Venerdì 3, Febbraio, 2012

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«Nel nostro futuro i giovani e la cultura»

Posted on 24 February 2010 by Concita

Secondo Moreno Bernardi, presidente del Circolo Ricreativo Toscano, le basi per garantire continuità al sodalizio sono state gettate

di MARIELLA POLICHENI

Moreno Bernardi

TORONTO – È un sodalizio, il Circolo Ricreativo Toscano, già proiettato verso il futuro.
Un presidente dinamico, Moreno Bernardi, 50 anni, un gruppo in seno al Circolo, I giovani toscani di Toronto, tante idee chiare e grande determinazione a passare il testimone alle nuove generazioni è quel che caratterizza questo Circolo che vanta 347 tesserati. «Paura di scomparire? Il pericolo c’è, ma noi stiamo facendo di tutto per portare avanti iniziative che interessano i giovani».

«Notiamo con piacere dei progressi – dice con un sorriso il presidente in carica da due anni Bernardi dopo essere stato vicepresidente per altri due – il gruppo di giovani che si è formato tre anni fa ha un certo livello di autonomia ma anche delle responsabilità verso il Circolo stesso. Noi li incoraggiamo, diamo loro una spinta quando serve e notiamo che cominciano a muovere i primi passi dando vita a picnic e festicciole, qualche concerto ma vorrebbero riuscire a organizzare tanti eventi culturali».

Hanno una loro costituzione, un loro logo, questi giovani di origine toscana dei quali Adamo Nardi, 25 anni è il presidente e Christina Sebastiani, 23 anni, la vicepresidente: «La nascita del gruppo dei giovani è stata ufficializzata dalla Regione per cui adesso, come già accade con noi, la Regione Toscana darà loro un sussidio per portare avanti iniziative sia culturali che destinate a mantenere vivo il legame con la Regione – spiega Bernardi in un meraviglioso italiano con una leggera inflessione toscana, nato a Toronto da genitori originari di Bagni di Lucca – organizziamo da tempo una serata di gala durante la quale premiamo con il Trofeo Cristoforo Colombo 12 ragazzi dal grado 1 al grado 11, e da tre anni a questa parte, anche dodici giovani iscritti alle università o ai college con borse di studio. Privilegiare la cultura e un inserimento prestigioso dei ragazzi nel mondo del lavoro è la nostra priorità».

È proprio al fine di raccogliere i fondi per le borse di studio (parte del denaro va anche alla Alzheimer Society) che il Circolo organizza ogni anno un torneo di golf. “I giovani prima di tutto” sembra essere lo slogan fatto proprio dai toscani. «Dobbiamo precisare che ben 25 anni fa la nostra Regione spinse, senza fortuna, affinchè fosse creato un movimento formato dai ragazzi – spiega il presidente Bernardi – i direttivi del passato non ne hanno capito l’importanza e di conseguenza non hanno profuso alcun impegno e alcuna volontà nel far sì che i ragazzi si unissero. Adesso è davvero giunto il momento di guardare avanti e di dare una mano ai nostri giovani nel farlo». Quel che sta a cuore a Bernardi è anche lo studio della lingua italiana: «Io sono nato a Toronto e parlo italiano, le mie figlie parlano un buon italiano – dice il presidente – purtroppo però la maggior parte dei ragazzi non lo parlano per cui mentre da un lato dirigiamo i nostri sforzi verso lo studio della lingua di Dante, dall’altro possiamo avvicinarli alla nostra cultura attraverso la lingua inglese».

In fondo, l’italianità, dice Bernardi, è fatta di tante cose: la lingua sì, ma anche la gastronomia, la cultura, la moda, la storia. La nostra storia. «A noi manca la celebrazione di una festa importante – aggiunge Moreno Bernardi che condivide l’idea del Console Gianni Bardini di organizzare un evento comunitario importante nel 2011 in occasione del 150º anniversario dell’Unità d’Italia – sarebbe bello poter dar vita a una festa di grande portata, una festa che unisca tutta la nostra comunità».

Le idee ci sono, i giovani pure, la volontà non manca. «Il mio team collabora, pensiamo tutti in maniera progressista, non ci sono interessi personali ma solo tanta voglia di divertirci e di puntare al futuro con i nostri giovani», conclude Bernardi.

