Venerdì 3, Febbraio, 2012

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È viva l’italianità di Victoria, capitale della British Columbia

Posted on 03 August 2010 by Elena

La vicepresidente Giovanna Spagnolo Greco ci racconta il Leonardo Da Vinci Centre

Di ELENA SERRA

VICTORIA – L’italianità rimane forte a prescindere dal luogo nel quale un emigrante italiano decide di trasferirsi. È rigogliosa in tutto l’Ontario e nel Québec – grazie anche alla forte multiculturalità – e riaffiora in diverse città muovendosi verso Ovest nel Paese, sino ad arrivare a Vancouver. Ma la comunità italiana è presente anche oltre la città principale della British Columbia che si affaccia sul Pacifico, ed allora ecco che si arriva a Victoria, meno di 80mila abitanti di cui circa 6mila italiani.

«Negli anni Cinquanta un gruppo di persone si è riunito con l’intento di aiutare gli immigranti italiani che decidevano di trasferirsi qui a Victoria – ha raccontato al Corriere Canadese Giovanna Spagnolo Greco, vicepresidente del Leonardo Da Vinci Centre – Dopo anni di lavoro, nel 1955 è stato quindi fondato il Victoria Italian Assistente Center» del quale fanno parte oggi circa 350 persone. Dall’originale obiettivo di fornire supporto ad immigranti italiani, le attività si sono poi indirizzate verso la conservazione della cultura italiana e l’organizzazione di eventi per mantenere il senso di comunità.
«Oggi ci riuniamo per la festa della mamma e del papà, e a settembre celebriamo i nonni. Inoltre ci ritroviamo tutti per cene preparate con l’aiuto di tutta la comunità. Abbiamo la castagnata ed altre attività che spesso non sono nel calendario e nascono spontaneamente. A tutto ciò si aggiunge l’annuale picnic ed i giochi per i bambini». La vicepresidente ci parla poi del desiderio di italianità: «Molte persone che fanno parte del nostro centro sono arrivate qui tra gli anni Quaranta e Cinquanta – spiega – Ma nonostante ciò c’è una forte volontà di mantenere vive le tradizioni e la cultura italiana, anche grazie alle nuove generazioni che sanno quanto tutto questo sia importante per i propri nonni o genitori. La partecipazione non è numerosa come vorremmo, ma l’interesse c’è».

Tra le tante attività offerte del Leonardo Da Vinci Centre, vi sono anche corsi di italiano per adulti e bambini. «Quando ero presidente, tra il 1999 ed il 2005, ho reinserito nelle attività i corsi di italiano, che erano stati sospesi nel 1989 a causa del taglio dei fondi – racconta Giovanna Spagnolo Greco – Ricominciare è stato davvero difficile: la prima classe era frequentata solo da 10 bambini, ed anche ora non è facile coinvolgere i più giovani in corsi del genere, perché sono impegnati in tantissime attività. Per questo motivo il numero dei bambini iscritti è calato tanto negli anni, e spesso coloro che li frequentano sono adulti che vogliono recarsi in Italia. Durante l’anno abbiamo infatti tre corsi per adulti, e abbiamo sia studenti italo-canadesi che di altre nazionalità».

Approfondendo la conversazione, si arriva ad affrontare un punto focale per il futuro dell’italianità in tutte le comunità del Canada, ossia quello della partecipazione giovanile. «I giovani si divertono molto quando si ritrovano tutti insieme nei nostri eventi, soprattutto i più piccoli, perché possono correre e godersi le attività che organizziamo per loro – prosegue la vicepresidente -. Questo è anche dovuto al fatto che la nostra comunità è un po’ sparsa nel territorio, e spesso non è facile incontrarsi».

Pur essendo la capitale della British Columbia, Victoria è infatti situata sull’isola di Vancouver, e i circa 100 km di distanza dalla terra ferma possono rendere ancora più difficile il mantenimento della propria cultura.
«Vi sono quindi alcuni giovani che si ritrovano insieme solo al nostro centro in occasione degli eventi, e per questo si divertono molto». Se le chiediamo se i giovani italo-canadesi sono abbastanza coinvolti e spronati dalle famiglie, soprattutto riguardo la lingua, lei risponde: «Posso parlare per esperienza personale, perché i miei genitori hanno sempre parlato italiano, ed io ho fatto lo stesso con i miei figli. Ma è davvero difficile trasmettere una lingua ai bambini, perché una volta che iniziano ad andare a scuola la cultura e la lingua del luogo nel quale si vive prendono il sopravvento. I giovani conservano le tradizioni ed amano il cibo, ma mantenere la lingua viva è davvero difficile».

Arriva quindi la domanda d’obbligo: la lingua italiana verrà del tutto persa in Canada?
«Spero non si arrivi a perderla del tutto, ed in questo anche eventi musicali possono aiutare – conclude la vicepresidente – Comunque nella costituzione del nostro centro si dice che le nostre attività devono continuare anche se vi partecipano solo una decina di persone, quindi almeno per il prossimo secolo sappiamo che qualcosa sopravvivrà».

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Nel West-Island l’italianità senza divisioni

Posted on 26 July 2010 by Elena

Il presidente Egidio Vincelli: «Una ricchezza il fatto di provenire da regioni diverse»

Di ELENA SERRA

KIRKLAND (QUÉBEC) – L’Associazione italo-canadese del West-Island si trova a Kirkland, cittadina di poco più di 20.000 abitanti nel Sud del Québec. Seppur lontani dalla grande comunità italiana di Montréal, gli abitanti del West-Island si sono organizzati, hanno celebrato la loro italianità, ed offrono oggi uno dei centri di riferimento degli italo-canadesi dell’intera regione.

