TORONTO – «Noi il nostro essere e sentirci profondamente italiani lo abbiamo pagato a caro prezzo. È ovvio che vorremmo che la nostra lingua e la nostra cultura continuassero a vivere per mezzo dei nostri figli e dei nostri nipoti».
Posted on 29 January 2010 by Caterina
TORONTO – «Noi il nostro essere e sentirci profondamente italiani lo abbiamo pagato a caro prezzo. È ovvio che vorremmo che la nostra lingua e la nostra cultura continuassero a vivere per mezzo dei nostri figli e dei nostri nipoti».
Posted on 15 January 2010 by Caterina
Gino Cucchi: è solo il primo passo per parlare di associazionismo, giovani e una giornata italiana
di CONCITA MINUTOLA
TORONTO – La comunità italiana di Toronto sta vivendo una fase di trasformazione. Si ripensa e si riorganizza. Mercoledì sera consultori e rappresentanti di associazioni e federazioni si sono riuniti per parlare del futuro, durante un incontro organizzato dal Comites di Toronto mercoledì al Columbus Centre. È stato un «brainstorming» – come lo ha definito il console generale Gianni Bardini, presente alla tavola rotonda – per evidenziare le sfide e le problematiche del ricambio generazionale, e per discutere nuove proposte, come una giornata italiana per unire, celebrare e far conoscere la realtà italo-canadese di Toronto, per esempio con il Caboto Day il 24 giugno.
Da parte dei presidenti delle organizzazioni italo-canadesi c’è disponibilità alla collaborazione e al dialogo. Ma il dibattito è aperto sulle modalità e sull’organizzazione, tra ottimismo e pessimismo sulla sopravvivenza delle associazioni e dei club. Da parte sua, il presidente del Comites e moderatore della tavola rotonda, Gino Cucchi, ha ribadito la disponibilità del Comites a «fare da coordinatore, offrire uno spazio e condividere idee, senza entrare nel merito delle decisioni delle associazioni che sono e devono essere indipendenti». Cucchi ha anche puntualizzato che alla riunione al Columbus Centre seguiranno altre tavole rotonde sul futuro dell’associazionismo, sul ruolo dei giovani e su eventi comuni per la comunità.
Passare il testimone ai giovani è fondamentale, ha sottolineato il membro del Comites Fulvio Florio. Ma come? I giovani italo-canadesi sono attratti dall’Italia di oggi, testimonia Cristiano De Florentis parlando del successo dell’associazione L’Altra Italia che attira sempre di più gli studenti universitari. Sono giovani integrati nel tessuto sociale canadese e la solidarietà tra emigrati e la condivisione di tradizioni locali, alla base della fondazione di associazioni italiane, oggi non sono più elementi di aggregazione, è l’analisi emersa nel corso del dibattito. Cosmo Femia, presidente della Federazione dei giovani italo-canadesi, rassicura comunque sulla voglia di fare delle nuove generazioni che «sanno parlare l’italiano».
«Non è vero che le associazioni sono finite, devono solo riorganizzarsi», dice Antonio Porretta, consultore della Regione Lazio, che ha invitato i consultori delle altre regioni italiane per il Canada a riunirsi e discutere una strategia comune per sostenere la comunità e le associazioni italo-canadesi in questa fase di transizione. Caroline Di Cocco, presidente della Federazione Lazio, chiede di «discutere una strategia comune tra federazioni», ricordando che le associazioni fanno parte della società canadese e richiamando all’importanza di aprirsi e farsi conoscere. «I tempi sono cambiati, e un tavola rotonda sulla sopravvivenza è essenziale per capire come noi, insieme, possiamo fare qualcosa per il futuro», ribadisce Di Cocco. Punta sull’urgenza dell’analisi anche Tony Marcantonio (Campania). E si unisce al coro anche Franco Sampogna, consultore della Regione Molise e presidente della Federazione delle associazioni molisane in Ontario. «Le associazioni vanno verso la scomparsa, dobbiamo collaborare – è il suo invito, citando l’esempio della comunità italo-americana – perché collaborando si può fare tanto, almeno per i giovani».
