovani e meno giovani – dice con orgoglio – a Montréal abbiamo raccolto 870mila dollari per la ricostruzione delle case a Onna, tramite la Croce Rossa canadese che ha dato la somma a quella italiana». E ricorda ancora i giorni in cui la capitale del Québec, l’anno scorso, ha ospitato il secondo congresso dei giovani abruzzesi nel mondo.
Sulla base della sua esperienza, Angela Di Benedetto vuole sfatare il mito dei giovani che non partecipano al mondo associativo. «Siamo giovani professionisti – dice ferma – abbiamo viaggiato e abbiamo visto l’Italia. Ora spetta a chi guida le associazioni lasciarci spazio, permetterci di portare nuove idee. Non vogliamo mettere da parte ci ha preceduto, ma lavorare insieme. Perché i giovani, per essere attirati, devono anche sentire che possono promuovere la cultura a modo loro».
A chi le chiede perché si sente così “italiana”, Angela Di Benedetto risponde «per passione, per amore». Due parole che vanno al di là di definizioni, e spiegazioni razionali. «È un amore – aggiunge – che oltrepassa tutte le distanze. È qualcosa che porti nel cuore, trasmesso dai nonni e dai genitori». E il consiglio della rappresentante dei giovani abruzzesi a chi come lei si sente italiano nel cuore è «ascolta i tuoi nonni, se hai ricevuto il grande regalo di averli ancora accanto a te, per sentire le loro storie e cosa vuol dire essere italiani o abruzzesi. Forse questo – conclude – potrebbe spingere i giovani a partecipare di più e a sentirsi parte di qualcosa che arricchisce».
La passione di Angela è un esempio da seguire per Guido Picconi, presidente dell’associazione Famiglia abruzzese di Montréal. «Stiamo cercando di avere un largo seguito di giovani – spiega Picconi – perché i fondatori ora hanno una certa età, o non ci sono più». Sono oltre 700 gli iscritti alla Famiglia Abruzzese, ma il numero aumenta se si considera che per ogni iscritto sono inclusi anche i familiari e che il tesseramento è aperto anche ai simpatizzanti, non sono a chi è originario dell’Abruzzo. Con le riunioni e con gli eventi che organizza, l’associazione cerca di far conoscere l’Italia e la cultura italiana e abruzzese alle nuove generazioni. «Spesso i giovani non partecipano perché sono molto impegnati – è la riflessione di Guido Picconi – ma stiamo cercando di cambiare la nostra associazione per coinvolgerli di più. Vogliamo che anche loro partecipino all’organizzazione e vorremmo anche scambi con l’Italia». Ma i segnali positivi ci sono già, per il presidente della Famiglia Abruzzese, e la partecipazione al convegno dei giovani abruzzesi che Montréal ha ospitato l’anno scorso mostra che le nuove leve sono sempre più attive.
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lang_en]Organization representative Angela Di Benedetto shares her passion for Italy
By Concita Minutola
Originally Published: 2010-01-17
She is 29, Canadian-born, loves Biagio Antonacci and Negramaro, listens to Italian radio over the Internet every day, and grabs a slice of pizza as soon as she lands in Italy. Angela Di Benedetto loves Italy like a second home. She also has extensive experience with the Italian-Canadian community both in her city of Montreal, as well as across Canada. She is in her second mandate as spokesperson for young Canadians of Abruzzese origin within Reggione Abruzzo; she is secretary of the Associazione Famiglia Abruzzese of Montreal as well as an associate of COGIC, the Italian-Canadian youth group from COMITES, Montreal.
“Many say that the music and food make you feel Italian,” says Di Benedetto, “but for me it’s not just about that: It’s the sense of belonging to the roots of my grandparents. I feel fortunate to be of Italian origin, although I’m a Canadian citizen.”
Her Italian is impeccable, due to her grandfather’s encouragement and help in distinguishing dialect and proper Italian words. Subsequently, her passion for Italian film and music made it easy to study the grammar and expand her vocabulary.
After the Abruzzo earthquake tragedy, Di Benedetto put her consulting projects on momentary standby to collaborate in the aid initiatives for the victims.
