Mercoledì 16, Maggio, 2012

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«Nel nostro futuro i giovani e la cultura»

Posted on 24 February 2010 by Concita

Secondo Moreno Bernardi, presidente del Circolo Ricreativo Toscano, le basi per garantire continuità al sodalizio sono state gettate

di MARIELLA POLICHENI

Moreno Bernardi

TORONTO – È un sodalizio, il Circolo Ricreativo Toscano, già proiettato verso il futuro.
Un presidente dinamico, Moreno Bernardi, 50 anni, un gruppo in seno al Circolo, I giovani toscani di Toronto, tante idee chiare e grande determinazione a passare il testimone alle nuove generazioni è quel che caratterizza questo Circolo che vanta 347 tesserati. «Paura di scomparire? Il pericolo c’è, ma noi stiamo facendo di tutto per portare avanti iniziative che interessano i giovani».

«Notiamo con piacere dei progressi – dice con un sorriso il presidente in carica da due anni Bernardi dopo essere stato vicepresidente per altri due – il gruppo di giovani che si è formato tre anni fa ha un certo livello di autonomia ma anche delle responsabilità verso il Circolo stesso. Noi li incoraggiamo, diamo loro una spinta quando serve e notiamo che cominciano a muovere i primi passi dando vita a picnic e festicciole, qualche concerto ma vorrebbero riuscire a organizzare tanti eventi culturali».

Hanno una loro costituzione, un loro logo, questi giovani di origine toscana dei quali Adamo Nardi, 25 anni è il presidente e Christina Sebastiani, 23 anni, la vicepresidente: «La nascita del gruppo dei giovani è stata ufficializzata dalla Regione per cui adesso, come già accade con noi, la Regione Toscana darà loro un sussidio per portare avanti iniziative sia culturali che destinate a mantenere vivo il legame con la Regione – spiega Bernardi in un meraviglioso italiano con una leggera inflessione toscana, nato a Toronto da genitori originari di Bagni di Lucca – organizziamo da tempo una serata di gala durante la quale premiamo con il Trofeo Cristoforo Colombo 12 ragazzi dal grado 1 al grado 11, e da tre anni a questa parte, anche dodici giovani iscritti alle università o ai college con borse di studio. Privilegiare la cultura e un inserimento prestigioso dei ragazzi nel mondo del lavoro è la nostra priorità».

È proprio al fine di raccogliere i fondi per le borse di studio (parte del denaro va anche alla Alzheimer Society) che il Circolo organizza ogni anno un torneo di golf. “I giovani prima di tutto” sembra essere lo slogan fatto proprio dai toscani. «Dobbiamo precisare che ben 25 anni fa la nostra Regione spinse, senza fortuna, affinchè fosse creato un movimento formato dai ragazzi – spiega il presidente Bernardi – i direttivi del passato non ne hanno capito l’importanza e di conseguenza non hanno profuso alcun impegno e alcuna volontà nel far sì che i ragazzi si unissero. Adesso è davvero giunto il momento di guardare avanti e di dare una mano ai nostri giovani nel farlo». Quel che sta a cuore a Bernardi è anche lo studio della lingua italiana: «Io sono nato a Toronto e parlo italiano, le mie figlie parlano un buon italiano – dice il presidente – purtroppo però la maggior parte dei ragazzi non lo parlano per cui mentre da un lato dirigiamo i nostri sforzi verso lo studio della lingua di Dante, dall’altro possiamo avvicinarli alla nostra cultura attraverso la lingua inglese».

In fondo, l’italianità, dice Bernardi, è fatta di tante cose: la lingua sì, ma anche la gastronomia, la cultura, la moda, la storia. La nostra storia. «A noi manca la celebrazione di una festa importante – aggiunge Moreno Bernardi che condivide l’idea del Console Gianni Bardini di organizzare un evento comunitario importante nel 2011 in occasione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia – sarebbe bello poter dar vita a una festa di grande portata, una festa che unisca tutta la nostra comunità».

