Di Gianni Bardini – Console Generale d’Italia a Toronto
Caro Direttore,
seguo con estremo interesse il vivace dibattito sul tuo giornale che ha fatto seguito alla mia lettera che hai ospitato il 14 ottobre scorso. Me ne rallegro molto. L’obiettivo che aveva ispirato il mio intervento era stato proprio quello di stimolare una riflessione sul tema che sta a cuore a tanti del futuro della comunità e mi fa piacere che molti suoi autorevoli esponenti abbiamo raccolto il mio invito e offrano contributi importanti di pensiero e di proposte!
Credo che questo confronto sia prezioso. Lo è certamente per me che sto traendo dalle interviste sul tuo giornale molti spunti per approfondire la mia conoscenza di questa straordinaria realtà nella quale (e per la quale) ho il privilegio di lavorare. Permettimi, dunque, di condividere con te e con i lettori alcune mie preliminari impressioni ad un mese esatto dall’avvio di questa tavola rotonda.
Quale presente e quale futuro?
Innanzitutto mi sembra che affiori con chiarezza la legittima soddisfazione di tutti per quello che la collettività è riuscita a realizzare e per quello che rappresenta oggi. Era questo il mio assunto di base. La nostra collettività e la struttura associativa attraverso la quale essa agisce è una forza straordinaria ed ha un potenziale immenso.
Il quesito fondamentale che questa constatazione però pone e che ho cercato di mettere in evidenza è: sarà sempre così? Questa grande forza si mantiene o si affievolisce? Esiste o meno un problema di “ricambio generazionale” all’interno della struttura organizzata e, in particolare, nei tanti e ancora vitalissimi Club sociali?
La mia personale risposta che ho posto nel cuore della mia precedente lettera è : la forza della nostra struttura associativa non solo non è destinata a declinare con l’invecchiamento dei suoi membri (come molti sembrano temere), ma può anzi crescere, a condizione però che abbia la capacità di adattarsi al contesto di oggi e rispondere alle attuali esigenze. Al riguardo ho fornito – a solo titolo di esempio – alcune modeste proposte operative, sicuramente non nuove come concetto, ma ancora inattuate.
Le opinioni espresse finora dagli intervistati non sono del tutto omogenee, anche se hanno denominatori comuni.
Alcuni sembrano ottimisti sulla possibilità che l’attuale struttura così com’è sia adeguata ad affrontare la sfida del futuro. Livia Guglielmo, presidente dell’Andreatta Social Club, ad esempio, sembra fiduciosa che all’interno del suo Sodalizio il ricambio sia in atto e dobbiamo sicuramente rallegrarci molto della capacità della sua e di tante altre Associazioni di attirare le nuove generazioni e di rinnovarsi all’interno.
La maggior parte degli altri intervistati tuttavia lamenta che il problema nelle loro Associazioni invece esiste e che è molto evidente. Quasi tutti, in misura maggiore e minore, rilevano che effettivamente i loro Club invecchiano e si chiedono cosa fare per coinvolgere i più giovani.
Assorbire energie o proiettarle all’esterno?
Su questo punto focale mi permetto di ravviare il dibattito con una mia osservazione che potrebbe apparire paradossale e in “controtendenza” al sentire comune. Nella mia qualità di umile osservatore esterno (e purtroppo temporaneo..) di questa comunità, a me non sembra che i dirigenti e membri dei molti Sodalizi che lamentano i loro figli e nipoti nati in Canada non partecipino attivamente alla vita associativa abbiano necessariamente motivo di rammaricarsi. Né credo che incentivare il coinvolgimento dei giovani (cioè l’attrazione di nuove energia “all’interno” del Club) debba necessariamente rappresentare il loro obiettivo prioritario.
Molte Associazioni, infatti, sono figlie della loro storia. Una storia straordinaria, “epica” e di successo, ma anche unica e irripetibile. Molti Sodalizi sono state creati da coloro che sono nati e vissuti in Italia per tanti anni e per i quali il “Club” ha rappresentato uno strumento insostituibile per sentirsi a proprio agio nel nuovo Paese, per aiutarsi e per affermarsi socialmente ed economicamente in questa nuova realtà.