“In Montreal we raised $870,000 to rebuild homes in Onna through the Canadian Red Cross who distributed the money to the Italian Red Cross,” she said.
She recalls the day last year when the Quebec provincial capital hosted the second annual congress of Abruzzesi youth in the world. Based on that experience, Di Benedetto wants to deflate the myth that youth do not participate in the world of associations.
“We’re young professionals,” she says resolutely. “We’ve traveled to and seen Italy. Now it’s up to association leaders to allow us space to bring forth new ideas. We don’t want to put those preceding me aside, but I do wish to work together. In order to be drawn in, youth must also feel they can promote the culture their own way.”
To those who ask why she feels so Italian, Di Benedetto responds “for passion, for love” – two words that go beyond definitions and rational explanations.
“It’s a love,” she adds, “that overcomes all distances. It’s something you carry in your heart, conveyed by your parents and grandparents.”
And the advice of the Abruzzesi youth representative to those who also feel Italian is to “listen to your grandparents if you have the great fortune of still having them with you. Listen to their stories and what it means to be Italian. Maybe this,” she concludes, “could convince youth to participate more and to feel part of something enriching.”
Di Benedetto’s passion is an example to follow for Guido Picconi, president of the associazione Famiglia Abruzzese of Montreal.
“We’re trying to attract a large following of youth,” Picconi explains, “because the founders are now of a certain age or are no longer around.”
There are over 700 already registered at Famiglia Abruzzese, but the number increases if one considers that for each subscriber, their families are also included, and that registration is also open to sympathizers, not just those originating from Abruzzo.
Through organized reunions and events, the association tries to promote knowledge of Italy and the Italian and Abruzzese culture to the new generation.
“The youth often do not participate because they are very busy,” Picconi reflects, “but we’re trying to change our association to involve them more. We want them to participate in the organizing too, and we’d also like more exchange with Italy.”
But the positive signs are already there. The participation by young Abruzzesi at the convention hosted in Montreal last year shows that the younger generation is more active than ever before.[/lang_en]
Posted on 04 January 2010 by Concita
di CONCITA MINUTOLA
TORONTO – Quali sono le priorità e le sfide dell’associazionismo italo-canadese. Questo il tema centrale della tavola rotonda che si è svolta il 30 dicembre, a Villa Colombo di Vaughan, per la presentazione del documento conclusivo del “Primo convegno sulle Federazioni e associazioni italo-canadesi”. L’incontro è stato anche l’occasione per riunire i rappresentanti del mondo comunitario italo-canadese, giovani inclusi, per un confronto sul futuro dell’associazionismo.
Il documento, stilato dal vice presidente del Comites di Toronto e organizzatore del Convegno, Mimmo Rizzo, è stato consegnato al console generale Gianni Bardini, ai presidenti e rappresentanti di federazioni e club presenti, e ai rappresentanti dell’Associazione giovani italo-canadesi (Agic) e della Federazione giovani italo-canadesi (Fgic). Si tratta di un’analisi e di una raccolta di riflessioni – emerse durante il convegno che si è tenuto nell’ottobre 2008 – che saranno esaminate e elaborate da tre gruppi operativi, assicura Mimmo Rizzo, composti per la maggior parte da giovani.
Ecco riportati gli obiettivi e le priorità indicati nel rapporto.
“Il coinvolgimento delle nuove generazioni, con il loro inserimento anche a livello dirigenziale; la necessità di superare i confini regionali o della propria associazione; l’utilità di gemellaggi o di altre forme di collaborazione fra associazioni presenti su tutto il territorio canadese; la volontà di conservare e diffondere la lingua e cultura italiane accanto alle diverse culture regionali; il bisogno della comunità di essere rappresentata e sostenuta in modo efficace e non soltanto a parole; iniziative sociali che coinvolgano l’intera comunità, superando i confini campanilistici quando la portata del problema o della tematica lo richiede”.
Queste, invece, le proposte operative elencate dopo le riflessioni sullo stato dell’associazionismo in Ontario.
