Venerdì 3, Febbraio, 2012

Tag Archive | "Italian associations"

Tags: , , , , , , , , ,

«Nel nostro futuro i giovani e la cultura»

Posted on 24 February 2010 by Concita

Secondo Moreno Bernardi, presidente del Circolo Ricreativo Toscano, le basi per garantire continuità al sodalizio sono state gettate

di MARIELLA POLICHENI

Moreno Bernardi

TORONTO – È un sodalizio, il Circolo Ricreativo Toscano, già proiettato verso il futuro.
Un presidente dinamico, Moreno Bernardi, 50 anni, un gruppo in seno al Circolo, I giovani toscani di Toronto, tante idee chiare e grande determinazione a passare il testimone alle nuove generazioni è quel che caratterizza questo Circolo che vanta 347 tesserati. «Paura di scomparire? Il pericolo c’è, ma noi stiamo facendo di tutto per portare avanti iniziative che interessano i giovani».

«Notiamo con piacere dei progressi – dice con un sorriso il presidente in carica da due anni Bernardi dopo essere stato vicepresidente per altri due – il gruppo di giovani che si è formato tre anni fa ha un certo livello di autonomia ma anche delle responsabilità verso il Circolo stesso. Noi li incoraggiamo, diamo loro una spinta quando serve e notiamo che cominciano a muovere i primi passi dando vita a picnic e festicciole, qualche concerto ma vorrebbero riuscire a organizzare tanti eventi culturali».

Hanno una loro costituzione, un loro logo, questi giovani di origine toscana dei quali Adamo Nardi, 25 anni è il presidente e Christina Sebastiani, 23 anni, la vicepresidente: «La nascita del gruppo dei giovani è stata ufficializzata dalla Regione per cui adesso, come già accade con noi, la Regione Toscana darà loro un sussidio per portare avanti iniziative sia culturali che destinate a mantenere vivo il legame con la Regione – spiega Bernardi in un meraviglioso italiano con una leggera inflessione toscana, nato a Toronto da genitori originari di Bagni di Lucca – organizziamo da tempo una serata di gala durante la quale premiamo con il Trofeo Cristoforo Colombo 12 ragazzi dal grado 1 al grado 11, e da tre anni a questa parte, anche dodici giovani iscritti alle università o ai college con borse di studio. Privilegiare la cultura e un inserimento prestigioso dei ragazzi nel mondo del lavoro è la nostra priorità».

È proprio al fine di raccogliere i fondi per le borse di studio (parte del denaro va anche alla Alzheimer Society) che il Circolo organizza ogni anno un torneo di golf. “I giovani prima di tutto” sembra essere lo slogan fatto proprio dai toscani. «Dobbiamo precisare che ben 25 anni fa la nostra Regione spinse, senza fortuna, affinchè fosse creato un movimento formato dai ragazzi – spiega il presidente Bernardi – i direttivi del passato non ne hanno capito l’importanza e di conseguenza non hanno profuso alcun impegno e alcuna volontà nel far sì che i ragazzi si unissero. Adesso è davvero giunto il momento di guardare avanti e di dare una mano ai nostri giovani nel farlo». Quel che sta a cuore a Bernardi è anche lo studio della lingua italiana: «Io sono nato a Toronto e parlo italiano, le mie figlie parlano un buon italiano – dice il presidente – purtroppo però la maggior parte dei ragazzi non lo parlano per cui mentre da un lato dirigiamo i nostri sforzi verso lo studio della lingua di Dante, dall’altro possiamo avvicinarli alla nostra cultura attraverso la lingua inglese».

In fondo, l’italianità, dice Bernardi, è fatta di tante cose: la lingua sì, ma anche la gastronomia, la cultura, la moda, la storia. La nostra storia. «A noi manca la celebrazione di una festa importante – aggiunge Moreno Bernardi che condivide l’idea del Console Gianni Bardini di organizzare un evento comunitario importante nel 2011 in occasione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia – sarebbe bello poter dar vita a una festa di grande portata, una festa che unisca tutta la nostra comunità».

Le idee ci sono, i giovani pure, la volontà non manca. «Il mio team collabora, pensiamo tutti in maniera progressista, non ci sono interessi personali ma solo tanta voglia di divertirci e di puntare al futuro con i nostri giovani», conclude Bernardi.

Comments (0)

Tags: , , , , , , ,

«Al gap generazionale si unisce quello culturale»

Posted on 29 January 2010 by Caterina

Secondo Guido Braini è difficile coinvolgere i giovani: «La volontà di partecipare deve nascere in loro spontaneamente»
di Mariella Policheni

TORONTO – «Noi il nostro essere e sentirci profondamente italiani lo abbiamo pagato a caro prezzo. È ovvio che vorremmo che la nostra lingua e la nostra cultura continuassero a vivere per mezzo dei nostri figli e dei nostri nipoti».