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«Al gap generazionale si unisce quello culturale»

Posted on 29 January 2010 by Caterina

Secondo Guido Braini è difficile coinvolgere i giovani: «La volontà di partecipare deve nascere in loro spontaneamente»
di Mariella Policheni

TORONTO – «Noi il nostro essere e sentirci profondamente italiani lo abbiamo pagato a caro prezzo. È ovvio che vorremmo che la nostra lingua e la nostra cultura continuassero a vivere per mezzo dei nostri figli e dei nostri nipoti».

Italia e italianità sono termini che danno una emozione particolare a Guido Braini, presidente del Club Giuliano-dalmato di Toronto. «Noi istriani, fiumani e dalmati abbiamo pagato con l’esodo dalle nostre terre il nostro essere italiani – continua Braini – non potevamo vivere lì da italiani e così, con tanto dolore, siamo andati via».
Tramandare la propria italianità ai giovani è lo scopo di ogni sodalizio che si rispetti ma le difficoltà sono il comune denominatore di club e associazioni. «Siamo tutti nella stessa barca – continua Braini, presidente dal 1990 – non è facile coinvolgere le nuove generazioni, noi per incoraggiarli a partecipare abbiamo anche organizzato tornei di scacchi ma con scarsi risultati. L’unico evento al quale partecipano volentieri è il picnic. Sarà che si sta all’aria aperta in un bel parco, sarà che si possono organizzare giochi e attività sportive, sta di fatto che la grande scampagnata estiva li attira».
Tenta una analisi Guido Braini per capire perchè i giovani non abbiano voglia di prendere parte alle attività dei sodalizi fondati dai propri nonni e dai propri genitori, sodalizi nati dal desiderio di mantenere vive le proprie origini. «Il problema, dal mio punto di vista, è che al gap generazionale che esiste da sempre tra genitori e figli si unisce anche un divario culturale nel senso che questi giovani sono cresciuti ed hanno assorbito una cultura diversa dalla nostra, parlano inglese, sono integrati, peraltro giustamente dal momento che vivono qui, in una società anglosassone – continua Guido Braini – il risultato è che i nostri giovani li abbiamo persi per strada e forzarli a fare qualcosa che non sentono non è giusto. Noi ci abbiamo provato – e continueremo – a far nascere in loro l’interesse verso i nostri club, ma devono essere loro a sentire l’esigenza di partecipare. Abbiamo iniziato anche a proporre loro libri sull’Italia e sulla nostra storia di esuli, in particolare, in lingua inglese. Se la lingua può rappresentare una barriera noi vogliamo abbattere questo ostacolo, anche i viaggi in Italia sono di sicuro un modo vincente per farli innamorare del Belpaese».
I figli di Braini, Roberto, 50 anni, e Mario, 44, per esempio, partecipano di buon grado: «Posso dire che sono interessati e questo mi fa tanto piacere – continua il presidente dei giuliano-dalmati – i miei nipoti invece non hanno voluto frequentare i corsi di italiano. Se non c’è la volontà è inutile insistere. Quel che però mi fa un po’ arrabbiare è il riscoprirsi italiani dei ragazzi improvvisamente come quando la nazionale di calcio italiana ha vinto i mondiali. Troppo facile.».
Nonostante le evidenti difficoltà Braini cerca di essere ottimista, di vedere un futuro ancora lungo per l’associazionismo: «Voglio pensare in modo positivo e quindi dico che se riusciremo in qualche modo a correggere il tiro e quindi a coinvolgere i giovani andremo avanti – continua Braini – di certo è che finché ci siamo noi della vecchia guardia i club non scompariranno. Per il dopo spero che i ragazzi decidano di prendere in mano le redini e andare avanti».
Sono una piccola manifestazione di amore verso l’Italia questi sodalizi pur se hanno cessato di essere quel che erano per gli emigrati nel dopoguerra: il “rifugio” dove ritrovare la lingua, gli amici e le tradizioni. «Le nostre origini sono in Italia, Paese di grande storia e cultura – conclude Braini – mi disturba il fatto che spesso i giornali inglesi diffondano e amplifichino solo le notizie negative sul nostro Paese. È bastata una parola di Bertolaso sugli aiuti ad Haiti a scatenare un polverone. Ora io mi chiedo: siamo sicuri che qui e negli altri Paesi sia tutto rose e fiori?»

