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16- «Dirty dago, sporco italiano, via da qui»

Nel 1891 furono chiamati 335 contadini veneti per sostituire gli schiavi nelle piantagioni australiane di canna da zucchero

MELBOURNE - Un tempo c'erano i Kakanas, semischiavi melanesiani impiegati a tagliare la canna da zucchero in Queensland, nel nord del Paese. Costretto a sostituirli, il governo coloniale reclutò 335 contadini veneti, che presero il posto dei Kakanas. Era il 1891. L'emigrazione italiana in Australia cominciò così.
Era massacrante. Le canne andavano tagliate dopo che erano state bruciate le erbacce e fatti fuggire topi, scorpioni e serpenti; poi con un machete comiciava il lavoro, che andava dalle prime luci dell'alba fino a quando il tagliatore si reggeva in piedi, perchè la paga era a cottimo. Chi sopravviveva a quell'inferno era davvero fuori del comune. I contadini veneti sopravvissero.
Ma l'Australia non era sconosciuta agli italiani. Una decina di anni prima erano arrivati quaggiù da Molfetta, dalle Isole Eolie e da Capo d'Orlando alcuni pescatori in cerca di fortuna. Poche decine di persone, che tuttavia sul finire del secolo avevano contribuito vigorosamente alla modernizzazione e al rilancio dell'industria ittica di Fremantle, dove si erano stabilite. Prima di loro, solo i missionari, gli esuli politici e gli artisti si erano spinti quaggiù, ai confini del mondo. Come padre Salvado (dal nome musicale: Rudesindo), per esempio, che al rientro in Italia nel 1851 scrisse le Memorie storiche dell'Australia, particolarmente della Missione Benedettina di Nuova Norcia, e degli usi e costumi degli australiani. Titolo chilometrico, come si usava a quel tempo, ma il libro ha un valore storico: è stato il primo pubblicato in Italia sull'Australia.
Raffaello Carboni, garibaldino e mazziniano, costretto a lasciare l'Italia dopo la caduta della Repubblica Romana (1849), arrivò quaggiù nel 1854. Non fu affascinato dalla situazione politica che trovò. «In effetti, il governo coloniale inglese era tutt'altro che illuminato. Era fondamentalmente razzista, e poi non era meno repressivo dei governi italiani del tempo», spiega Gaetano Rando, storico dell'emigrazione italiana in Australia. «La cosa che colpì particolarmente Carboni fu l'assenza degli ideali di democrazia, di uguaglianza e di libertà che erano presenti invece nei movimenti progressisti europei».
Furono soprattutto gli esuli politici italiani a introdurre quegli ideali in Australia. Francesco Sceusa, costretto a lasciare Trapani per le sue idee, arrivò a Sydney nel 1877, e per trent'anni sarebbe stato un attivista socialista all'interno e all'esterno della piccola comunità italiana. E un operaio tessile di Schio, Pietro Munari arrivato intorno al 1890, fu tra i fondatori del Partito Laburista australiano. Impresa eroica, in un Paese che era nato come colonia penale e che non aveva ancora perso certi tratti caratteristici.
Non ebbero vita facile, gli esuli politici; tanto meno la ebbero i lavoratori che cominciavano ad arrivare dall'Italia. Quando i 335 contadini veneti furono chiamati a sostituire i Kakanas, la potente Worker's Union (il sindacato) denunciò che gli italiani, disposti a lavorare più duramente degli schiavi e ad accontentarsi di una paga bassa, alla lunga avrebbero portato via il lavoro agli australiani. E oltre ottomila contadini del Queensland firmarono una petizione con la quale chiesero al governo di accantonare il progetto di sostituzione dei Kakanas con i nostri connazionali. Non se ne fece niente, e gli italiani continuarono per decenni a tagliare la canna fino a divenire anche proprietari di alcune piantagioni. Ma l'ostilità dell'"Australia bianca" li avrebbe accompagnati a lungo.
«I continui arrivi degli italiani», fa notare ancora Gaetano Rando, «erano visti con apprensione da quella parte della popolazione preoccupata di salvaguardare la purezza della razza e l'armonia sociale. Il Partito Laburista e i sindacati continuavano a temere invece i contraccolpi che quegli arrivi avrebbero potuto avere sull'occupazione. La stampa alimentò preoccupazioni e timori».