Le idee ci sono, i giovani pure, la volontà non manca. «Il mio team collabora, pensiamo tutti in maniera progressista, non ci sono interessi personali ma solo tanta voglia di divertirci e di puntare al futuro con i nostri giovani», conclude Bernardi.

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«Al gap generazionale si unisce quello culturale»

Posted on 29 January 2010 by Caterina

Secondo Guido Braini è difficile coinvolgere i giovani: «La volontà di partecipare deve nascere in loro spontaneamente»
di Mariella Policheni

TORONTO – «Noi il nostro essere e sentirci profondamente italiani lo abbiamo pagato a caro prezzo. È ovvio che vorremmo che la nostra lingua e la nostra cultura continuassero a vivere per mezzo dei nostri figli e dei nostri nipoti».

Italia e italianità sono termini che danno una emozione particolare a Guido Braini, presidente del Club Giuliano-dalmato di Toronto. «Noi istriani, fiumani e dalmati abbiamo pagato con l’esodo dalle nostre terre il nostro essere italiani – continua Braini – non potevamo vivere lì da italiani e così, con tanto dolore, siamo andati via».
Tramandare la propria italianità ai giovani è lo scopo di ogni sodalizio che si rispetti ma le difficoltà sono il comune denominatore di club e associazioni. «Siamo tutti nella stessa barca – continua Braini, presidente dal 1990 – non è facile coinvolgere le nuove generazioni, noi per incoraggiarli a partecipare abbiamo anche organizzato tornei di scacchi ma con scarsi risultati. L’unico evento al quale partecipano volentieri è il picnic. Sarà che si sta all’aria aperta in un bel parco, sarà che si possono organizzare giochi e attività sportive, sta di fatto che la grande scampagnata estiva li attira».
Tenta una analisi Guido Braini per capire perchè i giovani non abbiano voglia di prendere parte alle attività dei sodalizi fondati dai propri nonni e dai propri genitori, sodalizi nati dal desiderio di mantenere vive le proprie origini. «Il problema, dal mio punto di vista, è che al gap generazionale che esiste da sempre tra genitori e figli si unisce anche un divario culturale nel senso che questi giovani sono cresciuti ed hanno assorbito una cultura diversa dalla nostra, parlano inglese, sono integrati, peraltro giustamente dal momento che vivono qui, in una società anglosassone – continua Guido Braini – il risultato è che i nostri giovani li abbiamo persi per strada e forzarli a fare qualcosa che non sentono non è giusto. Noi ci abbiamo provato – e continueremo – a far nascere in loro l’interesse verso i nostri club, ma devono essere loro a sentire l’esigenza di partecipare. Abbiamo iniziato anche a proporre loro libri sull’Italia e sulla nostra storia di esuli, in particolare, in lingua inglese. Se la lingua può rappresentare una barriera noi vogliamo abbattere questo ostacolo, anche i viaggi in Italia sono di sicuro un modo vincente per farli innamorare del Belpaese».
I figli di Braini, Roberto, 50 anni, e Mario, 44, per esempio, partecipano di buon grado: «Posso dire che sono interessati e questo mi fa tanto piacere – continua il presidente dei giuliano-dalmati – i miei nipoti invece non hanno voluto frequentare i corsi di italiano. Se non c’è la volontà è inutile insistere. Quel che però mi fa un po’ arrabbiare è il riscoprirsi italiani dei ragazzi improvvisamente come quando la nazionale di calcio italiana ha vinto i mondiali. Troppo facile.».
Nonostante le evidenti difficoltà Braini cerca di essere ottimista, di vedere un futuro ancora lungo per l’associazionismo: «Voglio pensare in modo positivo e quindi dico che se riusciremo in qualche modo a correggere il tiro e quindi a coinvolgere i giovani andremo avanti – continua Braini – di certo è che finché ci siamo noi della vecchia guardia i club non scompariranno. Per il dopo spero che i ragazzi decidano di prendere in mano le redini e andare avanti».
Sono una piccola manifestazione di amore verso l’Italia questi sodalizi pur se hanno cessato di essere quel che erano per gli emigrati nel dopoguerra: il “rifugio” dove ritrovare la lingua, gli amici e le tradizioni. «Le nostre origini sono in Italia, Paese di grande storia e cultura – conclude Braini – mi disturba il fatto che spesso i giornali inglesi diffondano e amplifichino solo le notizie negative sul nostro Paese. È bastata una parola di Bertolaso sugli aiuti ad Haiti a scatenare un polverone. Ora io mi chiedo: siamo sicuri che qui e negli altri Paesi sia tutto rose e fiori?»