Un contesto insomma storico e psicologico completamente diverso da quello in cui si trovano gli italo-canadesi nati negli ultimi trenta anni in Canada che in Italia non hanno mai vissuto e che non hanno vissuto la comune esperienza migratoria con le difficoltà che essa ha comportato. Essi hanno ereditato una forte “italianità” dalle loro famiglie ma certamente manca loro il radicamento con il paese italiano di origine. Si sentono, giustamente, pienamente canadesi, classe dirigente di questo Paese e perfettamente a loro agio in questa realtà che è la loro. Non mi sorprende quindi che essi non sempre si riconoscano pienamente in strutture sociali fondate su presupposti distanti dalla loro storia.
Credo quindi che più che puntare a “sopravvivere” , alcune Associazioni potrebbero più opportunamente porsi come obiettivo quello (che a me sembra entusiasmante) di continuare ad essere attive e rilevanti fino al termine del loro ciclo storico (cioè proiettare maggiormente la loro energia “all’esterno”), impegnandosi in particolare a fondo per favorire la nascita e il consolidamento di strutture nuove. Non diversamente, mi si passi la metafora, da un genitore che non pensa certo di vivere in eterno, ma che trova il senso della sua esistenza nel crescere i figli e nel gioire dei loro successi.
Su questo piano credo fermamente che tutte le Associazioni abbiano tantissimo da dare ed è per questo che ho indicato in un migliore “coordinamento interno” (ben diverso dalla “rappresentanza politica”, come mi sembra abbia invece capito il dottor Grande, equivocando pero’ fortemente le mie parole e il mio pensiero) e in un impegno nel campo dell’ ”istruzione, della cultura e dello sviluppo dei rapporti istituzionali e privati fra Italia e Canada” il terreno sterminato e fertilissimo per azioni comuni.
Colgo l’occasione al riguardo per aprire una parentesi in riferimento all’intervento molto ottimista del dottor Servello del Centro Scuola – uno dei fiori all’occhiello della nostra comunità, che rappresenta un eccellente modello da imitare. Resto convinto che un significativo apporto di risorse da parte della comunità – a integrazione e non certo sostituzione dei fondi concessi dal Governo italiano – sarebbe benvenuto e utile al Centro Scuola per ampliare i suoi programmi per i quali la domanda è molto elevata. Ricordo peraltro che il nodo delle risorse per la lingua è uscito prepotentemente dal Convegno che questo Consolato Generale ha organizzato il 6 maggio scorso, al quale il Centro Scuola ha partecipato insieme a tutti gli altri principali operatori del settore (universita’, insegnanti, studenti, enti gestori, esperti ecc.).
Proposte concrete?
Nella mia precedente lettera ho formulato alcue idee operative, a solo titolo di esempio. Collegandomi a quanto già prospettato e allo scopo di rendere ancora più “incisivo” e mirato il dibattito (e sempre a titolo di mero esempio), sottopongo al commento dei lettori che vorranno continuare ad alimentare questo dibattito solo quattro progetti cooperativi – fra i mille possibili e immaginabili – che potrebbero essere inizialmente attuati – per testare la capacità di agire a sistema, se riscontrassero interesse e consenso.
Progetto “Dai una mano alla Regina”
Ho già citato il fatto, noto a molti, che i Dipartimenti di Italiano delle piccole Università stanno soffrendo per i tagli di bilancio (e non certo per il numero degli studenti che continuano ad affollare i corsi !). Ultimo in ordine di tempo, il Direttore del Dipartimento di Italiano della prestigiosa Queen’s University, prof. Santeramo, ha dovuto quest’anno ridurre drasticamente i corsi. Ha ottenuto però dal Rettore la possibilità di far sopravvivere il Dipartimento, anche se purtroppo drasticamente ridimensionato, per ancora due anni a condizione però che egli riesca a dimostrare che la comunità italiana lo sostiene.
La presa in carico da parte della Comunità del costo di un insegnante a contratto (anche forse solo part–time) sarebbe un segnale importantissimo e forse decisivo non solo per salvare il Dipartimento ma anche per rilanciarlo. Si tratterebbe di raccogliere una cifra limitata, un obiettivo non eccessivo per una comunita’ grande come la nostra. Credo sarebbero soldi investiti piuttosto che spesi.
