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Paura e speranza prima della partenzaIl racconto di un ragazzo alla vigilia della missione a HeratHa il volto della tensione questo ragazzo sardo sulla trentina. È alto, robusto, braccia possenti, spalle larghe. Ma l’inquietudine gli si legge negli occhi e traspare dalle sue parole, dal suo sguardo, dal modo in cui osserva il vuoto per trovare i termini giusti, metterli uno dopo l’altro e dare loro un senso. Un significato che vada oltre la tragedia, oltre quella maledetta mattina del 17 settembre scorso.Oltre quell’imboscata sinistra che nel pieno centro di Kabul ha stroncato le vite di sei militari, sei italiani, sei ragazzi. Come lui, che fra due giorni salirà sul quel jet dell’aeronautica militare che porterà i contingenti della Brigata Sassari a migliaia di chilometri di distanza per svolgere la loro missione in Afghanistan, ad Herat. Come lui, centinaia di ragazzi stanno salutando genitori, parenti, amici. Stanno per lasciare a casa le abitudini, gli amori, gli affetti, quel senso di tranquillità e sicurezza che solo la vita quotidiana ti sa dare. È una sensazione di cui spesso non ti accorgi neanche, ma quando la perdi, ti manca disperatamente. Mentre parla, si avvicina qualche amico, lo guarda, muove leggermente la testa, fa cenno di no, lo invita a non partire. E lui risponde con un respiro profondo, inarcando leggermente le sopracciglia in un’espressione che dice tutto. Perché questo è il suo lavoro. È il mestiere che ha scelto tempo fa, pensando anche a rischi e pericoli che avrebbe potuto e dovuto correre. «Sai, al fatto che potrei anche non rivedere le persone care, stringerle, abbracciarle come sempre cerco di non pensarci. Certo la paura c’è, ma poi subentra anche l’orgoglio e cerchi di mascherarla come puoi. I compagni, il gruppo, l’affiatamento che si crea in missione ti danno coraggio, spesso ti rasserenano, ti danno speranza e la forza di reagire alle difficoltà, a certi momenti in cui la tua vita sembra appesa ad un filo e tu pensi alla famiglia, agli affetti. Al fatto che potresti anche non tornare». Mentre parla, davanti ai suoi occhi sembra scorrere la pellicola di un film già visto. Già, perché questo ragazzo dagli occhi profondi alle spalle ha ormai sei missioni di pace. La maggior parte nei Paesi dell’ex Jugoslavia e in Kosovo. Aree che oggi sono più o meno stabili. Tutt’altra cosa rispetto all’Afghanistan attuale. E se ne rese conto due anni fa, nel giugno 2007, quando partì per la sua prima missione in Afghanistan. La più rischiosa della sua vita. «Ricordo quando lasciammo Herat e ci avventurammo nel deserto per una missione di venti giorni circa. Un giorno tre mezzi del mio plotone si sganciarono dal gruppo per un’operazione. Dopo qualche minuto sentimmo una terribile esplosione. Il boato fu così forte che ancora sembra rimbombarmi dentro. Istintivamente mi misi le mani nei capelli, pensando al peggio. Fortunatamente, però, l’ordigno lasciato andare da una macchina esplose a pochi metri di distanza dal plotone e i miei compagni si salvarono per miracolo», racconta mentre la sua mente ritorna a quei giorni e ad una delle esperienze che più lo terrorizzarono durante quella missione. E che a volte gli toglie il sonno e, certe notti, sembra esplodergli dentro, con tutta quella polvere che solleva, rendendo l’aria pensante, soffocante: «L’immagine di quell’uomo, che saltò in aria mentre piazzava una bomba a neanche quattrocento metri da noi, non la dimenticherò mai. Sono quelli i momenti di maggiore sofferenza, quando ti chiedi se realmente valga la pena partire per un Paese straniero e rischiare la vita. Poi pensi però alla popolazione civile, all’allegria dei bambini, alla gioia che provi nel vederli sorridere, nonostante siano orfani o abbiano i genitori mutilati, privi delle orecchie o delle dita, perché magari con coraggio sono andati a votare e ne hanno subito le conseguenze. Allora capisci che sei lì per loro. Soprattutto per quei bambini e le loro famiglie. E quando vedi gli ospedali costruiti grazie alle nostre missioni, dove la gente può curarsi, te ne compiaci. Tanto». È nella popolazione civile, nella speranza di darle la gioia di sentirsi in pace, nella dedizione al suo lavoro, che questo giovane trova la forza per partire e confortare genitori e amici prima di ogni missione. «Quando si prospetta una partenza, veniamo addestrati molto intensamente, perciò la condizione fisica deve essere ottimale. Impariamo ad utilizzare nella maniera migliore i vari equipaggiamenti e i mezzi armati. Ci viene insegnato a riconoscere i vari ordigni. Seguiamo lezioni di storia, geopolitica e veniamo istruiti sulle norme comportamentali del Paese in cui andremo ad operare». Prima c’è diffidenza, poi subentra la curiosità, infine arriva la fiducia. Queste sono le tre tappe fondamentali che scandiscono il rapporto tra la popolazione civile e i soldati della missione Isaf, a supporto delle forze armate locali: «Andiamo lì per stare con loro, addestrarli e far sì che all’indomani della nostra partenza siano in grado di operare in modo autonomo». È convinto che gli italiani non siano stati un preciso bersaglio, che quel maledetto 17 settembre la Toyota Corolla bianca avrebbe potuto insinuarsi tra i convogli di qualunque altro Paese in missione. «Per chi vuole rendere instabile l’area, italiani, francesi, tedeschi, olandesi, americani sono tutti uguali. E siamo tutti potenzialmente dei bersagli. Perciò dobbiamo tenere gli occhi aperti. Sempre». Occhi meridionali, spesso, quelli dei giovani, talvolta giovanissimi, che partono in missione. Perché dalle città del Sud, dai piccoli centri, come questo paesino in provincia di Sassari, si arruolano in tanti che, prima di partire, lasciano a casa i progetti, i sogni di una vita. E questo giovane sardo di sogni ne ha tanti: vorrebbe sposarsi, avere dei figli, trascorrere una vita tranquilla. Continuare ad amare i propri cari e quel padre dagli occhi preoccupati, dall’espressione apparentemente distesa che cerca di nascondere la paura come può. Quel padre che un giorno vorrebbe abbracciare i nipoti, vorrebbe diventare nonno. E spera che quel figlio alto possa continuare a regalargli le gioie di sempre. Quelle semplici, genuine. Della vita di tutti i giorni. Data pubblicazione: 2009-10-13 |