Italia e italianità sono termini che danno una emozione particolare a Guido Braini, presidente del Club Giuliano-dalmato di Toronto. «Noi istriani, fiumani e dalmati abbiamo pagato con l’esodo dalle nostre terre il nostro essere italiani – continua Braini – non potevamo vivere lì da italiani e così, con tanto dolore, siamo andati via».
Tramandare la propria italianità ai giovani è lo scopo di ogni sodalizio che si rispetti ma le difficoltà sono il comune denominatore di club e associazioni. «Siamo tutti nella stessa barca – continua Braini, presidente dal 1990 – non è facile coinvolgere le nuove generazioni, noi per incoraggiarli a partecipare abbiamo anche organizzato tornei di scacchi ma con scarsi risultati. L’unico evento al quale partecipano volentieri è il picnic. Sarà che si sta all’aria aperta in un bel parco, sarà che si possono organizzare giochi e attività sportive, sta di fatto che la grande scampagnata estiva li attira».
Tenta una analisi Guido Braini per capire perchè i giovani non abbiano voglia di prendere parte alle attività dei sodalizi fondati dai propri nonni e dai propri genitori, sodalizi nati dal desiderio di mantenere vive le proprie origini. «Il problema, dal mio punto di vista, è che al gap generazionale che esiste da sempre tra genitori e figli si unisce anche un divario culturale nel senso che questi giovani sono cresciuti ed hanno assorbito una cultura diversa dalla nostra, parlano inglese, sono integrati, peraltro giustamente dal momento che vivono qui, in una società anglosassone – continua Guido Braini – il risultato è che i nostri giovani li abbiamo persi per strada e forzarli a fare qualcosa che non sentono non è giusto. Noi ci abbiamo provato – e continueremo – a far nascere in loro l’interesse verso i nostri club, ma devono essere loro a sentire l’esigenza di partecipare. Abbiamo iniziato anche a proporre loro libri sull’Italia e sulla nostra storia di esuli, in particolare, in lingua inglese. Se la lingua può rappresentare una barriera noi vogliamo abbattere questo ostacolo, anche i viaggi in Italia sono di sicuro un modo vincente per farli innamorare del Belpaese».
I figli di Braini, Roberto, 50 anni, e Mario, 44, per esempio, partecipano di buon grado: «Posso dire che sono interessati e questo mi fa tanto piacere – continua il presidente dei giuliano-dalmati – i miei nipoti invece non hanno voluto frequentare i corsi di italiano. Se non c’è la volontà è inutile insistere. Quel che però mi fa un po’ arrabbiare è il riscoprirsi italiani dei ragazzi improvvisamente come quando la nazionale di calcio italiana ha vinto i mondiali. Troppo facile.».
Nonostante le evidenti difficoltà Braini cerca di essere ottimista, di vedere un futuro ancora lungo per l’associazionismo: «Voglio pensare in modo positivo e quindi dico che se riusciremo in qualche modo a correggere il tiro e quindi a coinvolgere i giovani andremo avanti – continua Braini – di certo è che finché ci siamo noi della vecchia guardia i club non scompariranno. Per il dopo spero che i ragazzi decidano di prendere in mano le redini e andare avanti».
Sono una piccola manifestazione di amore verso l’Italia questi sodalizi pur se hanno cessato di essere quel che erano per gli emigrati nel dopoguerra: il “rifugio” dove ritrovare la lingua, gli amici e le tradizioni. «Le nostre origini sono in Italia, Paese di grande storia e cultura – conclude Braini – mi disturba il fatto che spesso i giornali inglesi diffondano e amplifichino solo le notizie negative sul nostro Paese. È bastata una parola di Bertolaso sugli aiuti ad Haiti a scatenare un polverone. Ora io mi chiedo: siamo sicuri che qui e negli altri Paesi sia tutto rose e fiori?»

Comments (0)

Tags: , , , , , , , , , , ,

La comunità italo-canadese si confronta sul suo futuro

Posted on 15 January 2010 by Caterina


Gino Cucchi: è solo il primo passo per parlare di associazionismo, giovani e una giornata italiana

di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – La comunità italiana di Toronto sta vivendo una fase di trasformazione. Si ripensa e si riorganizza. Mercoledì sera consultori e rappresentanti di associazioni e federazioni si sono riuniti per parlare del futuro, durante un incontro organizzato dal Comites di Toronto mercoledì al Columbus Centre. È stato un «brainstorming» – come lo ha definito il console generale Gianni Bardini, presente alla tavola rotonda – per evidenziare le sfide e le problematiche del ricambio generazionale, e per discutere nuove proposte, come una giornata italiana per unire, celebrare e far conoscere la realtà italo-canadese di Toronto, per esempio con il Caboto Day il 24 giugno.

Da parte dei presidenti delle organizzazioni italo-canadesi c’è disponibilità alla collaborazione e al dialogo. Ma il dibattito è aperto sulle modalità e sull’organizzazione, tra ottimismo e pessimismo sulla sopravvivenza delle associazioni e dei club. Da parte sua, il presidente del Comites e moderatore della tavola rotonda, Gino Cucchi, ha ribadito la disponibilità del Comites a «fare da coordinatore, offrire uno spazio e condividere idee, senza entrare nel merito delle decisioni delle associazioni che sono e devono essere indipendenti». Cucchi ha anche puntualizzato che alla riunione al Columbus Centre seguiranno altre tavole rotonde sul futuro dell’associazionismo, sul ruolo dei giovani e su eventi comuni per la comunità.

Passare il testimone ai giovani è fondamentale, ha sottolineato il membro del Comites Fulvio Florio. Ma come? I giovani italo-canadesi sono attratti dall’Italia di oggi, testimonia Cristiano De Florentis parlando del successo dell’associazione L’Altra Italia che attira sempre di più gli studenti universitari. Sono giovani integrati nel tessuto sociale canadese e la solidarietà tra emigrati e la condivisione di tradizioni locali, alla base della fondazione di associazioni italiane, oggi non sono più elementi di aggregazione, è l’analisi emersa nel corso del dibattito. Cosmo Femia, presidente della Federazione dei giovani italo-canadesi, rassicura comunque sulla voglia di fare delle nuove generazioni che «sanno parlare l’italiano».

«Non è vero che le associazioni sono finite, devono solo riorganizzarsi», dice Antonio Porretta, consultore della Regione Lazio, che ha invitato i consultori delle altre regioni italiane per il Canada a riunirsi e discutere una strategia comune per sostenere la comunità e le associazioni italo-canadesi in questa fase di transizione. Caroline Di Cocco, presidente della Federazione Lazio, chiede di «discutere una strategia comune tra federazioni», ricordando che le associazioni fanno parte della società canadese e richiamando all’importanza di aprirsi e farsi conoscere. «I tempi sono cambiati, e un tavola rotonda sulla sopravvivenza è essenziale per capire come noi, insieme, possiamo fare qualcosa per il futuro», ribadisce Di Cocco. Punta sull’urgenza dell’analisi anche Tony Marcantonio (Campania). E si unisce al coro anche Franco Sampogna, consultore della Regione Molise e presidente della Federazione delle associazioni molisane in Ontario. «Le associazioni vanno verso la scomparsa, dobbiamo collaborare – è il suo invito, citando l’esempio della comunità italo-americana – perché collaborando si può fare tanto, almeno per i giovani».