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La comunità italo-canadese si confronta sul suo futuro

Posted on 15 January 2010 by Caterina


Gino Cucchi: è solo il primo passo per parlare di associazionismo, giovani e una giornata italiana

di CONCITA MINUTOLA

TORONTO – La comunità italiana di Toronto sta vivendo una fase di trasformazione. Si ripensa e si riorganizza. Mercoledì sera consultori e rappresentanti di associazioni e federazioni si sono riuniti per parlare del futuro, durante un incontro organizzato dal Comites di Toronto mercoledì al Columbus Centre. È stato un «brainstorming» – come lo ha definito il console generale Gianni Bardini, presente alla tavola rotonda – per evidenziare le sfide e le problematiche del ricambio generazionale, e per discutere nuove proposte, come una giornata italiana per unire, celebrare e far conoscere la realtà italo-canadese di Toronto, per esempio con il Caboto Day il 24 giugno.

Da parte dei presidenti delle organizzazioni italo-canadesi c’è disponibilità alla collaborazione e al dialogo. Ma il dibattito è aperto sulle modalità e sull’organizzazione, tra ottimismo e pessimismo sulla sopravvivenza delle associazioni e dei club. Da parte sua, il presidente del Comites e moderatore della tavola rotonda, Gino Cucchi, ha ribadito la disponibilità del Comites a «fare da coordinatore, offrire uno spazio e condividere idee, senza entrare nel merito delle decisioni delle associazioni che sono e devono essere indipendenti». Cucchi ha anche puntualizzato che alla riunione al Columbus Centre seguiranno altre tavole rotonde sul futuro dell’associazionismo, sul ruolo dei giovani e su eventi comuni per la comunità.

Passare il testimone ai giovani è fondamentale, ha sottolineato il membro del Comites Fulvio Florio. Ma come? I giovani italo-canadesi sono attratti dall’Italia di oggi, testimonia Cristiano De Florentis parlando del successo dell’associazione L’Altra Italia che attira sempre di più gli studenti universitari. Sono giovani integrati nel tessuto sociale canadese e la solidarietà tra emigrati e la condivisione di tradizioni locali, alla base della fondazione di associazioni italiane, oggi non sono più elementi di aggregazione, è l’analisi emersa nel corso del dibattito. Cosmo Femia, presidente della Federazione dei giovani italo-canadesi, rassicura comunque sulla voglia di fare delle nuove generazioni che «sanno parlare l’italiano».

«Non è vero che le associazioni sono finite, devono solo riorganizzarsi», dice Antonio Porretta, consultore della Regione Lazio, che ha invitato i consultori delle altre regioni italiane per il Canada a riunirsi e discutere una strategia comune per sostenere la comunità e le associazioni italo-canadesi in questa fase di transizione. Caroline Di Cocco, presidente della Federazione Lazio, chiede di «discutere una strategia comune tra federazioni», ricordando che le associazioni fanno parte della società canadese e richiamando all’importanza di aprirsi e farsi conoscere. «I tempi sono cambiati, e un tavola rotonda sulla sopravvivenza è essenziale per capire come noi, insieme, possiamo fare qualcosa per il futuro», ribadisce Di Cocco. Punta sull’urgenza dell’analisi anche Tony Marcantonio (Campania). E si unisce al coro anche Franco Sampogna, consultore della Regione Molise e presidente della Federazione delle associazioni molisane in Ontario. «Le associazioni vanno verso la scomparsa, dobbiamo collaborare – è il suo invito, citando l’esempio della comunità italo-americana – perché collaborando si può fare tanto, almeno per i giovani».