Nel 1883 il Bulletin di Sydney scrisse che gli italiani erano grossolanamente ignoranti e che si portavano dietro coltelli a serramanico e malattie contagiose. Per anni gli altri giornali ne avrebbero seguito l'esempio facendo a gara a chi metteva più in evidenza gli aspetti negativi dei nostri connazionali. Nel corso di questa meritoria campagna, promossero gli italiani da "dirty dago" (sporco latino, come li chiamavano insieme a portoghesi e spagnoli) al rango di "mafiosi" tout court. E quando nel 1924 arrivò un piroscafo che aveva trasportato quaggiù 1.090 tra calabresi, pugliesi e friulani, titolarono che l'Italia stava invadendo l'Australia. Il senso della misura (e del ridicolo) non frequentava le redazioni di quei giornali.
Sull'onda di tanta tolleranza non meraviglia che nel 1930 gli agricoltori della Murrumbridgee Irrigation Area, spalleggiati dagli abitanti dei centri urbani, abbiano proposto alle autorità di impedire agli italiani l'acquisto di terreni e fattorie. In quello stesso periodo fu costituita la British Preference League, che dichiarava un esemplare programma: escludere i lavoratori stranieri, italiani in testa, da ogni impiego; in alternativa, deportarli in massa. Anche quella volta non se ne fece niente, ma l'episodio fa capire il clima in cui vivevano gli italiani.
La guerra non migliorò le cose: Italia e Australia combattevano su fronti opposti, e come accadde negli Stati Uniti e in Canada, anche qui i nostri connazionali furono internati nei campi di concentramento. Quasi cinquemila, che non erano pochi.
Ma proprio dalla guerra arrivò la svolta: durante il conflitto vennero deportati in Australia 18mila prigionieri italiani. Fu posta ad essi l'alternativa: il campo di concentramento o il lavoro nelle fattorie. Quasi 15mila andarono nelle fattorie. La guerra, evidentemente, aveva fatto capire dove potevano portare razzismo e intolleranza: quei 15mila furono accolti perciò con altro spirito e la loro utilizzazione fece la fortuna di molte zone agricole. Concluse le ostilità, i prigionieri italiani tornarono in patria, ma molti ripresero subito la via dell'Australia, ricevuti questa volta a braccia aperte. Stimolato da quella esperienza, il governo si aprì a una solida politica di immigrazione, via obbligata per costruire e popolare un Paese immenso e per sfruttarne le risorse.
Da quel momento l'Australia, insieme al Canada e al Venezuela, entrò negli obiettivi degli emigranti italiani, anche perché le tradizionali mete (Stati Uniti e Argentina soprattutto) si stavano rivelando sempre più disagiate. Washington e Buenos Aires, infatti, avevano messo in atto misure più severe per scoraggiare l'emigrazione; l'Argentina poi, soprattutto negli anni Cinquanta, fu scossa da una grave recessione economica e da una pesante inflazione. L'Australia era lontana, davvero lontana, ma c'erano lavoro e solidità economica, e poi il clima era simile a quello italiano. E partirono, gli italiani. Destinazione, l'altra parte del mondo.
«Molti di loro lo fecero con l'intento di non tornare più, o comunque di fermarsi per lungo tempo», dice Carlo Coen, che conosce bene l'Australia per aver diretto, prima di quello di Toronto, l'Istituto Italiano di Cultura di Melbourne. «C'era il fattore distanza, che giocava un ruolo importante: non puoi andare e tornare con facilità da un posto lontano oltre un mese di nave. Ma c'era anche un Paese quasi sconosciuto e immenso dove ci si poteva davvero rifare una vita. Ed era questo che cercavano molti nostri connazionali dopo la guerra.
Da queste premesse discendono due conseguenze. La prima è che gli italiani sono profondamente legati all'Australia, forse più di quanto non lo siano gli altri emigrati ai Paesi che li ospitano. La seconda riguarda le rimesse, i risparmi che facevano».
Come sarebbe a dire? Coen: «Sono arrivate poche rimesse in Italia dagli italoaustraliani. Preferivano tenere per sé quei risparmi e utilizzarli per farsi raggiungere dal resto della famiglia o per mettere in piedi in Australia un'attività economica. Insomma, nei loro programmi il ritorno era un'idea remota. Diverso è invece il discorso per gli emigrati in Europa o anche nelle Americhe, luoghi relativamente vicini, che alimentavano il sogno del ritorno. Le loro rimesse hanno dato benessere alle proprie famiglie e aiutato robustamente l'economia italiana».
Per anni Rocco Cudazzo (di fantasia il nome, ma vera la storia), minatore a Marcinelle in Belgio, mandò i risparmi alla sua famiglia in un paesino bianco di calce della provincia di Lecce. «Voglio comprarmi una casa, un negozio e una tomba, perché voglio tornare», diceva agli amici.
Usò solo la tomba: il grisù esploso improvvisamente nella grande miniera tranciò i suoi sogni. Era il 1958.
16-Continua

Data pubblicazione: 2002-08-14
Indirizzo pagina originale: http://www.corriere.com/viewstory.php?storyid=9820