«Questo è un buon passo», dice Vincenzo Antezza, consultore dei Lucani, che si chiede però quanti in realtà siano disposti al dialogo e quanto sia visibile il Comites. Tony Silipo (Federazione dei calabresi) ha invitato il Comites a farsi affiancare dalle federazioni «quando si tratta di prendere posizione con il governo o con il Consolato», e ha espresso il suo rammarico per l’assenza del Congresso degli italo-canadesi. «La Federazione calabrese – assicura – è sempre aperta a tutte le istituzioni» ed è favorevole al Caboto Day il 24 giugno. Roberto Bandiera (Molisani nel Mondo) ha riproposto l’idea di una settimana italiana, con una parata lungo Toronto ma «il problema è vedere se la gente è disposta a lavorare», facendo appello a istituzioni come il Comites e il Consolato per spronare le associazioni ad aggregarsi. Il consigliere Comites Mario Marra ha ribadito la disponibilità del Comites e ha invitato all’apertura, pensando a un Caboto Day in Canada come il Columbus Day per gli Usa, un evento di fama internazionale. «Ma si inizia dalle fondamenta – ha aggiunto – questo è il primo passo, il buon esito di un’altra riunione Comites organizzata da Mimmo Rizzo conferma che se noi continueremo avremo successo». «Mi meraviglia il pessimismo», dice Lucia Flaim (Club Trentino e consultore) sottolineando le difficoltà del gap generazionale di oggi, non solo per la comunità italo-canadese. E citando il programma Next (Nuove energie per il Trentino), Lucia Flaim invita a guardare al futuro con entusiasmo, dando ai giovani autonomia e affidandosi alla loro professionalità. «Noi abbiamo scelto la via accademica delle borse di studio», dice Moreno Berardi (Toscana) che apre alla collaborazione. Rispetto ai primi dibattiti, ricorda Paolo Natale (Confederazione siciliana) la partecipazione è aumentata, ma occorre coinvolgere anche il Congresso e «passare questo testimone ai giovani». Per Gino Ripandelli – che invita a superare l’individualismo e a unirsi per iniziative come la Giornata del sacrificio e la Festa della donna – la volontà del Comites di lavorare con il Congresso c’è, «non siamo contro ma sempre aperti». E da osservatore esterno, il console Bardini ha chiuso i lavori lodando l’iniziativa del Comites, e spronando le associazioni a sfruttare la frammentazione come ricchezza, «mettendosi in rete», a organizzare stage per i giovani in Italia e a impegnarsi per difendere i dipartimenti di italiano nelle università, come la Queen’s University. Un team di rappresentanti (Roberto Bandiera, Vittorio Scava, Tony Marcantonio, Franco Sampogna, Moreno Berardi, Giovanni Addolisio, Cosmo Femia, Caroline Di Cocco, Antonio Porretta e Domenico Servello) assieme a Gino Cucchi, stilerà ora un’agenda. Il dibattito, insomma, è destinato a continuare.
Posted on 11 January 2010 by Concita
Il presidente Roberto DiDonato: «Le mie origini mi rendono unico»
di CONCITA MINUTOLA
MONCTON – Batte un cuore italiano anche in New Brunswick, tra Quebéc e Nova Scotia. A riunire gli italo-canadesi nella Provincia Marittima ci pensa, dagli anni Settanta, l’Associazione Italiana di Moncton. Con oltre 250 membri, 70 famiglie iscritte e un aumento del 20 per cento delle adesioni nell’anno appena concluso, l’organizzazione non profit attrae anche italo-canadesi che si trasferiscono in città da altre province: cinque famiglie solo nel 2009. «Molti si trasferiscono a Moncton da città come Montréal e Toronto – spiega il presidente dell’Associazione Roberto DiDonato – non solo per il posto ma anche perché è bilingue e perché la nostra economia va molto bene». Una volta trasferiti, per i nuovi arrivati avere un «background comune aiuta a fare conoscenze». Oltre a loro ci sono genitori che vogliono iscrivere i figli ai corsi di italiano, o ancora giovani che vogliono andare oltre il dialetto parlato dai loro nonni, spiega DiDonato.