“a) Messa in opera di nuovi meccanismi di comunicazione fra sodalizi, quali: un segretariato comune (ad esempio, presso il Comites nel caso di Toronto) che possa raccogliere e disseminare informazioni e proposte; incontri periodici tra dirigenti; sito web condiviso per dialogare e rendere trasparenti le proprie attività individuali, che potrebbero essere tutte inserite in un calendario comune; b) elaborazione di un programma interassociativo di attività da parte di un comitato ad hoc per rafforzare la conoscenza e l’abitudine a stare e operare insieme (ad esempio tornei di varia natura, scambi di visite ecc.); c) valorizzazione dei maggiori punti di riferimento per tutta la comunità (come il Columbus Centre nel caso di Toronto) per incontri e iniziative; d) giornate di incontro coordinate fra i Sodalizi, aperte alla partecipazione di tutta la comunità per celebrare personaggi storici e riconoscere personalità contemporanee che hanno onorato e dato lustro alla comunità e all’Italia, così come eventi particolarmente significativi per l’identità italiana; e) compartecipazione per l’attuazione di progetti sociali, culturali, commerciali e politici di particolare rilievo e impegno, quali ad esempio: creazione di una o più scuole con corsi a credito a forte contenuto italiano; realizzazione di mostre di particolare valore, dall’Italia, presso istituzioni locali prestigiose (ROM, AGO ecc.); valorizzazione e crescita dei musei dell’emigrazione (come A.M.I.C.I. nel caso di Vaughan) quali spazi della memoria comune; dono alle maggiori città canadesi di opere di artisti contemporanei italiani; creazione di fondazioni; azioni di lobby concertate per tutelare gli interessi della comunità italiana in Canada; f) impegno forte e comune a sostegno della nascita di un associazionismo delle seconde generazioni tramite l’appoggio economico (creazione di un fondo “giovani” finanziato anche attraverso attività comunitarie, fondi pubblici ai diversi livelli: governo centrale, regioni, province, comuni…) e incentivi vari indirizzati allo studio e alla conoscenza della lingua italiana (borse di studio, premi, agevolazioni per soggiorni in Italia anche tramite programmi di scambio)”.
«Il documento è ottimo – è il commento del console Bardini, che da tempo promuove il dibattito sul futuro dei club e sullo stato della comunità italo-canadese – fa un’analisi accurata dell’associazionismo e ha un carattere operativo che vuole dare una risposta concreta alle problematiche sul futuro delle associazioni». Per Bardini, dall’incontro dello scorso mercoledì è emersa è «un’apertura, una volontà di contribuire e di mettersi al passo con i tempi, che mette in risalto il buono stato di salute della comunità ma anche la necessità di mettersi al lavoro». E come previsione per il 2010, «la mia impressione – conclude Bardini – è che ci saranno iniziative nuove». Secondo l’organizzatore, Mimmo Rizzo, si è trattato di «un incontro costruttivo, per unire e non per dividere, perché ora dalle parole bisogna passare ai fatti, con unità di intenti e trasparenza». I tre gruppi di lavoro, spiega Rizzo, saranno formati in tempi brevi con la collaborazione di giovani che hanno già confermato la disponibilità a partecipare.
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Posted on 21 December 2009 by Concita
di CONCITA MINUTOLA
TORONTO – Un punto d’incontro per tre generazioni di italocanadesi. È questo il Celano Canadian Club, fondato 40 anni fa a Mississauga. Nonni, figli, nipoti – dai sei mesi a 89 anni – si sono riuniti nella sede del club appena rinnovata, domenica scorsa, per l’annuale festa di Natale. Un appuntamento organizzato dalla commissione giovani del club. È orgoglioso dei risultati il presidente del club, Carlo D’Ovidio. «La Youth Committe ha fatto tutto – racconta – da comprare e incartare i regali a vestirsi da Babbo Natale». D’Ovidio spiega che i giovani fino ai 40 anni iscritti al club sono una sessantina, su 220 famiglie, da Toronto a Hamilton, e da Woodbridge a Rocheste (NY). «Il primo obiettivo – sottolinea – è trasmettere l’italianità ai giovani. Pian piano, stiamo cercando di portare nel club gli italocanadesi di terza e quarta generazione».
