Paura e speranza prima della partenza
Il racconto di un ragazzo alla vigilia della missione a Herat
Di VINCENZO SASSU
Articolo pubblicato il: 2009-10-13
Ha il volto della tensione questo ragazzo sardo sulla trentina. È alto, robusto, braccia possenti, spalle larghe. Ma l’inquietudine gli si legge negli occhi e traspare dalle sue parole, dal suo sguardo, dal modo in cui osserva il vuoto per trovare i termini giusti, metterli uno dopo l’altro e dare loro un senso. Un significato che vada oltre la tragedia, oltre quella maledetta mattina del 17 settembre scorso.
Oltre quell’imboscata sinistra che nel pieno centro di Kabul ha stroncato le vite di sei militari, sei italiani, sei ragazzi. Come lui, che fra due giorni salirà sul quel jet dell’aeronautica militare che porterà i contingenti della Brigata Sassari a migliaia di chilometri di distanza per svolgere la loro missione in Afghanistan, ad Herat.
Come lui, centinaia di ragazzi stanno salutando genitori, parenti, amici. Stanno per lasciare a casa le abitudini, gli amori, gli affetti, quel senso di tranquillità e sicurezza che solo la vita quotidiana ti sa dare. È una sensazione di cui spesso non ti accorgi neanche, ma quando la perdi, ti manca disperatamente. Mentre parla, si avvicina qualche amico, lo guarda, muove leggermente la testa, fa cenno di no, lo invita a non partire. E lui risponde con un respiro profondo, inarcando leggermente le sopracciglia in un’espressione che dice tutto. Perché questo è il suo lavoro. È il mestiere che ha scelto tempo fa, pensando anche a rischi e pericoli che avrebbe potuto e dovuto correre.
«Sai, al fatto che potrei anche non rivedere le persone care, stringerle, abbracciarle come sempre cerco di non pensarci. Certo la paura c’è, ma poi subentra anche l’orgoglio e cerchi di mascherarla come puoi. I compagni, il gruppo, l’affiatamento che si crea in missione ti danno coraggio, spesso ti rasserenano, ti danno speranza e la forza di reagire alle difficoltà, a certi momenti in cui la tua vita sembra appesa ad un filo e tu pensi alla famiglia, agli affetti. Al fatto che potresti anche non tornare».
Mentre parla, davanti ai suoi occhi sembra scorrere la pellicola di un film già visto. Già, perché questo ragazzo dagli occhi profondi alle spalle ha ormai sei missioni di pace. La maggior parte nei Paesi dell’ex Jugoslavia e in Kosovo. Aree che oggi sono più o meno stabili. Tutt’altra cosa rispetto all’Afghanistan attuale. E se ne rese conto due anni fa, nel giugno 2007, quando partì per la sua prima missione in Afghanistan. La più rischiosa della sua vita.
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