L’associazione organizza quindi dei corsi di italiano per i livelli “principiante” e “avanzato” che si tengono nel centro culturale cittadino Thomas William House, dove il gruppo ha a disposizione delle aule per le lezioni e per gli incontri della commissione. Oltre ai corsi di italiano, l’Associazione – l’unica tra le piccole comunità italiane del New Brunswick – organizza una “Italian dinner” aperta anche ai non iscritti, e sei eventi per i membri nel corso dell’anno. Si tratta di appuntamenti che attraggono tra le 100 e le 200 persone, almeno 300 per la serata italiana. E questo nonostante il gruppo italo-canadese di Moncton non abbia una sede.
«In Atlantic Canada abbiamo solo tre comunità italiane – dice il presidente dell’associazione – a Sidney e Halifax (in Nova Scotia, ndr), e a Moncton». Gli italiani qui sono pochi: «Almeno 700 persone in città e 3mila persone circa di origine italiana in tutto il New Brunswick». Al primo anno del suo mandato biennale, DiDonato ha visto un aumento delle iscrizioni del 20 per cento. «La nostra associazione ha attraversato un periodo difficile – racconta – così ho deciso di impegnarmi per dare il mio contributo alla comunità e perché sono orgoglioso di essere italiano». L’interesse è aumentato grazie all’organizzazione di eventi per le famiglie, «come il picnic che l’anno scorso ha riunito 350 persone nonostante la pioggia», un appuntamento per i soci italiani, per familiari e amici.
«La nostra associazione conta iscritti di diverse età – continua DiDonato – ma devo ammettere che per la maggior parte sono anziani e adulti, anche perché la nostra comunità non vede più immigrati italiani ormai da molto tempo». Attrarre i giovani rimane una spina nel fianco anche per la comunità italiana di Moncton, dice il presidente dell’Associazione. «Il Canada è un Paese dove tutte le culture sono accettate. Viviamo in una società così multiculturale – è la sua riflessione – che diventa sempre più difficile dire “io sono italiano” o di un altro Paese. Come attrarre nuova gente? Cerchiamo di attrarre le famiglie più che i giovani, perché vogliono far stare i bambini con i nonni e vogliono che imparino l’italiano. Coinvolgere i ventenni è molto più difficile, non si può negare. E non riguarda solo l’Associazione italiana, ma la società in generale. Pensiamo agli enti di beneficenza, gestiti per la maggior parte da adulti».
Secondo DiDonato raggiunta una certa età si rafforza il senso di appartenenza. Per questo coinvolgere le famiglie è ancora più facile. Lo dimostrerebbe il successo di attività come le visite al museo Pier 21, ad Halifax, «perché vogliono che i nipoti conoscano la storia dei loro nonni, di come sono arrivati in Canada, per infondere in loro quel senso di riconoscenza».
DiDonato guarda all’esempio della comunità italiana di Halifax, coordinata dall’Italian Canadian Cultural Association of Nova Scotia, e ritiene che la comunicazione con altre organizzazioni italo-canadesi sia fondamentale come strumento di confronto. «Sarebbe bello avere una sede come quella di Halifax – aggiunge – anche se la nostra è una comunità più piccola. Con soli 250 membri sostenere i costi per la manutenzione sarebbe troppo faticoso. Ma avere un posto dove poter socializzare, e parlare, potrebbe rendere tutto più facile. Allo stesso tempo, da quello che vedo, anche le associazioni di Montréal e di Halifax stanno affrontando lo stesso problema delle adesioni. E questo anche per l’attaccamento alle tradizioni, che rende tutto più difficile». Il calo della partecipazione, specialmente dei più giovani, non è l’unico argomento di dibattito. Per gli italo-canadesi di Moncton è difficile mantenere il legame con l’Italia: «Un quarto dei nostri membri non visita l’Italia da anni». E le opportunità di sentirsi italiani sono poche: «L’unica persona con cui posso parlare in italiano è mio padre – dice – Cerco di non perdere la mia cultura d’origine, andando in Italia almeno una volta l’anno. A dir la verità, una volta ogni due visto che adesso ho dei bambini piccoli», dice Roberto DiDonato, che a 33 anni è papà di un bimbo di due anni e mezzo, Dario Azzurri – un secondo nome dedicato proprio alla nazionale di calcio italiana – e di Aria, sei mesi.
