GiovedÌ 17, Maggio, 2012

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Ottawa U, premiati cinque studenti di italiano

Posted on 24 April 2010 by Concita

Perissinotto: «Il loro obiettivo è viaggiare in Italia per scoprire le radici della nostra cultura»
di CARLA BONORA

OTTAWA – Successo ed aula gremita per la quinta edizione dell’End of the Year Book Award, cerimonia di premiazione dei migliori studenti del Dipartimento di Lingue Moderne dell’Università di Ottawa U.
Ben 14 le lingue parlate, con la partecipazione di tutte le Ambasciate, per l’italiano sono stati scelti cinque studenti. Questa premiazione, così singolare e unica nella vita dell’Università, sancisce la fine del semestre primaverile, coronamento di un lavoro intenso e ben articolato di tutto un anno accademico, dove il plurilinguismo e il multiculturalismo rappresentano i punti chiave della vita del Dipartimento. Alta qualità di insegnamento e molteplice offerta di lingue sono i punti di forza. A disposizione degli studenti, vari programmi, ben articolati, con conferenze e rassegne cinematografiche ad hoc. Si può scegliere tra italiano, arabo, studi asiatici, spagnolo, studi latino americani, russo, polacco e studi celtici. A dare il benvenuto a tutte le Ambasciate, il capo del Dipartimento, Agatha Schwartz, che accogliendo con un caloroso applauso, tutti i diplomatici e gli ospiti presenti, ha sottolineato il ruolo delle lingua, collante e veicolo di diffusione del multiculturalismo, simbolo della società canadese.
Punta di diamante del programma didattico del Dipartimento di Lingue è l’Ambassador Lecture Series, in cui si invitano i diplomatici a tenere una conferenza a turno per la diffusione della cultura del loro Paese, occasione unica per gli studenti che possono entrare in contatto, già durante l’anno, con la realtà del Paese che hanno scelto. Per l’Ambasciata Italiana, presenti Giovanni Maria De Vita, consigliere sociale per l’Emigrazione ed Emanuele Fiore, consigliere scientifico, che con grande soddisfazione hanno premiato gli “studenti modello” dell’Istituto di Italianistica, sapientemente gestito e coordinato dalla professoressa Cristina Perissinotto, molto amata dagli studenti di lingua italiana.
«I nostri studenti, sin dal loro primo giorno – ha sottolineato – comprendono il ruolo chiave della storia dell’Italia, del Mediterraneo, nel mondo contemporaneo. Uno dei loro obiettivi è poter viaggiare nel nostro Paese, scoprendo le storiche radici della nostra cultura».
Premiati, per l’Italiano, cinque studenti, Philippe Bois, terzo anno, Guy Charbonneau e Wiktor Malek del primo anno, Melissa Pasqua e Grame Nowlan del secondo anno.
«Sono molto fiero di aver ricevuto questo premio – spiega in un buon italiano Wiktor – per me è stata una sfida, sono polacco, e spero di poter viaggiare e lavorare nel vostro Paese. Credevo fossero molto simili italiano e francese, ma l’uso dei verbi, in italiano, è molto più difficile, voglio continuare a studiarlo fino al terzo anno».
Molto graditi i premi, libri sulla storia e cultura di ogni Paese, presentati in tutte le lingue. Quest’anno, la new entry è l’Ambasciata svizzera. Ogni anno si aggiunge una nuova ambasciata, segno che il Dipartimento cresce. Appuntamento all’edizione 2011.

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Costanza Musu: «In Canada un lavoro stimolante, aperto e collaborativo»

Posted on 15 April 2009 by Concita

«Sono stata assunta presentando il mio curriculum, le mie ricerche e sostenendo un colloquio»
di CATERINA ROTUNNO