«Questo è un buon passo», dice Vincenzo Antezza, consultore dei Lucani, che si chiede però quanti in realtà siano disposti al dialogo e quanto sia visibile il Comites. Tony Silipo (Federazione dei calabresi) ha invitato il Comites a farsi affiancare dalle federazioni «quando si tratta di prendere posizione con il governo o con il Consolato», e ha espresso il suo rammarico per l’assenza del Congresso degli italo-canadesi. «La Federazione calabrese – assicura – è sempre aperta a tutte le istituzioni» ed è favorevole al Caboto Day il 24 giugno. Roberto Bandiera (Molisani nel Mondo) ha riproposto l’idea di una settimana italiana, con una parata lungo Toronto ma «il problema è vedere se la gente è disposta a lavorare», facendo appello a istituzioni come il Comites e il Consolato per spronare le associazioni ad aggregarsi. Il consigliere Comites Mario Marra ha ribadito la disponibilità del Comites e ha invitato all’apertura, pensando a un Caboto Day in Canada come il Columbus Day per gli Usa, un evento di fama internazionale. «Ma si inizia dalle fondamenta – ha aggiunto – questo è il primo passo, il buon esito di un’altra riunione Comites organizzata da Mimmo Rizzo conferma che se noi continueremo avremo successo». «Mi meraviglia il pessimismo», dice Lucia Flaim (Club Trentino e consultore) sottolineando le difficoltà del gap generazionale di oggi, non solo per la comunità italo-canadese. E citando il programma Next (Nuove energie per il Trentino), Lucia Flaim invita a guardare al futuro con entusiasmo, dando ai giovani autonomia e affidandosi alla loro professionalità. «Noi abbiamo scelto la via accademica delle borse di studio», dice Moreno Berardi (Toscana) che apre alla collaborazione. Rispetto ai primi dibattiti, ricorda Paolo Natale (Confederazione siciliana) la partecipazione è aumentata, ma occorre coinvolgere anche il Congresso e «passare questo testimone ai giovani». Per Gino Ripandelli – che invita a superare l’individualismo e a unirsi per iniziative come la Giornata del sacrificio e la Festa della donna – la volontà del Comites di lavorare con il Congresso c’è, «non siamo contro ma sempre aperti». E da osservatore esterno, il console Bardini ha chiuso i lavori lodando l’iniziativa del Comites, e spronando le associazioni a sfruttare la frammentazione come ricchezza, «mettendosi in rete», a organizzare stage per i giovani in Italia e a impegnarsi per difendere i dipartimenti di italiano nelle università, come la Queen’s University. Un team di rappresentanti (Roberto Bandiera, Vittorio Scava, Tony Marcantonio, Franco Sampogna, Moreno Berardi, Giovanni Addolisio, Cosmo Femia, Caroline Di Cocco, Antonio Porretta e Domenico Servello) assieme a Gino Cucchi, stilerà ora un’agenda. Il dibattito, insomma, è destinato a continuare.

Comments (0)

Tags: , , , , , , , ,

La comunità italo-canadese si confronta sul suo futuro

Posted on 15 January 2010 by Caterina


Gino Cucchi: è solo il primo passo per parlare di associazionismo, giovani e una giornata italiana

di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – La comunità italiana di Toronto sta vivendo una fase di trasformazione. Si ripensa e si riorganizza. Mercoledì sera consultori e rappresentanti di associazioni e federazioni si sono riuniti per parlare del futuro, durante un incontro organizzato dal Comites di Toronto mercoledì al Columbus Centre. È stato un «brainstorming» – come lo ha definito il console generale Gianni Bardini, presente alla tavola rotonda – per evidenziare le sfide e le problematiche del ricambio generazionale, e per discutere nuove proposte, come una giornata italiana per unire, celebrare e far conoscere la realtà italo-canadese di Toronto, per esempio con il Caboto Day il 24 giugno.

Da parte dei presidenti delle organizzazioni italo-canadesi c’è disponibilità alla collaborazione e al dialogo. Ma il dibattito è aperto sulle modalità e sull’organizzazione, tra ottimismo e pessimismo sulla sopravvivenza delle associazioni e dei club. Da parte sua, il presidente del Comites e moderatore della tavola rotonda, Gino Cucchi, ha ribadito la disponibilità del Comites a «fare da coordinatore, offrire uno spazio e condividere idee, senza entrare nel merito delle decisioni delle associazioni che sono e devono essere indipendenti». Cucchi ha anche puntualizzato che alla riunione al Columbus Centre seguiranno altre tavole rotonde sul futuro dell’associazionismo, sul ruolo dei giovani e su eventi comuni per la comunità.

Passare il testimone ai giovani è fondamentale, ha sottolineato il membro del Comites Fulvio Florio. Ma come? I giovani italo-canadesi sono attratti dall’Italia di oggi, testimonia Cristiano De Florentis parlando del successo dell’associazione L’Altra Italia che attira sempre di più gli studenti universitari. Sono giovani integrati nel tessuto sociale canadese e la solidarietà tra emigrati e la condivisione di tradizioni locali, alla base della fondazione di associazioni italiane, oggi non sono più elementi di aggregazione, è l’analisi emersa nel corso del dibattito. Cosmo Femia, presidente della Federazione dei giovani italo-canadesi, rassicura comunque sulla voglia di fare delle nuove generazioni che «sanno parlare l’italiano».

«Non è vero che le associazioni sono finite, devono solo riorganizzarsi», dice Antonio Porretta, consultore della Regione Lazio, che ha invitato i consultori delle altre regioni italiane per il Canada a riunirsi e discutere una strategia comune per sostenere la comunità e le associazioni italo-canadesi in questa fase di transizione. Caroline Di Cocco, presidente della Federazione Lazio, chiede di «discutere una strategia comune tra federazioni», ricordando che le associazioni fanno parte della società canadese e richiamando all’importanza di aprirsi e farsi conoscere. «I tempi sono cambiati, e un tavola rotonda sulla sopravvivenza è essenziale per capire come noi, insieme, possiamo fare qualcosa per il futuro», ribadisce Di Cocco. Punta sull’urgenza dell’analisi anche Tony Marcantonio (Campania). E si unisce al coro anche Franco Sampogna, consultore della Regione Molise e presidente della Federazione delle associazioni molisane in Ontario. «Le associazioni vanno verso la scomparsa, dobbiamo collaborare – è il suo invito, citando l’esempio della comunità italo-americana – perché collaborando si può fare tanto, almeno per i giovani».