«Essere italiano – sottolinea comunque – è qualcosa che mi distingue, e di cui sono orgoglioso. Soprattutto perché la nostra comunità italiana è così piccola. A scuola superiore per esempio, eravamo solo in tre: io e due gemelli. È qualcosa che ti rende unico, e ti fa dire “ecco da dove vengo, questa è la mia storia”». A chi come lui ha origini italiane in Canada, Roberto DiDonato dice di «non dimenticare le proprie origini, di esserne fieri e di apprezzarle, specialmente pensando agli sforzi degli italiani che sono arrivati qui dopo la Seconda guerra mondiale».
Posted on 08 January 2010 by Concita
Secondo Roberto Bonanni il governo italiano deve investire in modo concreto: «I benefici saranno reciproci»
di MARIELLA POLICHENI
TORONTO – Sono stati, quelli del console Gianni Bardini e il commiato dell’ambasciatore Gabriele Sardo, messaggi che hanno colpito la comunità italocanadese.
C’è chi condivide al 100% le proposte avanzate dal Console Bardini, chi pensa invece che nelle sue lettere aperte non vi sia nulla di nuovo. Tutti comunque leggono tra le righe tanto affetto e la speranza che cultura e tradizioni italiane continuino a ritagliarsi uno spazio nella società canadese. «È difficile dissentire da quanto affermato sia dal Console che dall’allora ambasciatore in Canada – dice Roberto Bonanni, fondatore del Supino Social Club nel 1970 e del Coro di Supino nel 1994 oltre che uno dei funzionari del Costi negli anni sessanta – entrambi sottolineano la frammentazione della nostra comunità nonchè la necessità di rinnovamento con unità d’intenti al fine di poter preservare e diffondere la nostra cultura e la nostra lingua in particolar modo tra le nuove generazioni».
È del Console l’invito alla comunità italocanadese ad avere un ruolo attivo, ad essere un ponte tra l’Italia e il Canada al fine di poter rafforzare i legami tra i due Paesi ricavandone dei benefici reciproci. «Opinione condivisibile anche se purtroppo non si nota nessun impegno da parte sua a sollecitare il governo italiano a investire di più per le comunità all’estero – continua con fervore Bonanni – in passato l’ex ambasciatore Sardo ci aveva già avvertito di non aspettarci molto da Roma perché l’Italia sta attraversando un periodo di crisi economica ed istituzionale. Tradotto in parole semplici il discorso è che ci sono tanti problemi per cui dobbiamo arrangiarci da soli a salvare la nostra identità culturale e linguistica in Canada».
A difesa e mantenimento della lingua e della cultura italiana, secondo l’italo-canadese, hanno fatto tanto in passato altre componenti della comunità. «Premesso che i sodalizi, a parer mio, per quanto importanti, non rappresentano la comunità intera, trovo ingeneroso non riconoscere quanto molti altri hanno già fatto e continuano a fare per la nostra lingua e cultura nell’ambito della Gta e non solo – continua Roberto Bonanni giunto in Canada nei primi anni cinquanta – personalmente ho visto nascere dapprima il Corriere Canadese, nostro vero portavoce, il Costi e la Camera di commercio italiana negli anni sessanta, la Società Dante Alighieri e la Chin subito dopo, la Faci e il Congresso Nazionale degli italo-canadesi negli anni settanta e man mano ancora l’Istituto Italiano di Cultura, il Columbus Centre, il Centro Scuola, il Comites con il Cgie e le varie federazioni regionali. È grazie a loro che sono state organizzate nel corso degli anni innumerevoli manifestazioni canore, eventi culturali nonchè mostre all’insegna della nostra lingua, cultura e tradizioni».