«Questo è un buon passo», dice Vincenzo Antezza, consultore dei Lucani, che si chiede però quanti in realtà siano disposti al dialogo e quanto sia visibile il Comites. Tony Silipo (Federazione dei calabresi) ha invitato il Comites a farsi affiancare dalle federazioni «quando si tratta di prendere posizione con il governo o con il Consolato», e ha espresso il suo rammarico per l’assenza del Congresso degli italo-canadesi. «La Federazione calabrese – assicura – è sempre aperta a tutte le istituzioni» ed è favorevole al Caboto Day il 24 giugno. Roberto Bandiera (Molisani nel Mondo) ha riproposto l’idea di una settimana italiana, con una parata lungo Toronto ma «il problema è vedere se la gente è disposta a lavorare», facendo appello a istituzioni come il Comites e il Consolato per spronare le associazioni ad aggregarsi. Il consigliere Comites Mario Marra ha ribadito la disponibilità del Comites e ha invitato all’apertura, pensando a un Caboto Day in Canada come il Columbus Day per gli Usa, un evento di fama internazionale. «Ma si inizia dalle fondamenta – ha aggiunto – questo è il primo passo, il buon esito di un’altra riunione Comites organizzata da Mimmo Rizzo conferma che se noi continueremo avremo successo». «Mi meraviglia il pessimismo», dice Lucia Flaim (Club Trentino e consultore) sottolineando le difficoltà del gap generazionale di oggi, non solo per la comunità italo-canadese. E citando il programma Next (Nuove energie per il Trentino), Lucia Flaim invita a guardare al futuro con entusiasmo, dando ai giovani autonomia e affidandosi alla loro professionalità. «Noi abbiamo scelto la via accademica delle borse di studio», dice Moreno Berardi (Toscana) che apre alla collaborazione. Rispetto ai primi dibattiti, ricorda Paolo Natale (Confederazione siciliana) la partecipazione è aumentata, ma occorre coinvolgere anche il Congresso e «passare questo testimone ai giovani». Per Gino Ripandelli – che invita a superare l’individualismo e a unirsi per iniziative come la Giornata del sacrificio e la Festa della donna – la volontà del Comites di lavorare con il Congresso c’è, «non siamo contro ma sempre aperti». E da osservatore esterno, il console Bardini ha chiuso i lavori lodando l’iniziativa del Comites, e spronando le associazioni a sfruttare la frammentazione come ricchezza, «mettendosi in rete», a organizzare stage per i giovani in Italia e a impegnarsi per difendere i dipartimenti di italiano nelle università, come la Queen’s University. Un team di rappresentanti (Roberto Bandiera, Vittorio Scava, Tony Marcantonio, Franco Sampogna, Moreno Berardi, Giovanni Addolisio, Cosmo Femia, Caroline Di Cocco, Antonio Porretta e Domenico Servello) assieme a Gino Cucchi, stilerà ora un’agenda. Il dibattito, insomma, è destinato a continuare.

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«Speriamo che questo ritrovato entusiasmo non svanisca»

Posted on 23 November 2009 by Caterina

Il presidente del Ceprano Social Club interviene sul futuro dell’associazionismo auspicando un cambiamento nella comunità italocanadese