«Questo è un buon passo», dice Vincenzo Antezza, consultore dei Lucani, che si chiede però quanti in realtà siano disposti al dialogo e quanto sia visibile il Comites. Tony Silipo (Federazione dei calabresi) ha invitato il Comites a farsi affiancare dalle federazioni «quando si tratta di prendere posizione con il governo o con il Consolato», e ha espresso il suo rammarico per l’assenza del Congresso degli italo-canadesi. «La Federazione calabrese – assicura – è sempre aperta a tutte le istituzioni» ed è favorevole al Caboto Day il 24 giugno. Roberto Bandiera (Molisani nel Mondo) ha riproposto l’idea di una settimana italiana, con una parata lungo Toronto ma «il problema è vedere se la gente è disposta a lavorare», facendo appello a istituzioni come il Comites e il Consolato per spronare le associazioni ad aggregarsi. Il consigliere Comites Mario Marra ha ribadito la disponibilità del Comites e ha invitato all’apertura, pensando a un Caboto Day in Canada come il Columbus Day per gli Usa, un evento di fama internazionale. «Ma si inizia dalle fondamenta – ha aggiunto – questo è il primo passo, il buon esito di un’altra riunione Comites organizzata da Mimmo Rizzo conferma che se noi continueremo avremo successo». «Mi meraviglia il pessimismo», dice Lucia Flaim (Club Trentino e consultore) sottolineando le difficoltà del gap generazionale di oggi, non solo per la comunità italo-canadese. E citando il programma Next (Nuove energie per il Trentino), Lucia Flaim invita a guardare al futuro con entusiasmo, dando ai giovani autonomia e affidandosi alla loro professionalità. «Noi abbiamo scelto la via accademica delle borse di studio», dice Moreno Berardi (Toscana) che apre alla collaborazione. Rispetto ai primi dibattiti, ricorda Paolo Natale (Confederazione siciliana) la partecipazione è aumentata, ma occorre coinvolgere anche il Congresso e «passare questo testimone ai giovani». Per Gino Ripandelli – che invita a superare l’individualismo e a unirsi per iniziative come la Giornata del sacrificio e la Festa della donna – la volontà del Comites di lavorare con il Congresso c’è, «non siamo contro ma sempre aperti». E da osservatore esterno, il console Bardini ha chiuso i lavori lodando l’iniziativa del Comites, e spronando le associazioni a sfruttare la frammentazione come ricchezza, «mettendosi in rete», a organizzare stage per i giovani in Italia e a impegnarsi per difendere i dipartimenti di italiano nelle università, come la Queen’s University. Un team di rappresentanti (Roberto Bandiera, Vittorio Scava, Tony Marcantonio, Franco Sampogna, Moreno Berardi, Giovanni Addolisio, Cosmo Femia, Caroline Di Cocco, Antonio Porretta e Domenico Servello) assieme a Gino Cucchi, stilerà ora un’agenda. Il dibattito, insomma, è destinato a continuare.

Comments (0)

Tags: , , , , , , ,

Halifax, la “next generation” italiana al lavoro

Posted on 13 January 2010 by Caterina

Nuova sede, biblioteca e corsi per 200 studenti: in Nova Scotia un punto di riferimento per le Province Marittime

Di CONCITA MINUTOLA

HALIFAX (NOVA SCOTIA) – Con microfono, carta e penna alla mano, giovani studenti italo-canadesi di Halifax si trasformeranno in reporter per raccontare le storie della loro comunità. Le interviste agli italiani sbarcati al Pier21 di Halifax, raccolte dagli studenti, saranno pubblicate in un libro, con uno spazio dedicato alle ricette delle loro regioni di provenienza. L’idea è nata nel contesto di uno sforzo dell’Italian Canadian Cultural Association (Icca) of Nova Scotia, per coinvolgere i giovani italo-canadesi. Con il progetto “Next generation”, l’Icca vuole essere sempre più una casa anche per gli italo-canadesi dai 13 ai 30 anni.
Tutto è iniziato due anni fa, nominando nell’esecutivo dell’associazione un gruppo di giovani sotto i 30 anni per dare loro voce e organizzare il “Next generation group”. Michael Gasparetto, Alessandra Rosetti e Caterina Fava, assieme al nuovo presidente dell’Icca Luigi Velocci, che ha 36 anni, sono stati i precursori di questo gruppo di giovani, diventando membri dell’esecutivo. «E il gruppo dei giovani sta crescendo», dice Luigi Velocci, grazie a una rete di amicizie che diventa sempre più larga, con nuovi appuntamenti, un gruppo su Facebook e il nuovo sito www.iccans.org.
«Ho parlato con vari presidenti di associazioni italiane in tutto il Canada – nota Luigi Velocci – e il problema è che i giovani sono pochi». Anche tra i membri dell’Icca, almeno la metà degli iscritti ha oltre 65 anni. Per attrarre le nuove generazioni, suggerisce Velocci, occorre organizzare attività che uniscano passato e presente, «far lavorare insieme giovani e anziani per progetti comuni, che siano corsi di cucina o altro. Così gli anziani si sentiranno meglio, e i giovani apprenderanno la cultura, la lingua, l’arte, e la cucina italiana, e diventeranno consapevoli di quello che gli anziani hanno sofferto». Da qui l’iniziativa del libro che vuole far conoscere ai giovani, rendendoli protagonisti, storie di emigrazione e ricette regionali, i viaggi della speranza verso il nuovo mondo e i ricordi e gli odori della terra d’origine.
Sono 3mila le famiglie di origine italiana in Nova Scotia, dice Velocci. L’Associatione Culturale Italo-Canadese della Nova Scotia è nata informalmente negli anni della grande emigrazione, ed è diventata una organizzazione non profit con lo scopo di preservare la cultura italiana in Nova Scotia negli anni Settanta. «Lo scorso anno è stato importante per l’associazione – spiega il presidente dell’Icca – con una nuova sede che ci ha permesso di organizzare nuovi eventi e con il successo della scuola di italiano». Un centro che ospita corsi di lingua, di cucina, di lavorazione del legno e di “appreciation” per almeno 200 studenti. Il processo per rinnovare il club è stato lungo, «ma volevamo essere sicuri – continua Velocci – di avere il luogo giusto e i mezzi finanziari per realizzarlo». E così, dopo dieci anni, oggi gli oltre 600 membri dell’Icca di Halifax hanno a disposizione un nuovo punto d’incontro e una biblioteca italiana che mira ad essere un punto di riferimento per le Province Marittime
«Per me è stato un onore essere scelto come presidente – dice Luigi Velocci – i miei genitori sono sbarcati al Pier 21 di Halifax e poi si sono trasferiti in Ontario. Quando sono tornato in Nova Scotia – racconta – mi mancava la comunità italiana di Toronto, e grazie all’Italian Canadian Cultural Association ho trovato una nuova famiglia. Prima volevo ricongiungermi con le mie radici, ora voglio che i miei figli Danilo e Matteo, che hanno 9 e 4 anni, partecipino alla vita della comunità. E grazie al club hanno trovato tanti nonni e nonne. Di questo ne sono veramente grato». Luigi Velocci è andato in Italia solo una volta, da bambino, ma sono stati i suoi genitori a trasmettergli l’italianità. Il prossimo viaggio, per la famiglia Velocci, sarà proprio in Italia. Ma prima ancora, Luigi dedica gran parte del suo tempo libero e dei suoi giorni di vacanza al volontariato per la comunità italiana. In passato, ricorda ancora il presidente dell’Icca, molti italiani emigrati in Canada, non volevano che i figli parlassero italiano, «perché si vergognavano».