«Molte associazioni intorno a Montréal hanno iniziato le loro attività negli anni Sessanta, in concomitanza con lo sviluppo dei quartieri italiani – ha raccontato al Corriere Canadese Egidio Vincelli, presidente dell’associazione – Per quanto ci riguarda, circa vent’anni fa abbiamo deciso di riunirci come associazione perché ciascuno di noi rappresentava una minoranza». Pur essendoci circa 300.000 italo-canadesi nel Québec, Vincelli racconta infatti come la situazione fosse diversa dalla realtà di Montréal, dove vi è un gran numero di persone che provengono dalla stessa regione o parte d’Italia. «Per questo abbiamo deciso di riunirci e celebrare il fatto di essere italiani».

Altro fattore importante, continua il presidente «è stata la velocissima diffusione della lingua inglese che, dopo quella francese, attirava le nuove generazioni a scapito della lingua italiana. Qui non vi sono chiese italiane o luoghi che è possibile frequentare per preservare la nostra lingua e cultura, così abbiamo deciso di crearli noi».
Così è nata l’Associazione italo-canadese del West-Island, che tre anni fa ha avuto il grande salto di qualità, iniziando a promuovere attivamente la lingua italiana attraverso corsi, agevolati anche dal fatto che molti italo-canadesi e giovani di seconda e terza si stanno trasferendo da Montréal verso il confine con l’Ontario.
«Attualmente qui nel West-Island ci sono circa 300 bambini che seguono i corsi d’italiano il sabato mattina, il che è una dato davvero positivo, al quale si aggiungono poi anche gli adulti». I corsi sono aperti a tutti, e vengono frequentati non solo da italo-canadesi ma anche da tedeschi, spagnoli e francesi che amano l’Italia.

«Queste esperienze positive ci hanno portato ad introdurre altre attività ed elementi della nostra cultura, come la Tombola, mostrando a tutti che Tombola e Bingo non sono la stessa cosa. Per noi è importante coinvolgere tutta la comunità nella quale viviamo e non isolarci da essa, quindi abbiamo anche eventi di solidarietà, come il torneo di golf che raccoglie fondi per l’ospedale, e la Giornata Multiculturale del 25 agosto».
Il presidente dell’associazione, che conta oggi più di 1.000 iscritti, parla anche della situazione dei giovani: «Certo, se la Nazionale di calcio fosse arrivata alla finale della Coppa del Mondo, sono convinto che sarebbero stato più facile coinvolgere i giovani in tutto ciò che è italiano – scherza Vincelli – La verità è che i giovani hanno bisogno di un motivo per avvicinarsi all’italianità, non possono farlo solo perché il nonno era italiano. Capisco che a volte possano essere più attratti da altre cose, da sport o altri passatempi, e credo che la chiave giusta sia quella di rendere l’italiano e altri aspetti della nostra cultura parte integrante della loro vita. Non è facile, ma più di 300 bambini che studiano l’italiano ogni sabato vogliono dire qualcosa».
Per aiutare le famiglie a far frequentare i corsi di italiano ai propri figli, l’associazione sta ora collaborando con la business community, per riuscire a fornire sostegni economici.

Per quanto riguarda l’associazionismo, il messaggio lanciato dal West-Island appare di chiara unità e cooperazione: «Io sono per l’unità, sono contro le divisioni. In tutte le nostre attività cerchiamo sempre di lavorare insieme alle altre associazioni italo-canadesi della zona. Ritengo una ricchezza il fatto che non proveniamo tutti dalla stessa parte dell’Italia, perché ciò ci fa sentire italiani e non molisani o abruzzesi. Questo è un messaggio importante anche per i giovani ed i bambini, il fatto che loro dicano “sono italiano”, senza divisioni interne. Inoltre oggi ci si sposa con persone di diverse etnie e religioni, e quindi queste divisioni non hanno senso. La realtà è questa, non la si può negare. Bisogna aprire le proprie menti e lavorare tutti insieme. Sono ormai passati i tempi dell’immigrazione, quando ci si sentiva soli e si era una minoranza. Ora gli italo-canadesi sono forti e non abbiamo più bisogno di divisioni. Gli italiani hanno fatto la storia, ed hanno ancora tanto da dire. Questo è il messaggio della nostra associazione».

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Social network, il futuro di Forza Giovani

Posted on 20 July 2010 by Elena

Tra i nuovi progetti dell’associazione le collaborazioni con le università della Gta

Di Elena Serra

TORONTO – Applicazioni per telefoni cellulari, collaborazioni con le università e la partecipazione alla National Exhibition. Sono passi importanti quelli che Forza Giovani, l’associazione di e per i giovani italo-canadesi di Toronto, si propone di compiere nell’immediato futuro.
Il primo evento ufficiale che ha avuto luogo il 23 giugno al Capitol Event Theatre di Toronto, e che ha presentato l’associazione a tutta la comunità italo-canadese, è stato infatti un importantissimo trampolino di lancio per le loro attività.

«Siamo stati davvero colpiti dalla risposta e dalla partecipazione della comunità» ha raccontato al Corriere Canadese il presidente di Forza Giovani Mario Pileggi, entusiasta della presenza di circa 400 persone, compreso il console generale di Toronto Gianni Bardini e il chairman di Wind Mobile Anthony Lacavera.
«La cosa più bella è stata la partecipazione di italiani che erano qui a Toronto in vacanza e che avevano conosciuto Forza Giovani ad un festival italiano – continua Pileggi – Questo evento ci ha sicuramente confermato che quella che stiamo percorrendo è la strada giusta, e che dobbiamo puntare sui giovani».

Per questo motivo l’associazione sta lavorando ad alcuni progetti importanti che si propongono di puntare maggiormente sulle risorse che i giovani italo-canadesi dai 16 ai 35 hanno da offrire. «Non vogliamo fare troppe cose tutte insieme, ma preferiamo concentrarci su determinati progetti e svilupparli bene».