Di DANIELA DELLE FOGLIE

TORONTO – Al Ceprano Social Club la lettera del Console Bardini è stata accolta con grande entusiasmo.
A partire dall’appassionato presidente Dino Di Palma, che si è dimostrato favorevole a molte delle proposte avanzate. «Sono d’accordo con Bardini sull’importanza della partecipazione giovanile. Personalmente mi do tanto da fare per coinvolgere i giovani all’interno del nostro club» dice Di Palma. «Grazie al nostro picnic annuale riusciamo a richiamare tantissimi bambini, che partecipano ogni anno con grande entusiasmo. Abbiamo cercato di capire cosa potesse fare loro piacere e per questo li facciamo giocare, diamo loro dei giocattoli, delle medaglie, non soltanto ai vincitori, ma a tutti i partecipanti, perché è importante che si sentano benvenuti, nessuno escluso».
Secondo il presidente del Ceprano Club è sullo sport che bisogna fare leva per coinvolgere i giovani nella vita comunitaria: «Noi puntiamo molto sullo sport, ad esempio attraverso il nostro torneo di golf al quale partecipano ragazzi di età compresa tra i 16 e i 25 anni. Io credo che bisognerebbe concentrarsi molto sulle attività sportive, e sul calcio in particolare, per coinvolgere i nostri ragazzi».
Sull’attuale situazione della comunità italo-canadese Di Palma è molto chiaro: «Io credo che la collaborazione tra i vari club sia la cosa più importante per la comunità. Attualmente non c’è uno scambio di idee tra le associazioni al fine di promuovere iniziative comuni».
A questo proposito il presidente del Ceprano avanza una personale proposta che potrebbe contribuire a risolvere il problema: «La mia idea è quella di dar vita a una piccola squadra di calcio per ogni club, in modo da poter organizzare un piccolo torneo estivo, che permetterebbe a noi membri delle associazioni di ritrovarci alle partite, a cui assisterebbero tanti amici e parenti. Certo per seguire questo progetto servirebbero delle persone competenti in materia sportiva».
Per Di Palma è molto importante pensare al futuro della comunità, rappresentato dai giovani della seconda e terza generazione. Di questo e molto altro, il presidente del Ceprano ha parlato durante il meeting generale del club, tenutosi lo scorso 15 novembre, davanti a 100 persone. «Abbiamo parlato del nostro passato, presente e futuro. Noi ci teniamo ad ascoltare le richieste dei nostri membri e proviamo ad accontentarli nei limiti delle nostre possibilità» racconta Di Palma. «Durante il meeting abbiamo stabilito le attività dell’anno 2010, a partire dalla grande festa annuale di San Valentino a cui partecipano 500-600 persone, quindi il torneo di bocce per uomini e donne al quale prendono parte dai 40 ai 50 partecipanti, il torneo di golf nel mese di luglio, fino al picnic del prossimo 8 agosto».

Il Ceprano Social Club è un’associazione nata nel 1985 e nonostante tante cose siano cambiate nella comunità, l’organizzazione è ancora in piena attività.
Il club fa parte della Federazione Laziale all’interno della quale il presidente Di Palma si confronta per capire i propri errori e correggerli e per scovare nuove idee utili alla sua associazione.
Anche sulla questione dell’importanza dello studio della lingua italiana c’è piena intesa tra il Console Bardini e il presidente del Ceprano: «Io sono al 100% favorevole allo studio della lingua e della cultura italiana, perché abbiamo tanto da offrire, ma dobbiamo essere noi i primi a trasmettere questo prezioso patrimonio a figli e nipoti, non dobbiamo far dimenticare le nostre origini, dobbiamo portarli in Italia, anche se per questo servirebbero degli aiuti finanziari» aggiunge l’italocanadese. «Ho due nipoti di 11 e 16 anni, con loro parlo italiano, e li ho mandati alla Leonardo Da Vinci. Ma scuole come questa rappresentano una spesa grande per un famiglia, è normale che poi il patrimonio italiano si perda. Se ci fosse una maggiore collaborazione tra Italia e Canada, sarebbe tutto più semplice, sarebbe bello se nelle scuole si potesse inserire nel programma un’ora di italiano».
A proposito della possibilità di un albo pubblico delle associazioni, Di Palma si trova concorde e pronto a collaborare: «Un albo pubblico consultabile sarebbe l’unico strumento in grado di tenerci informati e in comunicazione tra di noi, altrimenti il mondo associativo potrebbe svanire nell’arco di 10-15 anni».
In conclusione al Ceprano Social Club tutti sperano che l’intervento del Console Bardini porti ad un reale cambiamento nella comunità italocanadese, come sottolinea Di Palma: « Giudico l’intervento del Console Bardini molto positivo. Ha dato a tutti noi, presidenti e membri dei club, una spinta a lavorare per migliorare la situazione. La lettera ci ha sicuramente offerto delle buone idee, ci ha svegliato. Mi sembra che i club siano per ora sulla stessa linea d’onda. Speriamo che tutto questo ritrovato entusiasmo non svanisca, speriamo che si continui tutti su questa strada».