Quel che però manca, secondo Bonanni, è la collaborazione tra le diverse componenti della comunità: «Manca a mio avviso il collante di cui parla il dottor Bardini, in quanto tutti, a modo loro, si sentono portavoce della comunità, Comites e Congresso italo-canadese in testa, ma in realtà non è così – dice senza peli sulla lingua Bonanni – è la comunità a fare le spese della mancanza di dialogo tra di loro. Penso che si dovrebbe quindi dar vita a una regia di coordinamento di tutte le forze della comunità per dare a questa una voce forte e autorevole, una regia composta da personalità preparate e disposte ad operare superparte anche se mi rendo conto che la sua costituzione non sarebbe una impresa facile».
I tempi sono maturi per iniziative nuove, per guardare al futuro in modo diverso, per aggregare in modo reale i giovani. «Non trovo affatto scandaloso che le nuove generazioni non nutrano alcun interesse per le cene con ballo organizzate dai sodalizi – aggiunge Bonanni – l’interesse e l’amore per l’Italia deve nascere creando iniziative come vacanze studio in Italia o anche dando loro la possibilità di specializzarsi professionalmente nel Belpaese e così via. Bisogna creare un ponte tra la nostra comunità e l’Italia».
Un avvicinamento che può iniziare con passi piccoli ma significativi. «Si cominci ad abolire la tassa da bollo di 64 dollari che si applica sul passaporto italiano quando si usa il documento per andare in Italia, si proceda con il convincere il governo italiano a riaprire la legge per il riacquisto della cittadinanza italiana, si instauri un dialogo concreto dando vita a progetti a favore delle comunità all’estero per lavorare per obiettivi comuni e per poterci sentire, pur se così lontani, più legati».
Ha le idee chiare, anche se ammette non di facile attuazione, Roberto Bonanni che punta il dito contro Roma: «Sono nato in un Paese che vanta una civiltà millenaria – conclude Bonanni – mi piacerebbe che il governo italiano fosse più presente con agevolazioni alle comunità estere perchè una collaborazione tra noi e l’Italia non può che dare benefici reciproci. Investire di più in questo senso non può che essere positivo per tutti».
Posted on 26 October 2009 by Caterina

Edera Bohman della Federazione veneta reputa fondamentale il coinvolgimento delle nuove generazioni per immettere nuova linfa nell’associazionismo
MARIELLA POLICHEMI
TORONTO – «Sono d’accordo al 100 per cento con quanto espresso dal console Gianni Bardini nella sua lettera aperta. Anch’io vedo le verità elencate dal console e ne soffro».
È un fiume in piena Edera Bohman, di solito sempre molto riservata, mai una parola di troppo. «È giunto il momento di fare qualcosa per risvegliare un po’ la nostra comunità che si sta fossilizzando, sta perdendo entusiasmo e voglia di fare, non guarda al futuro – dice l’italo-canadese che fa parte del comitato culturale della Federazione dei club e delle associazioni venete dell’Ontario e del Club San Marco – Credo che un comportamento freddo e indifferente non porti da nessuna parte e che dobbiamo impegnarci di più per mantenere vive le nostre tradizioni delle quali dobbiamo essere tanto orgogliosi».
Orgoglio, attaccamento alle proprie origini, senso di appartenenza ma oggi l’associazionismo sta attraversando una nuova fase. «Sono passati vari decenni da quando sono nati i primi sodalizi – dice la Boham nata a San Donà di Piave in provincia di Venezia e giunta in Canada nel 1957 – siamo ora al ricambio generazionale ma occorre trovare il modo di tirar dentro i giovani perché passare a loro il testimone è l’unico modo che abbiamo di far andare avanti quel che noi abbiamo costruito finora».