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Premio Bressani 2010

Posted on 20 January 2010 by Concita

Concorso letterario per giovani italo-canadesi

VANCOUVER -  L’Istituto Italiano di Cultura di Vancouver partecipa al Premio Letterario per cittadini canadesi di origine italiana intitolato a Francesco Giuseppe Bressani, missionario italiano che visitò il territorio canadese nel secolo XVII.

All’interno del Premio Bressani, che viene organizzato con cadenza biennale dal Centro Culturale Italiano di Vancouver, l’Istituto mette in palio un Premio Speciale per Giovani Autori (nati dopo il 1 gennaio 1980) di opere di narrativa o poesia, anche non pubblicate, in italiano, inglese o francese.

Il premio, che consiste in 500 dollari canadesi, verrà conferito nel corso di una cerimonia che avrà luogo nel mese di ottobre 2010. Il termine ultimo per l’invio delle candidature è il 1 aprile 2010.
Altri requisiti sono specificati nel regolamento del Premio Bressani (in lingua inglese) è possibile scaricare anche il modulo di partecipazione, sempre in lingua inglese.

Per ulteriori informazioni sul Premio Bressani – che prevede anche sezioni di narrativa, poesia e saggistica senza limiti di età -  si può contattare il Centro Culturale Italiano (culturalassistant@italianculturalcentre.ca), mentre per chiarimenti sul Premio Speciale per Giovani Autori è possibile prendere contatto direttamente con l’Istituto Italiano di Cultura di Vancouver (iicvancouver@esteri.it).

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Un cuore italiano a Moncton

Posted on 11 January 2010 by Concita

Il presidente Roberto DiDonato: «Le mie origini mi rendono unico»

di CONCITA MINUTOLA

MONCTON – Batte un cuore italiano anche in New Brunswick, tra Quebéc e Nova Scotia. A riunire gli italo-canadesi nella Provincia Marittima ci pensa, dagli anni Settanta, l’Associazione Italiana di Moncton. Con oltre 250 membri, 70 famiglie iscritte e un aumento del 20 per cento delle adesioni nell’anno appena concluso, l’organizzazione non profit attrae anche italo-canadesi che si trasferiscono in città da altre province: cinque famiglie solo nel 2009. «Molti si trasferiscono a Moncton da città come Montréal e Toronto – spiega il presidente dell’Associazione Roberto DiDonato – non solo per il posto ma anche perché è bilingue e perché la nostra economia va molto bene». Una volta trasferiti, per i nuovi arrivati avere un «background comune aiuta a fare conoscenze». Oltre a loro ci sono genitori che vogliono iscrivere i figli ai corsi di italiano, o ancora giovani che vogliono andare oltre il dialetto parlato dai loro nonni, spiega DiDonato.

L’associazione organizza quindi dei corsi di italiano per i livelli “principiante” e “avanzato” che si tengono nel centro culturale cittadino Thomas William House, dove il gruppo ha a disposizione delle aule per le lezioni e per gli incontri della commissione. Oltre ai corsi di italiano, l’Associazione – l’unica tra le piccole comunità italiane del New Brunswick – organizza una “Italian dinner” aperta anche ai non iscritti, e sei eventi per i membri nel corso dell’anno. Si tratta di appuntamenti che attraggono tra le 100 e le 200 persone, almeno 300 per la serata italiana. E questo nonostante il gruppo italo-canadese di Moncton non abbia una sede.