Oggi non è più così. «Sono cresciuto in una famiglia dove si parla italiano, a contatto con un’azienda di italiani. E ai più giovani voglio dire che non è mai troppo tardi per riscoprire la propria italianità. Perché è parte di quello che siamo ed è importante capirlo prima di decidere cosa fare della propria vita. Imparare l’italiano e andare in Italia, poi, è importantissimo».

Comments (0)

Tags: , , , , , , , , , , , , , ,

Un cuore italiano a Moncton

Posted on 11 January 2010 by Concita

Il presidente Roberto DiDonato: «Le mie origini mi rendono unico»

di CONCITA MINUTOLA

MONCTON – Batte un cuore italiano anche in New Brunswick, tra Quebéc e Nova Scotia. A riunire gli italo-canadesi nella Provincia Marittima ci pensa, dagli anni Settanta, l’Associazione Italiana di Moncton. Con oltre 250 membri, 70 famiglie iscritte e un aumento del 20 per cento delle adesioni nell’anno appena concluso, l’organizzazione non profit attrae anche italo-canadesi che si trasferiscono in città da altre province: cinque famiglie solo nel 2009. «Molti si trasferiscono a Moncton da città come Montréal e Toronto – spiega il presidente dell’Associazione Roberto DiDonato – non solo per il posto ma anche perché è bilingue e perché la nostra economia va molto bene». Una volta trasferiti, per i nuovi arrivati avere un «background comune aiuta a fare conoscenze». Oltre a loro ci sono genitori che vogliono iscrivere i figli ai corsi di italiano, o ancora giovani che vogliono andare oltre il dialetto parlato dai loro nonni, spiega DiDonato.

L’associazione organizza quindi dei corsi di italiano per i livelli “principiante” e “avanzato” che si tengono nel centro culturale cittadino Thomas William House, dove il gruppo ha a disposizione delle aule per le lezioni e per gli incontri della commissione. Oltre ai corsi di italiano, l’Associazione – l’unica tra le piccole comunità italiane del New Brunswick – organizza una “Italian dinner” aperta anche ai non iscritti, e sei eventi per i membri nel corso dell’anno. Si tratta di appuntamenti che attraggono tra le 100 e le 200 persone, almeno 300 per la serata italiana. E questo nonostante il gruppo italo-canadese di Moncton non abbia una sede.

«In Atlantic Canada abbiamo solo tre comunità italiane – dice il presidente dell’associazione – a Sidney e Halifax (in Nova Scotia, ndr), e a Moncton». Gli italiani qui sono pochi: «Almeno 700 persone in città e 3mila persone circa di origine italiana in tutto il New Brunswick». Al primo anno del suo mandato biennale, DiDonato ha visto un aumento delle iscrizioni del 20 per cento. «La nostra associazione ha attraversato un periodo difficile – racconta – così ho deciso di impegnarmi per dare il mio contributo alla comunità e perché sono orgoglioso di essere italiano». L’interesse è aumentato grazie all’organizzazione di eventi per le famiglie, «come il picnic che l’anno scorso ha riunito 350 persone nonostante la pioggia», un appuntamento per i soci italiani, per familiari e amici.

«La nostra associazione conta iscritti di diverse età – continua DiDonato – ma devo ammettere che per la maggior parte sono anziani e adulti, anche perché la nostra comunità non vede più immigrati italiani ormai da molto tempo». Attrarre i giovani rimane una spina nel fianco anche per la comunità italiana di Moncton, dice il presidente dell’Associazione. «Il Canada è un Paese dove tutte le culture sono accettate. Viviamo in una società così multiculturale – è la sua riflessione – che diventa sempre più difficile dire “io sono italiano” o di un altro Paese. Come attrarre nuova gente? Cerchiamo di attrarre le famiglie più che i giovani, perché vogliono far stare i bambini con i nonni e vogliono che imparino l’italiano. Coinvolgere i ventenni è molto più difficile, non si può negare. E non riguarda solo l’Associazione italiana, ma la società in generale. Pensiamo agli enti di beneficenza, gestiti per la maggior parte da adulti».

Secondo DiDonato raggiunta una certa età si rafforza il senso di appartenenza. Per questo coinvolgere le famiglie è ancora più facile. Lo dimostrerebbe il successo di attività come le visite al museo Pier 21, ad Halifax, «perché vogliono che i nipoti conoscano la storia dei loro nonni, di come sono arrivati in Canada, per infondere in loro quel senso di riconoscenza».
DiDonato guarda all’esempio della comunità italiana di Halifax, coordinata dall’Italian Canadian Cultural Association of Nova Scotia, e ritiene che la comunicazione con altre organizzazioni italo-canadesi sia fondamentale come strumento di confronto. «Sarebbe bello avere una sede come quella di Halifax – aggiunge – anche se la nostra è una comunità più piccola. Con soli 250 membri sostenere i costi per la manutenzione sarebbe troppo faticoso. Ma avere un posto dove poter socializzare, e parlare, potrebbe rendere tutto più facile. Allo stesso tempo, da quello che vedo, anche le associazioni di Montréal e di Halifax stanno affrontando lo stesso problema delle adesioni. E questo anche per l’attaccamento alle tradizioni, che rende tutto più difficile». Il calo della partecipazione, specialmente dei più giovani, non è l’unico argomento di dibattito. Per gli italo-canadesi di Moncton è difficile mantenere il legame con l’Italia: «Un quarto dei nostri membri non visita l’Italia da anni». E le opportunità di sentirsi italiani sono poche: «L’unica persona con cui posso parlare in italiano è mio padre – dice – Cerco di non perdere la mia cultura d’origine, andando in Italia almeno una volta l’anno. A dir la verità, una volta ogni due visto che adesso ho dei bambini piccoli», dice Roberto DiDonato, che a 33 anni è papà di un bimbo di due anni e mezzo, Dario Azzurri – un secondo nome dedicato proprio alla nazionale di calcio italiana – e di Aria, sei mesi.