Ruota attorno ai giovani la possibilità di far vivere a distanza cultura, tradizioni, amore per le proprie origini. «Penso che occorra farli partecipare, coinvolgerli, dare loro dei compiti all’interno delle nostre associazioni e dei nostri club, lasciarli fare – continua Edera Boham – all’interno della Federazione veneta è stato formato un gruppo chiamato Next generation dove Sandro Zoppi, avvocato molto in gamba assieme a tanti altri giovani di origine veneta organizza eventi diversi, dalle lezioni di italiano per i bambini, a piccole gite, a giornate sui campi di sci».
Secondo la Bohman, non esiste una ricetta magica ma di certo occorre muoversi, magari sbagliando, fino a quando si trova la strada giusta: «Insegnare ai nostri figli l’italiano può già essere un passo in avanti perchè la lingua è spesso una barriera – continua Edera – non parlare loro in italiano è un errore commesso dai genitori che non capiscono come conoscere più di una lingua sia un arricchimento personale e nel nostro caso uno strumento dato ai giovani per dialogare, leggere, scoprire la cultura del nostro Paese, una cultura che ci viene invidiata da tutto il mondo».
È un amore questo per l’Italia che si legge negli occhi di Edera Bohman, che si sente nella sua voce quando ne parla, che nonostante gli oltre cinquant’anni in Canada («Un Paese dove mio marito John fu inviato per lavoro e dove siamo rimasti perché ci ha affascinati») non ha perso smalto. «Mio figlio, che purtroppo è deceduto prematuramente nel 2005, parlava un italiano perfetto proprio perché io in casa parlavo in italiano con lui e quando gli era possibile partecipava anche agli eventi della nostra Federazione – confida Edera – adesso sto cercando di far innamorare dell’Italia i miei nipoti raccontando loro dei tanti viaggi fatti con mio marito, delle bellezze naturali, delle città d’arte, di come esistano paesini che sono piccoli gioielli, di come si possa godere di meravigliosi paesaggi attraverso il finestrino di un treno e scoprire la gastronomia locale dei luoghi visitati… Sto suscitando il loro entusiasmo con l’immaginazione, faccio loro vedere l’Italia attraverso i miei occhi ed il più grande, Alex, dopo avermi ascoltata attentamente mi ha ha già detto che la prossima volta che vado in Italia lui verrà con me… Inutile dire che ho provato una gioia immensa».
Svegliare l’entusiasmo, far crescere l’orgoglio delle proprie origini, cullare nel proprio cuore un senso di appartenenza: «L’italianità è il rispetto, l’amore, la condivisione degli stessi valori – conclude con un sorriso Edera Bohman – l’italianità deve essere nel cuore, nello spirito. Dobbiamo aiutare i nostri giovani a scoprire l’amore per l’Italia. Sono certa che fatto il primo passo, il resto verrà da sé».
Bohman’s determination to increase the bonds between Canada, her adopted country, and Italy, her native land, has been reawakened:
“Italianità is the respect, the love, the sharing of [one’s] values,” concludes a smiling Bohman. “Italianità must be in your heart, in your soul. We must help our youth discover a love for Italy. I’m certain that once the first step is done, the rest will follow.”
