«Aprirsi agli altri aiuta a convivere con l'Hiv»
La testimonianza di un sieropositivo. Più di 8.000 persone alla veglia a Dundas Square
Di MARIANNA RUSSO
Articolo pubblicato il: 2006-08-19
TORONTO - Più di 8000 candele giovedì sera hanno illuminato la veglia a Dundas Square per ricordare le milioni di vittime dell'Aids. Un'intera piazza illuminata da luci fluorescenti nel momento di silenzio. Il ministro federale della Salute, Tony Clement, e altri dignitari hanno acceso ognuno una candela in onore dei vari gruppi di persone che sono state infettate dall'Hiv. Il ministro è stato accolto da fischi per la decisione di Harper di non partecipare alla veglia e all'intera conferenza. Alcuni gridavano "Dov'è Harper?". Ma la veglia si è svolta all'insegna dell'ordine accompagnata da diverse perfomance artistiche in onore dei morti di Hiv, come quella del cantante sieropositivo Billy Newton Davis.
Tantissimi i sieropositivi presenti che oggi, diversamente dal passato, non hanno più paura di esporsi e parlare in prima persona. L'Aids, dicono, non è un problema solo loro. E lo dicono senza vergogna, come Roman, un ispano-americano presente alla veglia e a Toronto proprio per seguire la Conferenza. «Sono sieropositivo da 15 anni. Quando mi diagnosticarono la malattia avevo 36 anni ed ero convinto che sarei morto di lì a poco. Ho iniziato le cure, ma non nutrivo alcuna speranza. Poi la svolta: ho riacquistato fiducia nella vita quando ho iniziato a parlare della mia condizione con altri malati, uscendo così dal mio isolamento. Ho capito che potevo vivere come qualsiasi altra persona. Sono ormai quattro anni che ho smesso di prendere i farmaci, ma mi sento benissimo. La cura principale contro questa malattia è l'attenzione al benessere psico fisico: seguire un sano stile di vita, un'alimentazione corretta ed evitare lo stress. Ma soprattutto ciò che fa veramente bene è parlare, confrontarsi, rendersi conto che non si è soli nonostante la malattia. È la prima volta che partecipo a una Conferenza mondiale sull'Aids e ciò che mi ha colpito è che qui a nessuno interessa come hai contratto la malattia, se attraverso una siringa di droga, come nel mio caso, o con rapporti sessuali non protetti o trasfusioni. Ora ci troviamo tutti sulla stessa barca e l'unica cosa che conta è cercare insieme una soluzione. Io, che oggi ho 51 anni, l'ho capito e ogni giorno vivo la mia vita pensando anche a come poter auitare chi soffre».
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