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13- E arrivò la futura classe dirigente

La trasformazione in quotidiano del settimanale "La Voce d'Italia" dimostra che qui c'è piú italianità di quanto si pensi

Di ANTONIO MAGLIO

Articolo pubblicato il: 2002-08-07

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C'era anche un giovane giornalista abruzzese, che aveva fatto la Resistenza e il collaboratore del "Messaggero", Gaetano Bafile. Il quale si pose due obiettivi: raccontare l'enclave italiana che stava nascendo in Venezuela e trasformare in quotidiano il settimanale che aveva fondato nel 1949 appena sbarcato a Caracas. Ha raggiunto subito il primo obiettivo, e lo ha mantenuto sempre con coraggio e ostinazione; ha ottenuto il secondo cinquant'anni dopo, il 25 gennaio 1999, giorno in cui "La Voce d'Italia", la sua creatura, è diventata quotidiano.
Che "La Voce d'Italia" abbia svolto un ruolo di primo piano in Venezuela, lo dimostrano non solo le onorificenze conferite a Gaetano Bafile (due per tutte: l'Orden del Libertador, la più alta di questo Paese, e il Premio Nacional de Periodismo, che è il Pulitzer venezuelano), ma anche la qualità dei messaggi di auguri ricevuti in occasione della trasformazione in quotidiano: dal Presidente della Repubblica Venezuelana, dal ministro degli Esteri Miguel Angel Burelli Rivas (italove-nezuelano: ha mandato una lettera scritta a mano e in italiano), da personalità della cultura e dell'economia, a cui si sono aggiunti gli auguri del Presidente della Repubblica Italiana, del ministro degli Esteri, dell'ambasciatore a Caracas.
Quella della "Voce d'Italia" non è stata una presenza invisibile. É generoso di ricordi, Gaetano Bafile: racconta con lucidità incredibile brani di questi ultimi cinquant'anni, organicamente raccolti anche in un libro, "Passaporto verde", che qui ha avuto grande successo. Da Bafile si apprendono, così, episodi di frontiera che hanno per protagonisti gli italiani, accolti a braccia aperte dalle autorità venezuelane per la forza lavoro che essi portavano, ma spesso trattati senza complimenti dall'occhiuta Seguridad Nacional del dittatore Marcos Pèrez Jimenez. «Quante volte», dice Bafile, «siamo riusciti a scongiurare casi del tipo Sacco e Vanzetti».
Come quando due giovani emigrati di Potenza, Antonio Bellusci e Pasquale Zaffarano, furono arrestati con l'accusa di complotto contro lo Stato, processati e condannati ai lavori forzati nell'inferno della Guyana. «Ma non c'entravano niente», dice Bafile. «Il loro torto fu di andare a casa passando per una strada dov'era in atto uno scontro tra dimostranti e polizia».

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