Sicuramente è importante l’opportunità che Forza Giovani ha ricevuto da Adlure Media, che fornirà loro un sito web compatibile con tutte le principali marche di telefoni cellulari – iPhone, Blackberry e Motorola – e che permetterà quindi a Forza Giovani di avere la propria “app” per telefonini. La presenza dell’associazione alla National Exhibition 2010 permetterà inoltre di superare la cifra dei 300 membri raggiunta durante l’evento di giugno, e lo sviluppo di una futura collaborazione con le tre principali università della Gta – UofT, Ryerson University e York University – darebbe loro la possibilità di coprire e coinvolgere l’intera rete di giovani di Toronto.

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«Associazionismo senza divisioni»

Posted on 28 May 2010 by Caterina

Mario Tattoni: unire le forze e attirare sempre di più i giovani
Di ELENA SERRA
BURLINGTON – Una numerosa comunità italo-canadese ed un altro numero di club o associazioni non stanno necessariamente a significare una forte partecipazione della comunità, o uno spiccato senso di italianità.
Questa sembra essere la situazione descritta al Corriere Canadese da Mario Tattoni, emiliano di nascita, in Canada dal 1961, e presidente dell’Italian Canadian Club of Burlington dal 1998.
«Il nostro social club è stato fondato nel 1982, e oggi conta 255 simpatizzanti e circa 100 membri. Il nostro obiettivo – racconta il presidente – è quello di reclutare il maggior numero di famiglie possibili, perché siamo convinti che il futuro del club sia in mano ai bambini e ai giovani».
Ma proprio l’importanza attribuita dal club alle nuove generazioni ne ha rappresentato l’ostacolo principale, «soprattutto alla fine degli anni Novanta quando ho assunto la presidenza, il club stava seriamente rischiando di morire per la mancanza di adesioni e partecipazione della comunità – racconta Tattoni – C’è voluto molto tempo e lavoro, ma ora finalmente abbiamo famiglie giovani con bambini che fanno parte del nostro club e prendono parte alle nostre attività».
Questo miglioramento è stato però «molto lento e difficile, ed ancora adesso non mi ritengo soddisfatto» spiega Tattoni, ricordando che la comunità italo-canadese di Burlington conta almeno 20.000 persone. «La città è cresciuta molto, demograficamente siamo vicino ad Hamilton, e molti sono arrivati nella nostra zona da Toronto. Ma attrarre i giovani sembra un’impresa davvero difficile».
Priorità di tutte le associazioni e club italo-canadesi, i giovani appaiono però, sfuggenti o addirittura irraggiungibili.
«Se devo essere sincero, ritengo che i genitori siano la causa della mancanza d’interesse delle nuove generazioni verso l’italianità, perché credo che si sia trascurata l’importanza di trasmettere ai figli il senso di italianità» afferma il direttore. «Penso questo sia un problema che tutta la comunità italo-canadese si trova ora ad affrontare».
In particolar modo, sottolinea Tattoni, queste mancanze sono molto visibili se si pensa alla non conoscenza della lingua italiana, ma toccano un po’ tutti gli aspetti della cultura e delle tradizioni. «Di sicuro si parla pochissimo l’italiano. Quello che però sto notando è una forte crescita d’interesse dei giovani una volta completata la maturità, intorno ai 30 anni, che li porta a riavvicinarsi a quelle che sono le radici familiari. Lo vedo nelle giovani coppie con bambini, che spingono i propri figli a frequentare i corsi d’italiano e, anche se loro stessi non lo sanno parlare -perché magari l’hanno abbandonato ai tempi delle scuole superiori – vogliono ricominciare a studiarlo».
Note positive quindi, che dovrebbero però essere colte da tutti in maniera diversa, magari accompagnate da un cambio di mentalità per quello che ha rappresentato fino ad oggi il mondo dell’associazionismo. Tutto questo perché il problema del passaggio del testimone dell’italianità alle nuove generazioni dovrebbe, secondo Tattoni, essere affrontato in modo diverso, nella sua area così come in tutto il Paese. «Nella nostra regione, ad esempio, abbiamo molte organizzazioni e club, ma sembra che ognuno voglia solo lavorare per se stesso. Il nostro club non si limita ad accogliere italiani di una sola regione, bensì raccoglie italo-canadesi di tutta Italia. Penso che oggigiorno i club regionali stiano morendo perché non hanno più motivo di esistere. Non ha senso avere quattro o cinque club nella zona, ciascuno con pochissimi soci, o avere delle attività in un parco e vedere che vicino a noi c’è un altro evento di un’altra associazione. Ma soprattutto i club che posseggono una sede sembrano essere molto chiusi in se stessi».
Per il futuro dell’italianità in Canada sono quindi necessari dei cambiamenti profondi, e Tattoni lancia un appello a tutte le associazioni e club: «Ritengo che sarebbe più ragionevole unire le forze, lavorare insieme, e sono certo che i risultati risulterebbero più soddisfacenti. Sarebbe davvero importante trovare quell’unità nei club che oggi manca, anche perché il fine delle nostre attività dovrebbe essere uguale per tutti. Una migliore cooperazione ed organizzazione vorrebbe dire risolvere il problema della sopravvivenza dei club stessi, risolvere il problema dei giovani e garantire il mantenimento della lingua e della cultura italiana».