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La ricetta di Giancarlo Amadei: «Dobbiamo coinvolgere i giovani»

Posted on 29 October 2009 by Caterina

Giancarlo Amadei-29 ottobreTORONTO – Dal 1983 ad oggi, tranne due brevi periodi, Giancarlo Amadei è al timone del Circolo Culturale Italiano di Brampton.
Un incarico, quello di presidente, che il livornese di origine, svolge con una passione tutta sua e che dopo tanti anni lo spinge spesso a riflettere sul futuro dell’associazionismo: «Non si può non pensare agli anni che verranno, a cosa succederà a questi sodalizi ai quali abbiamo dato vita con tante belle speranze, con tanto entusiasmo per mantenere la cultura italiana e tutte le belle cose della nostra terra – dice Giancarlo Amadei, in Canada dal 1967, tra i fondatori del Circolo – ho trovato molto interessante la lettera del console italiano Gianni Bardini che rappresenta una occasione in più per pensare a come assicurare la continuità di questi club e di queste associazioni nei prossimi decenni considerato che noi non siamo più dei ragazzini».
Il futuro è la grande incognita di tutti i sodalizi. «Il futuro sono i giovani che però non frequentano i club – tenta un’analisi Amadei, 73 anni – il primo scoglio è rappresentato, secondo me, dalla lingua italiana che i ragazzi non conoscono dal momento che nella maggior parte delle famiglie si parlano i dialetti delle regioni di provenienza, raramente l’italiano, e questo è un handicap».
«La mia osservazione – continua Amadei – non intende colpevolizzare assolutamente nessuno, ma mettere in luce una situazione reale».
È un interesse, quello per la lingua italiana, che spesso nasce con il tempo: «Posso dire per esperienza personale, dal momento che circa 25 anni fa insegnavo corsi gratuiti di italiano nella nostra sede, che ai bambini non importa più di tanto perché con i loro amici parlano in inglese – continua Giancarlo Amadei – quando sono invece più grandi, dei “giovani adulti” come amo chiamarli, invece l’interesse si risveglia così come nasce la curiosità per l’Italia e per il paese di origine dei propri genitori. Si verifica, insomma, un percorso di ricerca a ritroso».
Incoraggiare i giovani a far parte di club e associazioni è fondamentale per dare modo a questi sodalizi di continuare a esistere: «Bisogna invogliarli, farli sentire parte delle varie iniziative e soprattutto organizzare eventi per loro come ad esempio una sfilata di moda giovane, bisogna andare loro incontro e non proporre loro le serate, che interessano solo i genitori e i nonni. Bisogna essere più elastici».

La moda ma anche lo sport, la musica, secondo Amadei, possono rivelarsi importanti per avvicinare le giovani generazioni: «Io ho iniziato a riflettere sul modo di conquistare, se così vogliamo dire, l’attenzione delle nuove generazioni già parecchi anni fa quando il Corriere Canadese iniziò a pubblicare ogni settimana Tandem, che è in lingua inglese e che tratta argomenti che interessano i lettori più giovani che spaziano dal cinema alla gastronomia, dalle mostre di arte all’informatica, dall’attualità alla recensione di libri alla musica italiana – continua Amadei – Penso sia il modo giusto di far nascere in loro la curiosità per l’Italia. Scoprire poi le bellezze naturali, le città d’arte, i monumenti e tutto quello che il Belpaese offre, su riviste specializzate e tramite programmi televisivi, non può che dare maggior forza alla voglia di saperne di più e, perché no, di andare in vacanza in Italia, che in fondo, mi permetta di dire, è il Paese più bello del mondo».
L’amore per l’Italia va coltivato, va aiutato a crescere già all’interno delle famiglie: «All’inizio i ragazzi forse manifestano un certo disinteresse, ma con il tempo nasce dentro loro l’orgoglio e quindi inizia il processo di scoperta delle proprie origini – prosegue Amadei – i miei due figli Davide e Giovanni, per esempio, sono nati in Italia e sono giunti in Canada piccolissimi, ma ancor prima di canadesi si reputano italiani».
L’italianità, quindi, è un amore a 360 gradi per il proprio Paese di origine. «Ed è innanzitutto conoscerne non solo l’idioma, ma anche il modo di pensare, lo stile di vita, i processi della storia che nei secoli hanno portato all’Italia attuale – conclude Giancarlo Amadei – è anche fare sì che non vengano tradotti in inglese i nomi prettamente italiani… Se qualcuno vuole farmi irritare deve chiamare ad esempio Giovanni Caboto John Cabot… e da buon maledetto toscano, come gli amici mi definiscono, mi viene un diavolo per capello…».