Pensando alle riflessioni del Console Bardini sul futuro della comunità, il presidente del club spiega che «i giovani ci sono, ma non dobbiamo semplicemente portarli dentro i club. Dobbiamo dare loro fiducia e spazio, per progetti che siano sociali e ricreativi, ma anche educativi. Loro sanno fare e fanno bene, quindi è il momento di passare il testimone».
L’intraprendenza dei membri di questa commissione dimostra anche che, per mantenere vive le tradizioni dei club italocanadesi, non serve solo il coinvolgimento di adolescenti e ventenni, ma anche di quella generazione di giovani genitori che vogliono trasmettere la loro eredità ai più piccoli. Come Marco D’Ovidio, 39 anni, coordinatore della commissione giovani e papà delle piccole Annalisa, 9 anni, e Isabella, 6 anni. «Abbiamo organizzato la “family night” – dice Marco D’Ovidio – per stare insieme a cena o per guardare un film. Poi abbiamo la Bocce League, con giovani dai 20 ai 40 anni, e il torneo di golf». Ora che sono finiti i lavori per rinnovare la sala del club, spiega Marco D’Ovidio, la commissione vuole preparare un calendario ancora più ricco, «magari due “Family nights” al mese – continua – perché abbiamo visto il successo della “gnocchi night” e della “poker night”». La speranza del socio del club e figlio del presidente Carlo D’Ovidio è che le sue bambine parlino anche italiano, tanto che il Celano Canadian Club sta pensando di organizzare dei corsi di lingua. «I nostri obiettivi – elenca Marco D’Ovidio – sono: primo, che imparino l’italiano, secondo, che non perdano la loro cultura. Come mio papà ha lavorato nel club per me, ora io lo faccio per le mie figlie. Si divertono e allo stesso tempo sanno che il loro nonno ha contribuito a farlo nascere. Ci vuole davvero poco a perdere le proprie radici, a meno che non siamo noi a far continuare le attività del club. E con le nuove idee possiamo coinvolgere anche i più giovani». La competizione con altre occasioni di intrattenimento è forte. Ma mantenere alto l’interesse è possibile, perché «se non possiamo andare in Italia – dice – almeno abbiamo una sede dove riunirci qui».
Della stessa opinione la coordinatrice delle attività della commissione, Laura Di Gennaro. Mamma di Luca, 11 anni, e di Selina, 9 anni, la sua priorità è cementare la memoria «della nostra appartenenza culturale e dei sacrifici che i nostri nonni e genitori hanno fatto per darci tutto quello che abbiamo oggi». La sua attività di volontariato è nata proprio per ricordare il nonno, Giacomo Russo, tra i fondatori del club. «Il Celano Canadian Club è parte della nostra vita – dice Laura – qui si sono formate amicizie che durano ancora oggi, e la vita del club è sempre stata un argomento di conversazione in famiglia. Ci incontriamo, siamo felici di stare insieme e vogliamo che anche i nostri figli vivano questa tradizione». Da insegnante, Laura Di Gennaro è favorevole alle proposte del console generale Gianni Bardini per offrire opportunità di esperienze in Italia ai più giovani: «Vedere l’Italia è il miglior modo per rafforzarne il legame», commenta Laura, aggiungendo anche che sarebbero utili opportunità di scambio con studenti italiani e di studio della lingua italiana. «Parlare italiano – dice l’insegnante – dipende anche dalla zona». A Woodbridge per esempio è più facile trovare corsi nelle scuole rispetto ad altre zone, «per questo vorremmo organizzare lezioni anche nella sede del nostro club», aggiunge. E parlando di insegnamento, la promozione di scuole bilingue come la Leonardo Da Vinci Academy proposta da Bardini raccoglie il favore di Laura Di Gennaro, «anche se – nota – sarebbe più facile se le tariffe fossero più economiche. Un diploma ottenuto in una scuola biligue, dove per di più si creano occasioni per conoscere l’Italia, potrebbe aprire certamente molte porte per i nostri figli».