«Associazionismo senza divisioni»
Mario Tattoni: unire le forze e attirare sempre di più i giovani
Di ELENA SERRABURLINGTON – Una numerosa comunità italo-canadese ed un altro numero di club o associazioni non stanno necessariamente a significare una forte partecipazione della comunità, o uno spiccato senso di italianità.Questa sembra essere la situazione descritta al Corriere Canadese da Mario Tattoni, emiliano di nascita, in Canada dal 1961, e presidente dell’Italian Canadian Club of Burlington dal 1998.«Il nostro social club è stato fondato nel 1982, e oggi conta 255 simpatizzanti e circa 100 membri. Il nostro obiettivo – racconta il presidente – è quello di reclutare il maggior numero di famiglie possibili, perché siamo convinti che il futuro del club sia in mano ai bambini e ai giovani». Ma proprio l’importanza attribuita dal club alle nuove generazioni ne ha rappresentato l’ostacolo principale, «soprattutto alla fine degli anni Novanta quando ho assunto la presidenza, il club stava seriamente rischiando di morire per la mancanza di adesioni e partecipazione della comunità – racconta Tattoni – C’è voluto molto tempo e lavoro, ma ora finalmente abbiamo famiglie giovani con bambini che fanno parte del nostro club e prendono parte alle nostre attività». Questo miglioramento è stato però «molto lento e difficile, ed ancora adesso non mi ritengo soddisfatto» spiega Tattoni, ricordando che la comunità italo-canadese di Burlington conta almeno 20.000 persone. «La città è cresciuta molto, demograficamente siamo vicino ad Hamilton, e molti sono arrivati nella nostra zona da Toronto. Ma attrarre i giovani sembra un’impresa davvero difficile».Priorità di tutte le associazioni e club italo-canadesi, i giovani appaiono però, sfuggenti o addirittura irraggiungibili. «Se devo essere sincero, ritengo che i genitori siano la causa della mancanza d’interesse delle nuove generazioni verso l’italianità, perché credo che si sia trascurata l’importanza di trasmettere ai figli il senso di italianità» afferma il direttore. «Penso questo sia un problema che tutta la comunità italo-canadese si trova ora ad affrontare».In particolar modo, sottolinea Tattoni, queste mancanze sono molto visibili se si pensa alla non conoscenza della lingua italiana, ma toccano un po’ tutti gli aspetti della cultura e delle tradizioni. «Di sicuro si parla pochissimo l’italiano. Quello che però sto notando è una forte crescita d’interesse dei giovani una volta completata la maturità, intorno ai 30 anni, che li porta a riavvicinarsi a quelle che sono le radici familiari. Lo vedo nelle giovani coppie con bambini, che spingono i propri figli a frequentare i corsi d’italiano e, anche se loro stessi non lo sanno parlare -perché magari l’hanno abbandonato ai tempi delle scuole superiori – vogliono ricominciare a studiarlo».Note positive quindi, che dovrebbero però essere colte da tutti in maniera diversa, magari accompagnate da un cambio di mentalità per quello che ha rappresentato fino ad oggi il mondo dell’associazionismo. Tutto questo perché il problema del passaggio del testimone dell’italianità alle nuove generazioni dovrebbe, secondo Tattoni, essere affrontato in modo diverso, nella sua area così come in tutto il Paese. «Nella nostra regione, ad esempio, abbiamo molte organizzazioni e club, ma sembra che ognuno voglia solo lavorare per se stesso. Il nostro club non si limita ad accogliere italiani di una sola regione, bensì raccoglie italo-canadesi di tutta Italia. Penso che oggigiorno i club regionali stiano morendo perché non hanno più motivo di esistere. Non ha senso avere quattro o cinque club nella zona, ciascuno con pochissimi soci, o avere delle attività in un parco e vedere che vicino a noi c’è un altro evento di un’altra associazione. Ma soprattutto i club che posseggono una sede sembrano essere molto chiusi in se stessi». Per il futuro dell’italianità in Canada sono quindi necessari dei cambiamenti profondi, e Tattoni lancia un appello a tutte le associazioni e club: «Ritengo che sarebbe più ragionevole unire le forze, lavorare insieme, e sono certo che i risultati risulterebbero più soddisfacenti. Sarebbe davvero importante trovare quell’unità nei club che oggi manca, anche perché il fine delle nostre attività dovrebbe essere uguale per tutti. Una migliore cooperazione ed organizzazione vorrebbe dire risolvere il problema della sopravvivenza dei club stessi, risolvere il problema dei giovani e garantire il mantenimento della lingua e della cultura italiana».

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Il console alla comunità: «Dobbiamo collaborare»

Posted on 29 April 2010 by Elena

I presidenti delle associazioni hanno risposto positivamente all’incontro proposto da Bardini
di ELENA SERRA

TORONTO – È stato un incontro che in molti hanno definito più unico che raro quello che martedì sera ha raccolto al Columbus Centre i presidenti di tutte le associazioni e club dell’Ontario.
Il tutto era partito semplicemente dall’e-mail del console generale Gianni Bardini che, ringraziando tutti della disponibilità che aveva portato al completamento della rete associativa, chiamava tutti a raccolta in un incontro che ne avrebbe “testato” l’efficacia. Ed è stato un successo.

Nella sala Rotonda del Columbus Centre è stato il console stesso a fare da moderatore all’incontro, e da vera e propria guida verso quello che era l’obiettivo della serata organizzata insieme al Comites. «L’intento di questo nostro incontro è quello di un approccio concreto – ha spiegato Bardini iniziando il suo discorso – e di un invito alla collaborazione anche attraverso l’uso della nostra rete associativa che abbiamo appena creato».
Punto di partenza del dibattito sono stati tre progetti nei quali il consolato generale è direttamente coinvolto, e che sono stati definiti «di interesse comune». Il primo di essi è stato introdotto dal cav. Marino Toppan, che ha espresso il desiderio e l’esigenza di onorare gli italiani caduti sul lavoro. «Ci sono monumenti, ma non ci sono nomi – ha affermato Toppan – ed i nostri figli e nipoti devono sapere chi ha perso la propria vita nella costruzione dell’Ontario». Forte amarezza è trapelata dal cavaliere quando ha raccontato le difficoltà burocratiche che rendono molto difficile l’ottenimento della lista dei caduti sul lavoro, e si è rivolto all’intera comunità in cerca di aiuto: «Bastano due per avere il plurale, ma sono centinaia le persone che sono morte, e dobbiamo trovare il modo di onorarle». La gente si dimentica troppo facilmente, ha concluso Toppan, «ma i nomi di queste persone rimarrebbero per sempre».