Posted on 20 October 2009 by Caterina
Borse di studio per studenti di origine lucana tra le iniziative della società per le nuove generazioni
CONCITA MINUTOLA
TORONTO «La perdita delle proprie origini è un vero problema. Se non facciamo niente, la nostra cultura scomparirà», spiega il presidente della Basilicata Cultural Society of Canada Emanuele Di Lecce. È questa la ragione per cui esistono nella comunità italocanadese gruppi come quello dedicato alla Basilicata, ed è questa la loro missione principale per i più giovani, «mantenere viva la nostra cultura e tramandarla di generazione in generazione», spiega Emanuele Di Lecce. Una sfida cruciale che viene affrontata anche grazie alle borse di studio per studenti universitari. A questo primo compito si aggiungono altre sfide, tra necessità di cambiamenti e nuove proposte. In questo contesto, se la lettera del Console Bardini pubblicata dal Corriere Canadese «è un’iniziativa positiva», per Di Lecce rimangono i dubbi su quanto le sue idee, una per una, possano portare a risultati concreti. «Sembra che il Consolato voglia trovare un punto di riferimento per fare delle attività o eventi comuni – commenta Di Lecce – bisogna vedere poi chi sono gli altri e come cooperare». La Basilicata Cultural Society of Canada raggruppa almeno trecento membri. «Molti di questi – spiega il presidente – fanno parte anche di altri gruppi come il club Palazzo di San Gervasio». I Lucani, poi, sono rappresentati anche a livello nazionale dalla Federazione delle Associazioni Lucane in Canada e dalla commissione regionale dei Lucani all’estero. L’invito al dialogo è una buona iniziativa: «Se il Consolato riuscirà a mettere in atto quelle proposte, credo che possa essere utile per la comunità, ma non so fino a che punto potrà arrivare perché i club sono abbastanza indipendenti e non condividono sempre idee o eventi». Dalla lettera ai fatti. Il consolato, dice Di Lecce, ha inviato anche una richiesta di adesione a un registro delle associazioni. «Il consolato ha mandato a tutti i club anche un modulo di registrazione al loro sito, noi lo abbiamo già inviato», dice Emanuele Di Lecce. Sul ruolo delle Federazioni, «c’è una possibilità che rafforzino il legame tra i club, ma solo se c’è un interesse da parte della gente». Anche quella del segretariato potrebbe essere un’iniziativa positiva, ma poi «bisogna metterla in atto». Dubbi anche sulla “festa italiana”: «Potrebbe essere positiva, ma non so chi potrebbe organizzarla però. Qualcuno dovrebbe assumersi questo compito a un certo punto». È d’accordo sul bisogno di potenziare lo studio della lingua italiana, per passare dalla comprensione alla capacità di dialogare. Un’esperienza che Di Lecce auspica per i più giovani, anche perché per lui in passato l’opportunità di studiare l’italiano non è stata a portata di mano. «Credo che la gente non abbia abbastanza opportunità di conversare – dice – a meno che non lo si parli a casa. Ogni iniziativa per raggiungere questo obiettivo è positiva».La Basilicata Cultural Society of Canada, poi, cerca anche di premiare il merito e risvegliare l’interesse dei giovani nei confronti delle radici lucane tramite una serie di borse di studio rivolte a studenti universitari. «Gli studenti che partecipano – dice il presidente del Board della Basilicata Cultural Society – devono scrivere un tema di 1000-1500 parole su cosa vuol dire per loro avere origini lucane e italiane. È un mezzo per far riflettere i più giovani sulle loro origini. Noi ci proviamo continuamente. Oggi i giovani sono molto impegnati, dobbiamo trovare il tempo perché riflettano su chi sono».
Comitato_Basilicata
Il Comitato della Basilicata Cultural Society (http://www.basilicatacultural.ca)
Posted on 15 October 2009 by Caterina
Charlie Alaimo: «Ci vuole una confederazione». C’è accordo sulla proposta di rafforzare il ruolo delle federazioni e dei giovani
CONCITA MINUTOLA
TORONTO – «Rafforzare il dialogo tra le Federazioni regionali con una confederazione, per collaborare l’una con l’altra». È la proposta di Charlie Alaimo, presidente della Ontario Confederation of Sicily. Alaimo accoglie con entusiasmo la lettera del Console Gianni Bardini, pubblicata dal Corriere Canadese. Dare alle federazioni regionali un maggior ruolo per coordinare le attività dei vari club culturali, religiosi o di Paese, è «un’ottima idea, ci vorrebbe un dialogo tra le associazioni e le federazioni». Ma va oltre, proponendo un gruppo unico alla base del coordinamento. «Ogni piccolo social club dovrebbe appartenere a un’associazione di carattere regionale. Per esempio la nostra Confederazione riunisce 15 club siciliani. Ma ci vuole una struttura piramidale che riunisca prima tutti i club sotto federazioni regionali, e al di sopra di queste una confederazione. Un tentativo di questo tipo era già stato fatto in passato».