TORONTO – Professione e famiglia sono le ragioni principali che hanno portato la Prof.ssa Costanza Musu in Canada. Attualmente è Assistant Professor alla Graduate School of Public and International Affairs dell’Università di Ottawa. È anche membro di importanti organizzazioni internazionali e autrice di pubblicazioni e libri sulla politica estera europea verso i Paesi del Bacino del Mediterraneo. La sua formazione inizia in Italia dove si laurea in Storia Contemporanea all’Università di Milano e dove rimane per due anni come ricercatrice. Il suo interesse ad approfondire gli studi internazionali la portano in Inghilterra alla London School of Economics (LSE) dove, nel 2004, consegue il Ph.D. in Relazioni Internazionali. Per il post-dottorato torna in Italia come Jean Monnet Fellow al Robert Schuman Centre for Advanced Studies del European University Institute di Firenze. La specializzazione dei suoi studi la porta a dirigere un progetto di ricerca su “Europa, NATO e i Paesi del Mediterraneo: lo sviluppo di un nuovo concetto di sicurezza” per il Centro Militare di Studi Strategici di Roma. Torna in Inghilterra dove diviene Assistant Professor of International Relations alla Richmond University, un’università americana con sede a Londra. Ma è proprio in questa città, che la sua vita professionale si intreccia con quella sentimentale; conosce il suo futuro marito, di nazionalità canadese; inizia così ad informarsi sulle possibilità di lavoro in Canada.
Si candida per una posizione di docente presso la nuova “Graduate School of Public and International Affairs” all’interno della facoltà di Social Sciences dell’Università di Ottawa.
Come si è svolta la procedura di assunzione presso l’Università di Ottawa? Si possono tracciare delle similitudini con quella degli atenei italiani?
«Non penso. Mi sembrano due sistemi molto diversi tra loro. Sono venuta a conoscenza dei posti vacanti presso l’Università di Ottawa attraverso la pubblicizzazione degli annunci sia sul sito web della facoltà nonchè a livello internazionale sul sito della Canadian Political Science Association (CPSA). Per candidarmi ho dovuto inviare il curriculum e le mie pubblicazioni. Sono stata quindi chiamata per un colloquio, che si è svolto sostanzialmente in due parti: la prima durante la quale ho tenuto una presentazione pubblica di fronte ai professori della facoltà, la seconda più formale e strutturata come un colloquio di lavoro. Questa intervista è stata condotta dal comitato di assunzione composto da quattro professori che mi hanno rivolto delle domande più specifiche sulle mie capacità professionali sui progetti di ricerca e sull’approccio all’insegnamento. Subito dopo ho ricevuto un’offerta per un contratto di tenure track».
In che cosa consiste questo contratto?
«In Nordamerica, i posti di lavoro nel mondo accademico si dividono in due tipologie : il contratto a tempo determinato di durata variabile e con scadenza e il tenure track una tipologia per la quale si ha la prospettiva di poter richiedere – dopo qualche anno – la tenure ovvero un contratto a tempo indeterminato. Si viene poi assunti con un contratto in cui viene definito un tempo specifico, di solito rinnovabile, e in cui viene data anche indicazione di quanto è necessario attendere prima di poter fare la domanda per la tenure. La procedura per poter ottenere questo tipo di contratto è complessa e implica la preparazione di un ampio dossier del candidato nel quale siano riportate tutte le pubblicazioni, i lavori di ricerca realizzati, i risultati e il proprio contributo alla vita del Dipartimento, all’insegnamento e anche il giudizio degli studenti. Inoltre dovranno essere indicati i nomi di professori che hanno la competenza nello stesso campo di ricerca, ma che non hanno alcun rapporto personale o di lavoro con il candidato. A sua volta l’Università, attraverso un suo comitato, analizza il dossier e propone una lista di possibili valutatori esterni; ne vengono scelti tre, tra quelli segnalati dall’università e dal candidato. Detti docenti, che possono risiedere in Canada o in altri Paesi, hanno il compito di dare un giudizio sulle pubblicazioni e sui lavori scientifici del candidato. Al termine di questo complessa procedura il comitato universitario decide se offrire o meno la tenure al docente ovvero un contratto a tempo indeterminato».
Questo vuol dire avere una sistemazione lavorativa sicura e permanente per tutta la propria vita?
«Non proprio perché è sempre possibile essere licenziati, anche se si ha un contratto di tenure, se non si rispettano le regole e i comportamenti legati all’attività didattica e alla qualità della ricerca e delle pubblicazioni e sui quali il docente viene costantemente valutato sia dall’università che dagli stessi studenti. I professori universitari qui in Nordamerica, devono assicurare sempre la loro presenza sia per le lezioni che per l’attività amministrativa, e non, del Dipartimento. La necessità di assentarsi dall’insegnamento è considerata una vera eccezione (salvo durante gli anni “sabbatici” dedicati alla ricerca) e deve essere ampiamente giustificata con il necessario preavviso da inviare sia alla facoltà che agli studenti, i quali dovranno poter contare su una sostituzione dello stesso livello del loro docente».
Mantiene dei rapporti con l’Italia in relazione al suo campo di ricerca?
«No. Da quando sono andata in Inghilterra per il dottorato, non ho più avuto contatti con realtà accademiche italiane. Nel nostro Paese il sistema universitario è molto chiuso e nel momento in cui si va via, è difficile poter continuare a intrattenere dei rapporti di collaborazione. Inoltre, è raro vedere alle conferenze internazionali rappresentanti delle istituzioni e professori che vengono dall’Italia: si incontrano molti italiani, ma sono docenti che lavorano presso le università estere, oppure studenti di dottorato e non raramente coloro che, all’interno del mondo accademico italiano, ricoprono posizioni quali ricercatori, professori associati o gli stessi professori ordinari. Personalmente continuo a collaborare con docenti italiani che però lavorano in strutture diverse dalle università italiane: nel 2007 ho curato la pubblicazione di un libro: “EU Foreign Policy in an Evolving International System” insieme al Dr. Nicola Casarini quale co-editor, e all’interno del libro è possibile trovare dei capitoli scritti da altri studiosi italiani».
Prescindendo dai suoi impegni personali, accetterebbe un’offerta per andare ad insegnare presso un’università in Italia? C’è qualcosa che le manca del sistema accademico italiano e che non ha trovato nell’università canadese?
«Penso proprio di no. A mio parere il sistema accademico canadese è molto completo, stimolante, aperto, sono contenta del lavoro che faccio e del tipo di collaborazione che ho con gli altri professori della facoltà. In Italia mantengo dei rapporti di amicizia con colleghi di università e, da quello che mi raccontano, mi sembra che il sistema italiano sia rimasto quello che ho lasciato alla fine degli anni ’90, senza che siano intervenuti cambiamenti sostanziali. Certo, esistono delle sacche di eccellenza che riescono, con molta fatica e grazie anche a qualche finanziamento, a costruirsi dei propri mondi all’interno del sistema. Ma, purtroppo, queste rappresentano delle eccezioni».