La parola è poi passata a Daniele Procacci, che ha spiegato il progetto Storia dell’emigrazione italiana in Canada a fumetti, finalizzato a conservare la memoria dei tanti immigrati italiani in Canada che ora saranno in grado di trasmetterla ai propri figli e nipoti. «Questo avverrà attraverso un linguaggio ben conosciuto ai giovani, quello dei fumetti – ha spiegato Procacci – che permetterà loro di rafforzare il legame con le proprie radici». Il progetto, che ha impegnato Procacci ed il suo team per due anni e mezzo, dovrebbe vedere pubblicata la sua edizione definitiva a settembre, «ma stiamo cercando di fornire al pubblico la prima parte entro la festa della Repubblica del 2 giugno». In questo caso è stato chiesto a tutte le associazioni un aiuto di diffusione dell’opera nella propria comunità, in modo tale da farla conoscere al maggior numero di persone possibili, visto che si tratta di una parte della storia degli italo-canadesi.

Corrado Paina, segretario generale della Camera di Commercio italiana dell’Ontario, ha invece parlato dell’esperienza di lavoro in Italia per giovani italo-canadesi. «Un’esperienza lavorativa nel Belpaese permetterebbe ai giovani di crearsi una qualifica e rafforzare quel legami con le radici della propria famiglia» ha spiegato Paina, sottolineando l’importanza di apprendere la lingua italiana con un metodo «attivo». Il progetto, in collaborazione con numerose aziende ed enti italiani che si sono resi disponibili, dovrebbe partire all’inizio del 2011. «È necessario che i nostri giovani abbiano un’esperienza positiva, e per questo è giusto che l’intera comunità si faccia carico delle spese» ha detto Paina rivolgendosi al pubblico presente. «Le associazioni italiane sono talmente tante che il contributo che chiediamo a ciascuno di voi è davvero ragionevole».

La serata è poi proseguita con diversi interventi dei presidenti delle associazioni e membri della comunità, che hanno ringraziato il console per l’organizzazione dell’incontro, ed espresso il proprio parere sui temi affrontati.
Alcuni si sono semplicemente presentati alla comunità, ed in molti hanno colto il desiderio del console rendendosi disponibili a cooperare. Erano presenti anche molti giovani che hanno voluto mettere a tacere coloro che criticano il loro disinteresse verso l’italianità, e hanno espresso la volontà di fare tutto ciò che è necessario per afferrare il testimone e non perdere la lingua e la cultura italiana.
È apparso chiaro che tutti hanno lasciato il Columbus Centre più che soddisfatti, alcuni anche sorpresi, con in mente le ultime parole pronunciate dal console: «Cerchiamo di essere uniti».

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È online l’elenco delle associazioni

Posted on 22 March 2010 by Concita

TORONTO – È disponibile sul sito del Consolato Generale d’Italia a Toronto www.constoronto.esteri.it, alla voce “Il Consolato”, “Albo delle Associazioni Italo-Canadesi”, l’elenco aggiornato delle Associazioni censite nei mesi scorsi.

È possibile visionare, cliccando sugli apposti link sia in inglese sia in italiano, due distinti elenchi. Il primo riguarda le Associazioni che hanno autorizzato questo Consolato Generale a pubblicare i dati che le riguardano, il secondo le Associazioni che a tutt’oggi non hanno fatto pervenire tale autorizzazione. Tutti i sodalizi che intendano far rilevare inesattezze o aggiornare i propri dati, sono pregate di contattare il Consolato Generale all’indirizzo e-mail console.toronto@esteri.it.
Il Console Generale
Min. Plen. Gianni Bardini

VAI ALL’ELENCO

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«Nel nostro futuro i giovani e la cultura»

Posted on 24 February 2010 by Concita

Secondo Moreno Bernardi, presidente del Circolo Ricreativo Toscano, le basi per garantire continuità al sodalizio sono state gettate

di MARIELLA POLICHENI

Moreno Bernardi

TORONTO – È un sodalizio, il Circolo Ricreativo Toscano, già proiettato verso il futuro.
Un presidente dinamico, Moreno Bernardi, 50 anni, un gruppo in seno al Circolo, I giovani toscani di Toronto, tante idee chiare e grande determinazione a passare il testimone alle nuove generazioni è quel che caratterizza questo Circolo che vanta 347 tesserati. «Paura di scomparire? Il pericolo c’è, ma noi stiamo facendo di tutto per portare avanti iniziative che interessano i giovani».

«Notiamo con piacere dei progressi – dice con un sorriso il presidente in carica da due anni Bernardi dopo essere stato vicepresidente per altri due – il gruppo di giovani che si è formato tre anni fa ha un certo livello di autonomia ma anche delle responsabilità verso il Circolo stesso. Noi li incoraggiamo, diamo loro una spinta quando serve e notiamo che cominciano a muovere i primi passi dando vita a picnic e festicciole, qualche concerto ma vorrebbero riuscire a organizzare tanti eventi culturali».

Hanno una loro costituzione, un loro logo, questi giovani di origine toscana dei quali Adamo Nardi, 25 anni è il presidente e Christina Sebastiani, 23 anni, la vicepresidente: «La nascita del gruppo dei giovani è stata ufficializzata dalla Regione per cui adesso, come già accade con noi, la Regione Toscana darà loro un sussidio per portare avanti iniziative sia culturali che destinate a mantenere vivo il legame con la Regione – spiega Bernardi in un meraviglioso italiano con una leggera inflessione toscana, nato a Toronto da genitori originari di Bagni di Lucca – organizziamo da tempo una serata di gala durante la quale premiamo con il Trofeo Cristoforo Colombo 12 ragazzi dal grado 1 al grado 11, e da tre anni a questa parte, anche dodici giovani iscritti alle università o ai college con borse di studio. Privilegiare la cultura e un inserimento prestigioso dei ragazzi nel mondo del lavoro è la nostra priorità».