«Essere italiano – sottolinea comunque – è qualcosa che mi distingue, e di cui sono orgoglioso. Soprattutto perché la nostra comunità italiana è così piccola. A scuola superiore per esempio, eravamo solo in tre: io e due gemelli. È qualcosa che ti rende unico, e ti fa dire “ecco da dove vengo, questa è la mia storia”». A chi come lui ha origini italiane in Canada, Roberto DiDonato dice di «non dimenticare le proprie origini, di esserne fieri e di apprezzarle, specialmente pensando agli sforzi degli italiani che sono arrivati qui dopo la Seconda guerra mondiale».

Comments (1)

Tags: , , , , , , , ,

«Più attenzione verso le comunità all’estero»

Posted on 08 January 2010 by Concita

Secondo Roberto Bonanni il governo italiano deve investire in modo concreto: «I benefici saranno reciproci»

di MARIELLA POLICHENI

TORONTO – Sono stati, quelli del console Gianni Bardini e il commiato dell’ambasciatore Gabriele Sardo, messaggi che hanno colpito la comunità italocanadese.
C’è chi condivide al 100% le proposte avanzate dal Console Bardini, chi pensa invece che nelle sue lettere aperte non vi sia nulla di nuovo. Tutti comunque leggono tra le righe tanto affetto e la speranza che cultura e tradizioni italiane continuino a ritagliarsi uno spazio nella società canadese. «È difficile dissentire da quanto affermato sia dal Console che dall’allora ambasciatore in Canada – dice Roberto Bonanni, fondatore del Supino Social Club nel 1970 e del Coro di Supino nel 1994 oltre che uno dei funzionari del Costi negli anni sessanta – entrambi sottolineano la frammentazione della nostra comunità nonchè la necessità di rinnovamento con unità d’intenti al fine di poter preservare e diffondere la nostra cultura e la nostra lingua in particolar modo tra le nuove generazioni».
È del Console l’invito alla comunità italocanadese ad avere un ruolo attivo, ad essere un ponte tra l’Italia e il Canada al fine di poter rafforzare i legami tra i due Paesi ricavandone dei benefici reciproci. «Opinione condivisibile anche se purtroppo non si nota nessun impegno da parte sua a sollecitare il governo italiano a investire di più per le comunità all’estero – continua con fervore Bonanni – in passato l’ex ambasciatore Sardo ci aveva già avvertito di non aspettarci molto da Roma perché l’Italia sta attraversando un periodo di crisi economica ed istituzionale. Tradotto in parole semplici il discorso è che ci sono tanti problemi per cui dobbiamo arrangiarci da soli a salvare la nostra identità culturale e linguistica in Canada».
A difesa e mantenimento della lingua e della cultura italiana, secondo l’italo-canadese, hanno fatto tanto in passato altre componenti della comunità. «Premesso che i sodalizi, a parer mio, per quanto importanti, non rappresentano la comunità intera, trovo ingeneroso non riconoscere quanto molti altri hanno già fatto e continuano a fare per la nostra lingua e cultura nell’ambito della Gta e non solo – continua Roberto Bonanni giunto in Canada nei primi anni cinquanta – personalmente ho visto nascere dapprima il Corriere Canadese, nostro vero portavoce, il Costi e la Camera di commercio italiana negli anni sessanta, la Società Dante Alighieri e la Chin subito dopo, la Faci e il Congresso Nazionale degli italo-canadesi negli anni settanta e man mano ancora l’Istituto Italiano di Cultura, il Columbus Centre, il Centro Scuola, il Comites con il Cgie e le varie federazioni regionali. È grazie a loro che sono state organizzate nel corso degli anni innumerevoli manifestazioni canore, eventi culturali nonchè mostre all’insegna della nostra lingua, cultura e tradizioni».
Quel che però manca, secondo Bonanni, è la collaborazione tra le diverse componenti della comunità: «Manca a mio avviso il collante di cui parla il dottor Bardini, in quanto tutti, a modo loro, si sentono portavoce della comunità, Comites e Congresso italo-canadese in testa, ma in realtà non è così – dice senza peli sulla lingua Bonanni – è la comunità a fare le spese della mancanza di dialogo tra di loro. Penso che si dovrebbe quindi dar vita a una regia di coordinamento di tutte le forze della comunità per dare a questa una voce forte e autorevole, una regia composta da personalità preparate e disposte ad operare superparte anche se mi rendo conto che la sua costituzione non sarebbe una impresa facile».
I tempi sono maturi per iniziative nuove, per guardare al futuro in modo diverso, per aggregare in modo reale i giovani. «Non trovo affatto scandaloso che le nuove generazioni non nutrano alcun interesse per le cene con ballo organizzate dai sodalizi – aggiunge Bonanni – l’interesse e l’amore per l’Italia deve nascere creando iniziative come vacanze studio in Italia o anche dando loro la possibilità di specializzarsi professionalmente nel Belpaese e così via. Bisogna creare un ponte tra la nostra comunità e l’Italia».
Un avvicinamento che può iniziare con passi piccoli ma significativi. «Si cominci ad abolire la tassa da bollo di 64 dollari che si applica sul passaporto italiano quando si usa il documento per andare in Italia, si proceda con il convincere il governo italiano a riaprire la legge per il riacquisto della cittadinanza italiana, si instauri un dialogo concreto dando vita a progetti a favore delle comunità all’estero per lavorare per obiettivi comuni e per poterci sentire, pur se così lontani, più legati».
Ha le idee chiare, anche se ammette non di facile attuazione, Roberto Bonanni che punta il dito contro Roma: «Sono nato in un Paese che vanta una civiltà millenaria – conclude Bonanni – mi piacerebbe che il governo italiano fosse più presente con agevolazioni alle comunità estere perchè una collaborazione tra noi e l’Italia non può che dare benefici reciproci. Investire di più in questo senso non può che essere positivo per tutti».