Progetto “Giovani dentro all’Italia”
La Camera di Commercio Italiana di Toronto sarebbe particolarmente qualificata per subentrare in un progetto che questo Consolato Generale ha avviato con successo a titolo esplorativo la scorsa estate, ma che non ha i mezzi per portare avanti.
Si tratta di creare, tramite la rete delle Camere di Commercio, un “data base” di aziende produttive o istituzioni culturali italiane disponibili ad offrire “stage” estivi di formazione a giovani italo-canadesi, molti dei quali, so con certezza, sarebbero interessatissimi a una possibilità di “ immersione linguistica e culturale totale” nel paese di origine.
Per fare bene il lavoro (contatti con le aziende italiane, disseminazione dell’informazione, “match-making” fra aziende e studenti, analisi delle esperienze ecc.) sarebbe tuttavia indispensabile dedicare una persona a tempo pieno. Qualora questo progetto fosse sostenuto, credo che la Camera sarebbe disposta a prenderlo in carico e sarebbe sicuramente in grado di fare un lavoro eccellente. Anche in questo caso sarebbero soldi “ad elevata redditività”.
Progetto “Uniti ovunque”
Nel 2011 ricorrerà il 150º anniversario dell’Unità Italiana. Importanti date della nostra storia e cultura sono passate relativamente inosservate qui in Canada (il 200° anniversario della nascita di Garibaldi nel 2007, il 100° anniversario del premio Nobel a Marconi e il 400° annivesario dell’uso del telescopio da parte di Galileo nel 2009, ecc.).
Questa ricorrenza ancora più speciale non dovrebbe invece sfuggire ad un evento comunitario solenne, ben articolato e prestigioso che dovrebbe servire anche come occasione per proiettare all’esterno la nostra immensa storia a cultura.
Per organizzare qualcosa di veramente valido che dia orgoglio a tutti i giovani italo-canadesi e che coinvolga i non italiani sarebbe indispensabile l’impegno attivo di molti. Un primo, imprescindibile passo sarebbe quello della costituzione di un autorevole “Comitato organizzatore” di rappresentanti della collettività, strumentale anche ad attivare le tante sinergie possibili con gli enti regionali e locali italiani con i quali tante Associazioni mantengono eccellenti rapporti.
Varrebbe la pena di provarci? Io credo di sì.
Progetto “fai conoscere Leonardo”
Ho citato anche il caso della scuola “Leonardo da Vinci” che da anni offre un curriculum particolarmente centrato sulla lingua e cultura italiana come un’encomiabile iniziativa che però a trovato finora poco sostegno da parte della collettività. La scuola non riceve fondi pubblici e quindi può vivere solo con le rette di iscrizione. Non è quindi alla portata di tutti. È anche vero, tuttavia, che molti italo-canadesi scelgono di far studiare i propri figli presso scuole private (il “Saint Michael College” – ad esempio – è particolarmente frequentato dalla nostra comunità) che spesso costano molto di più. Credo sia quindi positivo offrire l’alternativa di una scuola privata “italiana” a scuole “private” anglosassoni o francesi (gli ebrei, cito ad esempio, hanno ben 20 scuole private, pur essendo la loro comunità numericamente la metà della nostra…).
Credo che le tante Associazioni potrebbero aiutare molto la “Leonardo da Vinci” semplicemente impegnandosi a renderla più nota fra i loro soci, magari semplicemente distribuendo fogli informativi, in occasione di qualche evento sociale. Si tratterebbe di un aiuto materiale e psicologico importantte e a “costo zero”.
Ricordo con l’occasione che la “Leonardo” terrà una giornata di “open house” giovedì 26 novembre prossimo che potrebbe essere una utile occasione per molti per conoscerla meglio.
Nell’auspicio che questo mio prolisso intervento possa servire ad alimentare il “fuoco” di discussione, partecipazione e voglia di azione che il tuo giornale ha lodevolmente acceso e a focalizzarlo sempre di piu’ sulle “risposte” piuttosto che sulle “domande”, ti prego di gradire, caro Direttore, i miei migliori saluti.
Gianni Bardini
Console Generale