È proprio al fine di raccogliere i fondi per le borse di studio (parte del denaro va anche alla Alzheimer Society) che il Circolo organizza ogni anno un torneo di golf. “I giovani prima di tutto” sembra essere lo slogan fatto proprio dai toscani. «Dobbiamo precisare che ben 25 anni fa la nostra Regione spinse, senza fortuna, affinchè fosse creato un movimento formato dai ragazzi – spiega il presidente Bernardi – i direttivi del passato non ne hanno capito l’importanza e di conseguenza non hanno profuso alcun impegno e alcuna volontà nel far sì che i ragazzi si unissero. Adesso è davvero giunto il momento di guardare avanti e di dare una mano ai nostri giovani nel farlo». Quel che sta a cuore a Bernardi è anche lo studio della lingua italiana: «Io sono nato a Toronto e parlo italiano, le mie figlie parlano un buon italiano – dice il presidente – purtroppo però la maggior parte dei ragazzi non lo parlano per cui mentre da un lato dirigiamo i nostri sforzi verso lo studio della lingua di Dante, dall’altro possiamo avvicinarli alla nostra cultura attraverso la lingua inglese».

In fondo, l’italianità, dice Bernardi, è fatta di tante cose: la lingua sì, ma anche la gastronomia, la cultura, la moda, la storia. La nostra storia. «A noi manca la celebrazione di una festa importante – aggiunge Moreno Bernardi che condivide l’idea del Console Gianni Bardini di organizzare un evento comunitario importante nel 2011 in occasione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia – sarebbe bello poter dar vita a una festa di grande portata, una festa che unisca tutta la nostra comunità».

Le idee ci sono, i giovani pure, la volontà non manca. «Il mio team collabora, pensiamo tutti in maniera progressista, non ci sono interessi personali ma solo tanta voglia di divertirci e di puntare al futuro con i nostri giovani», conclude Bernardi.

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«Al gap generazionale si unisce quello culturale»

Posted on 29 January 2010 by Caterina

Secondo Guido Braini è difficile coinvolgere i giovani: «La volontà di partecipare deve nascere in loro spontaneamente»
di Mariella Policheni

TORONTO – «Noi il nostro essere e sentirci profondamente italiani lo abbiamo pagato a caro prezzo. È ovvio che vorremmo che la nostra lingua e la nostra cultura continuassero a vivere per mezzo dei nostri figli e dei nostri nipoti».

Italia e italianità sono termini che danno una emozione particolare a Guido Braini, presidente del Club Giuliano-dalmato di Toronto. «Noi istriani, fiumani e dalmati abbiamo pagato con l’esodo dalle nostre terre il nostro essere italiani – continua Braini – non potevamo vivere lì da italiani e così, con tanto dolore, siamo andati via».
Tramandare la propria italianità ai giovani è lo scopo di ogni sodalizio che si rispetti ma le difficoltà sono il comune denominatore di club e associazioni. «Siamo tutti nella stessa barca – continua Braini, presidente dal 1990 – non è facile coinvolgere le nuove generazioni, noi per incoraggiarli a partecipare abbiamo anche organizzato tornei di scacchi ma con scarsi risultati. L’unico evento al quale partecipano volentieri è il picnic. Sarà che si sta all’aria aperta in un bel parco, sarà che si possono organizzare giochi e attività sportive, sta di fatto che la grande scampagnata estiva li attira».
Tenta una analisi Guido Braini per capire perchè i giovani non abbiano voglia di prendere parte alle attività dei sodalizi fondati dai propri nonni e dai propri genitori, sodalizi nati dal desiderio di mantenere vive le proprie origini. «Il problema, dal mio punto di vista, è che al gap generazionale che esiste da sempre tra genitori e figli si unisce anche un divario culturale nel senso che questi giovani sono cresciuti ed hanno assorbito una cultura diversa dalla nostra, parlano inglese, sono integrati, peraltro giustamente dal momento che vivono qui, in una società anglosassone – continua Guido Braini – il risultato è che i nostri giovani li abbiamo persi per strada e forzarli a fare qualcosa che non sentono non è giusto. Noi ci abbiamo provato – e continueremo – a far nascere in loro l’interesse verso i nostri club, ma devono essere loro a sentire l’esigenza di partecipare. Abbiamo iniziato anche a proporre loro libri sull’Italia e sulla nostra storia di esuli, in particolare, in lingua inglese. Se la lingua può rappresentare una barriera noi vogliamo abbattere questo ostacolo, anche i viaggi in Italia sono di sicuro un modo vincente per farli innamorare del Belpaese».
I figli di Braini, Roberto, 50 anni, e Mario, 44, per esempio, partecipano di buon grado: «Posso dire che sono interessati e questo mi fa tanto piacere – continua il presidente dei giuliano-dalmati – i miei nipoti invece non hanno voluto frequentare i corsi di italiano. Se non c’è la volontà è inutile insistere. Quel che però mi fa un po’ arrabbiare è il riscoprirsi italiani dei ragazzi improvvisamente come quando la nazionale di calcio italiana ha vinto i mondiali. Troppo facile.».
Nonostante le evidenti difficoltà Braini cerca di essere ottimista, di vedere un futuro ancora lungo per l’associazionismo: «Voglio pensare in modo positivo e quindi dico che se riusciremo in qualche modo a correggere il tiro e quindi a coinvolgere i giovani andremo avanti – continua Braini – di certo è che finché ci siamo noi della vecchia guardia i club non scompariranno. Per il dopo spero che i ragazzi decidano di prendere in mano le redini e andare avanti».
Sono una piccola manifestazione di amore verso l’Italia questi sodalizi pur se hanno cessato di essere quel che erano per gli emigrati nel dopoguerra: il “rifugio” dove ritrovare la lingua, gli amici e le tradizioni. «Le nostre origini sono in Italia, Paese di grande storia e cultura – conclude Braini – mi disturba il fatto che spesso i giornali inglesi diffondano e amplifichino solo le notizie negative sul nostro Paese. È bastata una parola di Bertolaso sugli aiuti ad Haiti a scatenare un polverone. Ora io mi chiedo: siamo sicuri che qui e negli altri Paesi sia tutto rose e fiori?»