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Corsi di italiano alla Ottawa U, quest’anno una sezione in più

Posted on 21 March 2009 by Concita

Gli studenti, guidati dalla professoressa Perissinotto, avranno la possibilità di seguire un corso estivo in Italia
di CARLA BONORA

OTTAWA – I suoi occhi brillano al ricordo e, con un sorriso, ripercorre i tre anni trascorsi alla University of Ottawa, conosciuta da tutti come Ottawa U, che insieme con la Carlton University, offrono lo studio della lingua italiana, qui ad Ottawa.
«Ricordo con molto piacere lo studio della lingua italiana – racconta la studentessa Pamela Bowman – in particolare, della prof. Perissinotto, che ha un ottimo metodo, ci ha insegnato la grammatica italiana in modo chiaro, soprattutto per me che non avevo una gran base in grammatica inglese, sa come spiegare in modo semplice e chiaro, anche la costruzione della frase più complicata. Frequentavo il club italiano, spesso vedevamo film italiani, e abbiamo provato un po’ tutti i ristoranti italiani di Ottawa».
Quasi 700 studenti, solo per l’italiano, cifre che parlano chiaro, anche quest’anno il dipartimento di Lingue Moderne e di Letteratura prevede un incremento per il corso estivo, a giugno, con un mese in Italia. Grande soddisfazione per la titolare Cristina Perissinotto, che, insieme al prof. Franco Ricci, insegnano full time, coadiuvati dalla prof Cristina Adami, da Montréal, e un numero variabile di assistenti.
«Quest’anno abbiamo una sezione in più – sottolinea la prof. Perissinotto – i corsi vanno benissimo, non c’è alcuna flessione, offriamo un programma completo che prevede lo studio della lingua, ma anche della letteratura». Ma non solo, cultura e cinema italiano coinvolgono gli studenti nell’apprendimento della lingua. All’Università, esiste anche un club italiano di studenti, di sapore felliniano, “La dolce vita”, presente anche su Facebook. Disponibili anche scambi di studenti con Università italiane, come la Luiss a Roma, Genova e si stanno stipulando convenzioni con Trento, Aquila e Venezia.
Diverso scenario alla Carlton University. Malgrado la grande dedizione e passione dei docenti, tra cui la titolare prof. Cristina Trevisan, purtroppo le cifre non sono entusiasmanti. Più di 150 studenti al primo anno, poi una sensibile flessione negli anni successivi. Hanno appena soppresso il corso del terzo anno di italiano, sembra che non ci siano abbastanza iscrizioni. «Non è così – spiega Maxime Compean, studentessa del corso intensivo di lingua italiana del secondo anno – abbiamo raccolto le firme per una lettera di protesta indirizzata al Decano e al Direttore della Scuola di Linguistica e di studio della lingua, non è giusto, gli studenti ci sono, perché non continuare?».
In classe tutti seguono con attenzione le lezione di Agnese Nemeskeri, che tiene uno dei corsi, ma il problema è antico e di difficile soluzione. Da anni, alla Carlton, per una diversa politica gestionale, sono stati soppressi programmi come letteratura italiana, cultura, ed è stata lasciata solo la Scuola di Linguistica e studio della lingua. Ma la passione e la competenza animano le professoresse, ed uno studente su tutti, Marco Morelli, di Toronto, dà le sue motivazioni». Sono iscritto alla facoltà di Economia, qui alla Carlton, e ho trovato utilissimo seguire il corso intensivo di lingua italiana, tutti i giorni, anche se parlo senza difficoltà, perché mio padre è di famiglia italiana, mi mancava il supporto della grammatica. Qui, grazie alle docenti, ho avuto tutti gli strumenti, e credo che, molti miei amici, a Toronto, stiano perdendo una grossa opportunità, non coltivando lo studio della lingua, perdono le proprie radici, è un peccato».
Da un mese è nato il club degli italiani. Gli studenti si iscrivono, ma la programmazione non è ancora iniziata, ma le idee sono molte, se ci fosse, come ripetono i docenti, solo maggiore spazio per un programma completo di insegnamento della lingua e cultura italiana.
La lezione alla Carlton si è conclusa, una studentessa chiede delle spiegazioni supplementari alla professoressa Trevisan, sulla porta del suo ufficio, una cartina dell’Italia, con scritto “Il piacere continuo di imparare l’italiano”. La ragazza legge, sorridendo, la porta si chiude, inizia l’ora di spiegazioni per gli studenti.

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