Comments (0)

Tags: , , , , , , , , ,

«Speriamo che questo ritrovato entusiasmo non svanisca»

Posted on 23 November 2009 by Caterina

Il presidente del Ceprano Social Club interviene sul futuro dell’associazionismo auspicando un cambiamento nella comunità italocanadese

Di DANIELA DELLE FOGLIE

TORONTO – Al Ceprano Social Club la lettera del Console Bardini è stata accolta con grande entusiasmo.
A partire dall’appassionato presidente Dino Di Palma, che si è dimostrato favorevole a molte delle proposte avanzate. «Sono d’accordo con Bardini sull’importanza della partecipazione giovanile. Personalmente mi do tanto da fare per coinvolgere i giovani all’interno del nostro club» dice Di Palma. «Grazie al nostro picnic annuale riusciamo a richiamare tantissimi bambini, che partecipano ogni anno con grande entusiasmo. Abbiamo cercato di capire cosa potesse fare loro piacere e per questo li facciamo giocare, diamo loro dei giocattoli, delle medaglie, non soltanto ai vincitori, ma a tutti i partecipanti, perché è importante che si sentano benvenuti, nessuno escluso».
Secondo il presidente del Ceprano Club è sullo sport che bisogna fare leva per coinvolgere i giovani nella vita comunitaria: «Noi puntiamo molto sullo sport, ad esempio attraverso il nostro torneo di golf al quale partecipano ragazzi di età compresa tra i 16 e i 25 anni. Io credo che bisognerebbe concentrarsi molto sulle attività sportive, e sul calcio in particolare, per coinvolgere i nostri ragazzi».
Sull’attuale situazione della comunità italo-canadese Di Palma è molto chiaro: «Io credo che la collaborazione tra i vari club sia la cosa più importante per la comunità. Attualmente non c’è uno scambio di idee tra le associazioni al fine di promuovere iniziative comuni».
A questo proposito il presidente del Ceprano avanza una personale proposta che potrebbe contribuire a risolvere il problema: «La mia idea è quella di dar vita a una piccola squadra di calcio per ogni club, in modo da poter organizzare un piccolo torneo estivo, che permetterebbe a noi membri delle associazioni di ritrovarci alle partite, a cui assisterebbero tanti amici e parenti. Certo per seguire questo progetto servirebbero delle persone competenti in materia sportiva».
Per Di Palma è molto importante pensare al futuro della comunità, rappresentato dai giovani della seconda e terza generazione. Di questo e molto altro, il presidente del Ceprano ha parlato durante il meeting generale del club, tenutosi lo scorso 15 novembre, davanti a 100 persone. «Abbiamo parlato del nostro passato, presente e futuro. Noi ci teniamo ad ascoltare le richieste dei nostri membri e proviamo ad accontentarli nei limiti delle nostre possibilità» racconta Di Palma. «Durante il meeting abbiamo stabilito le attività dell’anno 2010, a partire dalla grande festa annuale di San Valentino a cui partecipano 500-600 persone, quindi il torneo di bocce per uomini e donne al quale prendono parte dai 40 ai 50 partecipanti, il torneo di golf nel mese di luglio, fino al picnic del prossimo 8 agosto».

Il Ceprano Social Club è un’associazione nata nel 1985 e nonostante tante cose siano cambiate nella comunità, l’organizzazione è ancora in piena attività.
Il club fa parte della Federazione Laziale all’interno della quale il presidente Di Palma si confronta per capire i propri errori e correggerli e per scovare nuove idee utili alla sua associazione.
Anche sulla questione dell’importanza dello studio della lingua italiana c’è piena intesa tra il Console Bardini e il presidente del Ceprano: «Io sono al 100% favorevole allo studio della lingua e della cultura italiana, perché abbiamo tanto da offrire, ma dobbiamo essere noi i primi a trasmettere questo prezioso patrimonio a figli e nipoti, non dobbiamo far dimenticare le nostre origini, dobbiamo portarli in Italia, anche se per questo servirebbero degli aiuti finanziari» aggiunge l’italocanadese. «Ho due nipoti di 11 e 16 anni, con loro parlo italiano, e li ho mandati alla Leonardo Da Vinci. Ma scuole come questa rappresentano una spesa grande per un famiglia, è normale che poi il patrimonio italiano si perda. Se ci fosse una maggiore collaborazione tra Italia e Canada, sarebbe tutto più semplice, sarebbe bello se nelle scuole si potesse inserire nel programma un’ora di italiano».
A proposito della possibilità di un albo pubblico delle associazioni, Di Palma si trova concorde e pronto a collaborare: «Un albo pubblico consultabile sarebbe l’unico strumento in grado di tenerci informati e in comunicazione tra di noi, altrimenti il mondo associativo potrebbe svanire nell’arco di 10-15 anni».
In conclusione al Ceprano Social Club tutti sperano che l’intervento del Console Bardini porti ad un reale cambiamento nella comunità italocanadese, come sottolinea Di Palma: « Giudico l’intervento del Console Bardini molto positivo. Ha dato a tutti noi, presidenti e membri dei club, una spinta a lavorare per migliorare la situazione. La lettera ci ha sicuramente offerto delle buone idee, ci ha svegliato. Mi sembra che i club siano per ora sulla stessa linea d’onda. Speriamo che tutto questo ritrovato entusiasmo non svanisca, speriamo che si continui tutti su questa strada».

Comments (0)

Tags: , , , , , , , , , , ,

Ferri: «Positivo il messaggio del console sui musei»

Posted on 21 November 2009 by Caterina

Il co-fondatore del Museo Amici invita alla collaborazione per i progetti sull’emigrazione

Di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – “La memoria comune è importantissima”, ha scritto il console generale Gianni Bardini nella sua lettera alla comunità del 14 ottobre. “Ricerche, documenti e testimonianze sulla storia dell’emigrazione meritano di essere promossi e meritano di essere sostenuti gli enti che di ciò si occupano”, e tra questi, il console cita proprio il Museo Amici e il Museo dell’immigrazione in Canada Pier 21.
«Il fatto che il console abbia scritto questo messaggio – commenta Mario Ferri (nella foto), co-fondatore del Museo Amici assieme ad Antonio Porretta e consigliere comunale di Vaughan – è molto positivo. Ribadisce la necessità di andare avanti e mostra l’appoggio del Consolato. Il sacrificio, il lavoro e il contributo degli italiani nel Paese è enorme e bisogna far capire alle generazioni di oggi e del futuro tutto ciò che è stato fatto, in tutti i settori. Man mano che il tempo passa rischiamo di perdere la memoria. Se la comunità italiana non si alza e non è presente ora – è il monito di Mario Ferri – perderemo un’opportunità importantissima».
Conservare la memoria storica degli emigrati italiani in Canada è la missione del Museo Amici (Association for the Memory of Italo-Canadian Immigrants), nato due anni fa nel Community Centre di Maple. Un centro che ha già richiamato centinaia di persone nel corso di eventi e mostre, ma che ha ancora bisogno del contributo di chi quella storia l’ha fatta, la comunità italo-canadese.
Sono due i progetti più importanti per il futuro del museo. Il primo, su cui l’associazione sta lavorando, è una biblioteca della memoria «per registrare le storie delle famiglie che sono emigrate in Canada e dei nostri concittadini che hanno avuto successo», spiega Mario Ferri, La seconda iniziativa è una collezione di documenti e oggetti legati alle storie di tanti italiani emigrati in Canada. «La risposta degli italiani è stata grandissima – dice Ferri – ma si può fare di più per realizzare questi progetti. Ci sono molte opportunità per partecipare. Per esempio stiamo preparando la mostra del presepio per illustrare la tradizione italiana del Natale e della Befana. Ci servono sempre volontari che diano una mano. Poi ci occorre il sostegno economico, con dei fondi per portare avanti i nostri progetti».