MARIELLA POLICHENI

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Il presidente della Basilicata Cultural Society Emanuele Di Lecce commenta la lettera del Console: «Positive le proposte, ma non so se avrà successo»

Posted on 20 October 2009 by Caterina

Borse di studio per studenti di origine lucana tra le iniziative della società per le nuove generazioni

CONCITA MINUTOLA

TORONTO  «La perdita delle proprie origini è un vero problema. Se non facciamo niente, la nostra cultura scomparirà», spiega il presidente della Basilicata Cultural Society of Canada Emanuele Di Lecce. È questa la ragione per cui esistono nella comunità italocanadese gruppi come quello dedicato alla Basilicata, ed è questa la loro missione principale per i più giovani, «mantenere viva la nostra cultura e tramandarla di generazione in generazione», spiega Emanuele Di Lecce. Una sfida cruciale che viene affrontata anche grazie alle borse di studio per studenti universitari. A questo primo compito si aggiungono altre sfide, tra necessità di cambiamenti e nuove proposte. In questo contesto, se la lettera del Console Bardini pubblicata dal Corriere Canadese «è un’iniziativa positiva», per Di Lecce rimangono i dubbi su quanto le sue idee, una per una, possano portare a risultati concreti. «Sembra che il Consolato voglia trovare un punto di riferimento per fare delle attività o eventi comuni – commenta Di Lecce – bisogna vedere poi chi sono gli altri e come cooperare». La Basilicata Cultural Society of Canada raggruppa almeno trecento membri. «Molti di questi – spiega il presidente – fanno parte anche di altri gruppi come il club Palazzo di San Gervasio». I Lucani, poi, sono rappresentati anche a livello nazionale dalla Federazione delle Associazioni Lucane in Canada e dalla commissione regionale dei Lucani all’estero. L’invito al dialogo è una buona iniziativa: «Se il Consolato riuscirà a mettere in atto quelle proposte, credo che possa essere utile per la comunità, ma non so fino a che punto potrà arrivare perché i club sono abbastanza indipendenti e non condividono sempre idee o eventi». Dalla lettera ai fatti. Il consolato, dice Di Lecce, ha inviato anche una richiesta di adesione a un registro delle associazioni. «Il consolato ha mandato a tutti i club anche un modulo di registrazione al loro sito, noi lo abbiamo già inviato», dice Emanuele Di Lecce. Sul ruolo delle Federazioni, «c’è una possibilità che rafforzino il legame tra i club, ma solo se c’è un interesse da parte della gente». Anche quella del segretariato potrebbe essere un’iniziativa positiva, ma poi «bisogna metterla in atto». Dubbi anche sulla “festa italiana”: «Potrebbe essere positiva, ma non so chi potrebbe organizzarla però. Qualcuno dovrebbe assumersi questo compito a un certo punto». È d’accordo sul bisogno di potenziare lo studio della lingua italiana, per passare dalla comprensione alla capacità di dialogare. Un’esperienza che Di Lecce auspica per i più giovani, anche perché per lui in passato l’opportunità di studiare l’italiano non è stata a portata di mano. «Credo che la gente non abbia abbastanza opportunità di conversare – dice – a meno che non lo si parli a casa. Ogni iniziativa per raggiungere questo obiettivo è positiva».La Basilicata Cultural Society of Canada, poi, cerca anche di premiare il merito e risvegliare l’interesse dei giovani nei confronti delle radici lucane tramite una serie di borse di studio rivolte a studenti universitari. «Gli studenti che partecipano – dice il presidente del Board della Basilicata Cultural Society – devono scrivere un tema di 1000-1500 parole su cosa vuol dire per loro avere origini lucane e italiane. È un mezzo per far riflettere i più giovani sulle loro origini. Noi ci proviamo continuamente. Oggi i giovani sono molto impegnati, dobbiamo trovare il tempo perché riflettano su chi sono».

Comitato_Basilicata
Il Comitato della Basilicata Cultural Society (http://www.basilicatacultural.ca)

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