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La comunità italo-canadese si confronta sul suo futuro

Posted on 15 January 2010 by Caterina


Gino Cucchi: è solo il primo passo per parlare di associazionismo, giovani e una giornata italiana

di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – La comunità italiana di Toronto sta vivendo una fase di trasformazione. Si ripensa e si riorganizza. Mercoledì sera consultori e rappresentanti di associazioni e federazioni si sono riuniti per parlare del futuro, durante un incontro organizzato dal Comites di Toronto mercoledì al Columbus Centre. È stato un «brainstorming» – come lo ha definito il console generale Gianni Bardini, presente alla tavola rotonda – per evidenziare le sfide e le problematiche del ricambio generazionale, e per discutere nuove proposte, come una giornata italiana per unire, celebrare e far conoscere la realtà italo-canadese di Toronto, per esempio con il Caboto Day il 24 giugno.

Da parte dei presidenti delle organizzazioni italo-canadesi c’è disponibilità alla collaborazione e al dialogo. Ma il dibattito è aperto sulle modalità e sull’organizzazione, tra ottimismo e pessimismo sulla sopravvivenza delle associazioni e dei club. Da parte sua, il presidente del Comites e moderatore della tavola rotonda, Gino Cucchi, ha ribadito la disponibilità del Comites a «fare da coordinatore, offrire uno spazio e condividere idee, senza entrare nel merito delle decisioni delle associazioni che sono e devono essere indipendenti». Cucchi ha anche puntualizzato che alla riunione al Columbus Centre seguiranno altre tavole rotonde sul futuro dell’associazionismo, sul ruolo dei giovani e su eventi comuni per la comunità.

Passare il testimone ai giovani è fondamentale, ha sottolineato il membro del Comites Fulvio Florio. Ma come? I giovani italo-canadesi sono attratti dall’Italia di oggi, testimonia Cristiano De Florentis parlando del successo dell’associazione L’Altra Italia che attira sempre di più gli studenti universitari. Sono giovani integrati nel tessuto sociale canadese e la solidarietà tra emigrati e la condivisione di tradizioni locali, alla base della fondazione di associazioni italiane, oggi non sono più elementi di aggregazione, è l’analisi emersa nel corso del dibattito. Cosmo Femia, presidente della Federazione dei giovani italo-canadesi, rassicura comunque sulla voglia di fare delle nuove generazioni che «sanno parlare l’italiano».

«Non è vero che le associazioni sono finite, devono solo riorganizzarsi», dice Antonio Porretta, consultore della Regione Lazio, che ha invitato i consultori delle altre regioni italiane per il Canada a riunirsi e discutere una strategia comune per sostenere la comunità e le associazioni italo-canadesi in questa fase di transizione. Caroline Di Cocco, presidente della Federazione Lazio, chiede di «discutere una strategia comune tra federazioni», ricordando che le associazioni fanno parte della società canadese e richiamando all’importanza di aprirsi e farsi conoscere. «I tempi sono cambiati, e un tavola rotonda sulla sopravvivenza è essenziale per capire come noi, insieme, possiamo fare qualcosa per il futuro», ribadisce Di Cocco. Punta sull’urgenza dell’analisi anche Tony Marcantonio (Campania). E si unisce al coro anche Franco Sampogna, consultore della Regione Molise e presidente della Federazione delle associazioni molisane in Ontario. «Le associazioni vanno verso la scomparsa, dobbiamo collaborare – è il suo invito, citando l’esempio della comunità italo-americana – perché collaborando si può fare tanto, almeno per i giovani».

«Questo è un buon passo», dice Vincenzo Antezza, consultore dei Lucani, che si chiede però quanti in realtà siano disposti al dialogo e quanto sia visibile il Comites. Tony Silipo (Federazione dei calabresi) ha invitato il Comites a farsi affiancare dalle federazioni «quando si tratta di prendere posizione con il governo o con il Consolato», e ha espresso il suo rammarico per l’assenza del Congresso degli italo-canadesi. «La Federazione calabrese – assicura – è sempre aperta a tutte le istituzioni» ed è favorevole al Caboto Day il 24 giugno. Roberto Bandiera (Molisani nel Mondo) ha riproposto l’idea di una settimana italiana, con una parata lungo Toronto ma «il problema è vedere se la gente è disposta a lavorare», facendo appello a istituzioni come il Comites e il Consolato per spronare le associazioni ad aggregarsi. Il consigliere Comites Mario Marra ha ribadito la disponibilità del Comites e ha invitato all’apertura, pensando a un Caboto Day in Canada come il Columbus Day per gli Usa, un evento di fama internazionale. «Ma si inizia dalle fondamenta – ha aggiunto – questo è il primo passo, il buon esito di un’altra riunione Comites organizzata da Mimmo Rizzo conferma che se noi continueremo avremo successo». «Mi meraviglia il pessimismo», dice Lucia Flaim (Club Trentino e consultore) sottolineando le difficoltà del gap generazionale di oggi, non solo per la comunità italo-canadese. E citando il programma Next (Nuove energie per il Trentino), Lucia Flaim invita a guardare al futuro con entusiasmo, dando ai giovani autonomia e affidandosi alla loro professionalità. «Noi abbiamo scelto la via accademica delle borse di studio», dice Moreno Berardi (Toscana) che apre alla collaborazione. Rispetto ai primi dibattiti, ricorda Paolo Natale (Confederazione siciliana) la partecipazione è aumentata, ma occorre coinvolgere anche il Congresso e «passare questo testimone ai giovani». Per Gino Ripandelli – che invita a superare l’individualismo e a unirsi per iniziative come la Giornata del sacrificio e la Festa della donna – la volontà del Comites di lavorare con il Congresso c’è, «non siamo contro ma sempre aperti». E da osservatore esterno, il console Bardini ha chiuso i lavori lodando l’iniziativa del Comites, e spronando le associazioni a sfruttare la frammentazione come ricchezza, «mettendosi in rete», a organizzare stage per i giovani in Italia e a impegnarsi per difendere i dipartimenti di italiano nelle università, come la Queen’s University. Un team di rappresentanti (Roberto Bandiera, Vittorio Scava, Tony Marcantonio, Franco Sampogna, Moreno Berardi, Giovanni Addolisio, Cosmo Femia, Caroline Di Cocco, Antonio Porretta e Domenico Servello) assieme a Gino Cucchi, stilerà ora un’agenda. Il dibattito, insomma, è destinato a continuare.