«In Atlantic Canada abbiamo solo tre comunità italiane – dice il presidente dell’associazione – a Sidney e Halifax (in Nova Scotia, ndr), e a Moncton». Gli italiani qui sono pochi: «Almeno 700 persone in città e 3mila persone circa di origine italiana in tutto il New Brunswick». Al primo anno del suo mandato biennale, DiDonato ha visto un aumento delle iscrizioni del 20 per cento. «La nostra associazione ha attraversato un periodo difficile – racconta – così ho deciso di impegnarmi per dare il mio contributo alla comunità e perché sono orgoglioso di essere italiano». L’interesse è aumentato grazie all’organizzazione di eventi per le famiglie, «come il picnic che l’anno scorso ha riunito 350 persone nonostante la pioggia», un appuntamento per i soci italiani, per familiari e amici.

«La nostra associazione conta iscritti di diverse età – continua DiDonato – ma devo ammettere che per la maggior parte sono anziani e adulti, anche perché la nostra comunità non vede più immigrati italiani ormai da molto tempo». Attrarre i giovani rimane una spina nel fianco anche per la comunità italiana di Moncton, dice il presidente dell’Associazione. «Il Canada è un Paese dove tutte le culture sono accettate. Viviamo in una società così multiculturale – è la sua riflessione – che diventa sempre più difficile dire “io sono italiano” o di un altro Paese. Come attrarre nuova gente? Cerchiamo di attrarre le famiglie più che i giovani, perché vogliono far stare i bambini con i nonni e vogliono che imparino l’italiano. Coinvolgere i ventenni è molto più difficile, non si può negare. E non riguarda solo l’Associazione italiana, ma la società in generale. Pensiamo agli enti di beneficenza, gestiti per la maggior parte da adulti».

Secondo DiDonato raggiunta una certa età si rafforza il senso di appartenenza. Per questo coinvolgere le famiglie è ancora più facile. Lo dimostrerebbe il successo di attività come le visite al museo Pier 21, ad Halifax, «perché vogliono che i nipoti conoscano la storia dei loro nonni, di come sono arrivati in Canada, per infondere in loro quel senso di riconoscenza».
DiDonato guarda all’esempio della comunità italiana di Halifax, coordinata dall’Italian Canadian Cultural Association of Nova Scotia, e ritiene che la comunicazione con altre organizzazioni italo-canadesi sia fondamentale come strumento di confronto. «Sarebbe bello avere una sede come quella di Halifax – aggiunge – anche se la nostra è una comunità più piccola. Con soli 250 membri sostenere i costi per la manutenzione sarebbe troppo faticoso. Ma avere un posto dove poter socializzare, e parlare, potrebbe rendere tutto più facile. Allo stesso tempo, da quello che vedo, anche le associazioni di Montréal e di Halifax stanno affrontando lo stesso problema delle adesioni. E questo anche per l’attaccamento alle tradizioni, che rende tutto più difficile». Il calo della partecipazione, specialmente dei più giovani, non è l’unico argomento di dibattito. Per gli italo-canadesi di Moncton è difficile mantenere il legame con l’Italia: «Un quarto dei nostri membri non visita l’Italia da anni». E le opportunità di sentirsi italiani sono poche: «L’unica persona con cui posso parlare in italiano è mio padre – dice – Cerco di non perdere la mia cultura d’origine, andando in Italia almeno una volta l’anno. A dir la verità, una volta ogni due visto che adesso ho dei bambini piccoli», dice Roberto DiDonato, che a 33 anni è papà di un bimbo di due anni e mezzo, Dario Azzurri – un secondo nome dedicato proprio alla nazionale di calcio italiana – e di Aria, sei mesi.

«Essere italiano – sottolinea comunque – è qualcosa che mi distingue, e di cui sono orgoglioso. Soprattutto perché la nostra comunità italiana è così piccola. A scuola superiore per esempio, eravamo solo in tre: io e due gemelli. È qualcosa che ti rende unico, e ti fa dire “ecco da dove vengo, questa è la mia storia”». A chi come lui ha origini italiane in Canada, Roberto DiDonato dice di «non dimenticare le proprie origini, di esserne fieri e di apprezzarle, specialmente pensando agli sforzi degli italiani che sono arrivati qui dopo la Seconda guerra mondiale».

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