E c’è molto lavoro da fare anche per la collezione dei cimeli della comunità italo-canadese. «È necessario avere lo spazio adeguato per esporre gli oggetti in maniera ordinata – sottolinea Ferri – oltre che l’assicurazione per garantire che siano protetti da furti o danni. Abbiamo ricevuto fondi dall’Ontario Trillium Foundation per l’amministrazione, per il resto dobbiamo fare raccolte di fondi. Più ne arriveranno, e prima riusciremo a realizzare queste iniziative».

Comments (0)

Tags: , , , , , , , ,

L’italianità vista da Silipo

Posted on 19 November 2009 by Caterina

«Sì all’associazionismo senza perdere d’occhio la realtà canadese»

Di MARIELLA POLICHENI

TORONTO – «Come coinvolgere i giovani? Una domanda da un milione di dollari. Non ho la risposta, ma sono convinto che il coinvolgimento derivi dall’interesse per cui è necessario dare loro spazio, far sì che organizzino gli eventi che desiderano. Di certo anche a loro piace riunirsi, è il modo che deve cambiare».
Per Tony Silipo la lettera inviata dal console Gianni Bardini al Corriere contiene un’analisi e una serie di proposte interessanti, ma anche tanti quesiti ai quali è difficile rispondere.
«Il console puntualizza cose giuste, il suo scopo è quello di avvicinare la realtà italocanadese a quella italiana – dice il presidente della Federazione dei calabresi dell’Ontario, Tony Silipo (nella foto) – dobbiamo però tener presente che viviamo in Canada per cui penso che associazioni e club dovrebbero indirizzarsi verso la realtà canadese, la nostra realtà». Che i sodalizi non attraversino un momento felice è risaputo secondo l’avvocato nato a Martore nel 1957, che la realtà italocanadese la conosce bene. «C’è stato un periodo in cui abbiamo trascurato l’associazionismo – aggiunge Silipo – negli ultimi dieci anni è cresciuta la presenza delle federazioni che secondo me hanno rappresentato la risposta al vuoto che esisteva. In fondo siamo una comunità grande e ci identifichiamo anche con l’identità regionale».
È importantissimo il ruolo delle federazioni, a parere di Tony Silipo, è importante la loro funzione di coordinamento per i club e le associazioni: «È un ruolo di grande peso. Noi della Federazione calabrese cerchiamo di essere attivi nella comunità, di diventare un punto di riferimento, di coinvolgere i giovani organizzando anche viaggi in Italia e soprattutto di costruire il Centro Calabria che sarà sede di una biblioteca, di un centro vendita di prodotti tradizionali calabresi, di un campo di calcio e di vari campi di bocce, di un bar, di un internet cafè, di una piazza come punto di incontro ideale. Al Centro Calabria potranno riunirsi e organizzare i loro eventi anche i piccoli sodalizi, che non hanno soldi per una sede». Vuole essere un ponte tra Canada e Calabria, il Centro Calabria: «Sarà un simbolo di unità, di continuità per i calabresi in Canada capace di superare le divisioni che caratterizzano purtroppo la vita di tanti sodalizi non solo calabresi – dice ancora Silipo – sarà anche un modo di essere presenti come comunità nella società canadese». Il futuro dei sodalizi, per Silipo, non è particolarmente roseo ma neppure infausto. «Non credo che siano destinati a scomparire ma a cambiare la loro struttura. Diminuirà certamente il numero delle persone coinvolte, ma continueranno a vivere perché ci sarà sempre il bisogno di stare assieme, di sentirsi legati dalle stesse tradizioni e dalla stessa cultura».
Cultura vuol dire anche studio della lingua italiana, fattore d’identità forte che le nuove generazioni dovrebbero difendere: «L’insegnamento dell’italiano, nonostante il momento difficile, non è destinato a scomparire perché molti giovani di origine italiana sono interessati al suo studio – dice Silipo – è nostro compito invece risvegliare l’interesse per la lingua di Dante negli altri, bisognerebbe riuscire a portare i giovani in Italia a scoprire le città d’arte per farli innamorare e far nascere il desiderio di parlare la lingua italiana».
La scuola, in genere, e lo studio dell’italiano in particolare, sono temi cari a Tony Silipo che, oltre ad essere stato un fiduciario scolastico del Board of Education dal 1978 al 1990 e presidente dello stesso organismo per un anno, ha ricoperto la carica di ministro dell’Istruzione dell’Ontario dal 1991 al 1992 nel governo Ndp di Bob Rae. «Mi rattrista pensare che al tempo abbiamo perso la battaglia per l’insegnamento dell’italiano nelle scuole nell’ambito dell’International Language Program – continua Silipo, giunto in Canada a 12 anni – Certo l’italiano si insegna ancora, ma non come ci eravamo prefissi. È stata una battaglia persa, ne fui molto rattristato».
Ma la risposta giusta non è nemmeno la creazione di una forte e prestigiosa scuola italiana bilingue: «Non sono un grosso sostenitore di questa proposta. Certo sarebbe privata perché anche se ipoteticamente potrebbe nascere in seno al Board di Toronto di fatto ci sarebbero molte difficoltà. La Leonardo Da Vinci Academy, tra l’altro, ha fallito nell’intento per cui penso che nel cercare di stabilire una scuola di questo genere perderemmo tempo ed energie che possiamo impiegare in altre direzioni».

Ma l’italianità non è solo lingua, storia e arte secondo il presidente della Federazione calabrese dell’Ontario, l’italianità è un qualcosa di più complesso che identifica la comunità che ha origine nel Belpaese: «Per italianità intendo quello che esprime la cultura italiana nel contesto in cui ci troviamo, nella realtà della nostra comunità: la famiglia, per esempio, le tradizioni e tutti quei valori sui quali si fonda la nostra cultura. L’italianità, per me, è tutto questo».

Comments (0)


La Posta dei Lettori

Per leggere clicca qui
Potete inviare lettere al
Console Generale Gianni Bardini

italianita@corriere.com
La Comunità in primo piano
Foto Gallery