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Halifax, la “next generation” italiana al lavoro

Posted on 13 January 2010 by Caterina

Nuova sede, biblioteca e corsi per 200 studenti: in Nova Scotia un punto di riferimento per le Province Marittime

Di CONCITA MINUTOLA

HALIFAX (NOVA SCOTIA) – Con microfono, carta e penna alla mano, giovani studenti italo-canadesi di Halifax si trasformeranno in reporter per raccontare le storie della loro comunità. Le interviste agli italiani sbarcati al Pier21 di Halifax, raccolte dagli studenti, saranno pubblicate in un libro, con uno spazio dedicato alle ricette delle loro regioni di provenienza. L’idea è nata nel contesto di uno sforzo dell’Italian Canadian Cultural Association (Icca) of Nova Scotia, per coinvolgere i giovani italo-canadesi. Con il progetto “Next generation”, l’Icca vuole essere sempre più una casa anche per gli italo-canadesi dai 13 ai 30 anni.
Tutto è iniziato due anni fa, nominando nell’esecutivo dell’associazione un gruppo di giovani sotto i 30 anni per dare loro voce e organizzare il “Next generation group”. Michael Gasparetto, Alessandra Rosetti e Caterina Fava, assieme al nuovo presidente dell’Icca Luigi Velocci, che ha 36 anni, sono stati i precursori di questo gruppo di giovani, diventando membri dell’esecutivo. «E il gruppo dei giovani sta crescendo», dice Luigi Velocci, grazie a una rete di amicizie che diventa sempre più larga, con nuovi appuntamenti, un gruppo su Facebook e il nuovo sito www.iccans.org.
«Ho parlato con vari presidenti di associazioni italiane in tutto il Canada – nota Luigi Velocci – e il problema è che i giovani sono pochi». Anche tra i membri dell’Icca, almeno la metà degli iscritti ha oltre 65 anni. Per attrarre le nuove generazioni, suggerisce Velocci, occorre organizzare attività che uniscano passato e presente, «far lavorare insieme giovani e anziani per progetti comuni, che siano corsi di cucina o altro. Così gli anziani si sentiranno meglio, e i giovani apprenderanno la cultura, la lingua, l’arte, e la cucina italiana, e diventeranno consapevoli di quello che gli anziani hanno sofferto». Da qui l’iniziativa del libro che vuole far conoscere ai giovani, rendendoli protagonisti, storie di emigrazione e ricette regionali, i viaggi della speranza verso il nuovo mondo e i ricordi e gli odori della terra d’origine.
Sono 3mila le famiglie di origine italiana in Nova Scotia, dice Velocci. L’Associatione Culturale Italo-Canadese della Nova Scotia è nata informalmente negli anni della grande emigrazione, ed è diventata una organizzazione non profit con lo scopo di preservare la cultura italiana in Nova Scotia negli anni Settanta. «Lo scorso anno è stato importante per l’associazione – spiega il presidente dell’Icca – con una nuova sede che ci ha permesso di organizzare nuovi eventi e con il successo della scuola di italiano». Un centro che ospita corsi di lingua, di cucina, di lavorazione del legno e di “appreciation” per almeno 200 studenti. Il processo per rinnovare il club è stato lungo, «ma volevamo essere sicuri – continua Velocci – di avere il luogo giusto e i mezzi finanziari per realizzarlo». E così, dopo dieci anni, oggi gli oltre 600 membri dell’Icca di Halifax hanno a disposizione un nuovo punto d’incontro e una biblioteca italiana che mira ad essere un punto di riferimento per le Province Marittime
«Per me è stato un onore essere scelto come presidente – dice Luigi Velocci – i miei genitori sono sbarcati al Pier 21 di Halifax e poi si sono trasferiti in Ontario. Quando sono tornato in Nova Scotia – racconta – mi mancava la comunità italiana di Toronto, e grazie all’Italian Canadian Cultural Association ho trovato una nuova famiglia. Prima volevo ricongiungermi con le mie radici, ora voglio che i miei figli Danilo e Matteo, che hanno 9 e 4 anni, partecipino alla vita della comunità. E grazie al club hanno trovato tanti nonni e nonne. Di questo ne sono veramente grato». Luigi Velocci è andato in Italia solo una volta, da bambino, ma sono stati i suoi genitori a trasmettergli l’italianità. Il prossimo viaggio, per la famiglia Velocci, sarà proprio in Italia. Ma prima ancora, Luigi dedica gran parte del suo tempo libero e dei suoi giorni di vacanza al volontariato per la comunità italiana. In passato, ricorda ancora il presidente dell’Icca, molti italiani emigrati in Canada, non volevano che i figli parlassero italiano, «perché si vergognavano».

Oggi non è più così. «Sono cresciuto in una famiglia dove si parla italiano, a contatto con un’azienda di italiani. E ai più giovani voglio dire che non è mai troppo tardi per riscoprire la propria italianità. Perché è parte di quello che siamo ed è importante capirlo prima di decidere cosa fare della propria vita. Imparare l’italiano e andare in Italia, poi, è importantissimo».

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