Piace, quindi, l’idea del segretariato comune: «Il Columbus Centre – dice Alaimo – sarebbe il luogo ideale dove poterci riunire e discutere di queste iniziative, e gettare le basi per avere una confederazione forte». Il presidente della Confederazione siciliana dell’Ontario, inoltre, invita alla collaborazione tra le Federazioni e il Congresso Nazionale degli italocanadesi, sia nel distretto di Toronto, che dell’Ontario e di tutto il Canada. «Per avere un ottimo risultato – sostiene Alaimo – queste tre entità dovrebbero collaborare. E avendo una sede al Columbus Centre, si potrebbero organizzare riunioni mensili. Per tutte le Federazioni regionali la realizzazione di questa idea sarebbe un bene».
E quella del calendario comune per coordinare gli eventi è «un’iniziativa di cui si è parlato, anche in passato», e che la Confederazione siciliana, al suo interno, sta mettendo già in atto. «Quello che chiedo ai club membri – dice il presidente – è un programma di tutti gli eventi e le feste per il 2010, da consegnare all’inizio dell’anno, in modo tale che le date non coincidano. Programmare in anticipo è un bene per tutti i club». Ma un calendario di questo tipo è possibile per tutta la comunità? Per Alaimo la risposta è sì, «ma ci vuole la collaborazione e la partecipazione di tutti».
Ed è favorevole anche alla proposta di una festa italiana, in una data rappresentativa che già viene festeggiata a Toronto, ovvero la Festa della Repubblica. «A Toronto ci riuniamo già al Chin Picnic nella prima settimana di luglio, ma la festa italiana in una data che non coincida con altri appuntamenti comunitari potrebbe essere la cosa migliore. Ho partecipato alla cerimonia dell’Alzabandiera, quest’anno, ed è stato un momento molto bello. Si potrebbe organizzare una festa che coinvolga tutte le associazioni proprio nel giorno della Festa della Repubblica: una giornata intera per festeggiare l’Italia».
Charlie Alaimo è originario di Delia, nella provincia di Caltanissetta, e partecipa al mondo delle associazioni dal 1963, ovvero dalla fondazione del Club di Delia. «Io sono tra i fondatori. La nostra comunità agli inizi degli anni Cinquanta era sparpagliata, ci riunivano a casa di compaesani di tanto in tanto. Poi è nata l’idea di fondare questo sodalizio, che ora è uno dei più attivi». Oltre alle riunioni, il circolo di Delia organizza anche attività teatrali coordinate dal professor Salvatore Bancheri, “Le maschere petiliane” – «perché Delia originariamente di chiamava Petilia» – altre rappresentazioni nel periodo di Pasqua, e borse di studio per i giovani impegnati nelle attività teatrali. «Questo – spiega Alaimo – attira le nuove generazioni. Gli anni passano per tutti, sono i giovani adesso che devo partecipare di più. La loro mancanza è un problema per tutti i club. E poi in Canada i giovani, anche se hanno origini comuni, magari non si conoscono a causa delle distanze». Offrire una sede quindi può essere utile.
«Essere italiani ci rende fieri e orgogliosi, è nel nostro Dna – dice Charlie Alaimo – e cercheremo di trasmettere anche ai giovani le nostre tradizioni. L’italianità la si sente nel sangue, la si sente nel vivere». La comunità quindi ha un futuro? «Sì, il futuro c’è, la presenza di tanti imprenditori di successo lo conferma. Ultimanente abbiamo ospitato la riunione della Conderazione siciliana del Nord America, premiato imprenditori come i fratelli Coppa e Tony Fusco, che organizza ogni mese concerti di successo al Columbus Centre».